Cosa sostiene la motivazione
Il quadro con maggiore supporto individua tre condizioni.
Il senso di scelta: percepire un margine su cosa e come fare, anziché eseguire soltanto.
Il senso di competenza: sperimentare progressi riconoscibili.
Il senso di appartenenza: contare per il gruppo e per chi lo guida.
Quando la spinta cala è quasi sempre la prima a essersi ridotta: programmi imposti, decisioni prese altrove, nessuno spazio di negoziazione.
Due stili a confronto
La ricerca sugli allenatori li distingue in modo netto.
Lo stile controllante usa pressione, ricompense condizionate, senso di colpa e minaccia dell’esclusione. Produce adesione immediata e, nel tempo, minore persistenza, più ansia, più abbandono.
Lo stile a sostegno dell’autonomia spiega le ragioni delle richieste, offre scelte dove possibile, riconosce le difficoltà espresse e accetta osservazioni. È associato a maggiore persistenza, migliore benessere e (dato meno atteso) prestazioni migliori.
Va precisato per evitare il fraintendimento più comune: sostenere l’autonomia non significa ridurre le richieste. Le aspettative elevate sono compatibili, e anzi tipiche, di questo stile. Ciò che cambia è come vengono poste.
Il riscontro
È lo strumento quotidiano più potente e il più usato male.
- Il riscontro specifico sul comportamento (cosa è stato fatto, cosa cambiare) è efficace; quello sulla persona no.
- La lode generica sulle capacità (sei un fenomeno) ha effetti peggiori della lode sull’impegno e sulle strategie: rende più fragili davanti alla difficoltà, perché ogni insuccesso mette in discussione la qualità attribuita.
- Il riscontro negativo su chi è la persona è associato a evitamento e a peggioramento, non a correzione.
- Il riscontro dato subito dopo l’esecuzione funziona per i gesti tecnici; quello sulla prestazione complessiva rende di più a distanza di qualche giorno.
Sull’errore
Il testo originale coglie un punto reale: il modo in cui l’errore viene trattato determina cosa se ne ricava.
Ciò che è documentato: nei contesti in cui l’errore è trattato come informazione, gli atleti riferiscono meno ansia, provano più soluzioni nuove e migliorano di più. Dove è trattato come colpa, si riduce l’assunzione di rischio, e con essa l’apprendimento.
La distinzione operativa che conta è fra errori evitabili e inevitabili. Trattarli allo stesso modo produce un carico che nessuna prestazione può reggere, ed è uno dei motivi più citati dell’abbandono.
Sul discorso motivazionale
Un’osservazione conclusiva sull’immagine da cui siamo partiti.
Gli interventi verbali intensi prima della prestazione hanno effetti reali sull’attivazione, ma agiscono su una variabile che non è uguale per tutti: ciascuno ha una fascia entro cui rende meglio, e alzare l’attivazione a chi è già oltre la propria peggiora il risultato.
Ne segue che il discorso unico rivolto a tutti aiuta alcuni e danneggia altri, e che chi conosce i propri atleti lo sa.
Soprattutto: l’effetto è di brevissima durata. Ciò che regge nel tempo è la struttura costruita nei mesi, chiarezza degli obiettivi, riscontro utilizzabile, senso di poter incidere. Il discorso è la parte visibile, non quella che funziona.
Domande frequenti
Cosa sostiene la motivazione di un atleta?
Il senso di scelta su cosa e come fare, il senso di competenza e quello di appartenenza. Quando la spinta cala è quasi sempre il margine di scelta a essersi ridotto.
Sostenere l’autonomia significa chiedere meno?
No. Le aspettative elevate sono tipiche di questo stile: cambia il modo in cui le richieste vengono poste, non il loro livello.
Come si dà un buon riscontro?
Specifico e riferito al comportamento, non alla persona. La lode sulle capacità rende più fragili davanti alla difficoltà rispetto a quella sull’impegno e sulle strategie.
Il discorso prima della gara serve?
Agisce sull’attivazione, che però non è uguale per tutti: un discorso unico aiuta alcuni e danneggia chi è già sopra la propria fascia. E l’effetto dura pochissimo.