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Il Ruolo dell'Allenatore come Motivatore

Breve Estratto

Negli sport, come nella vita, la capacità di spingere l’altro verso una migliore prestazione fisica o mentale è diventata, negli ultimi anni, una vera e propria metodologia per gestire efficacemente il raggiungimento di obiettivi. L’attenzione degli psicologi che si occupano di sport, nel caso specifico di calcio, è andata concentrandosi sul concetto di motivazione per poi studiarne i meccanismi e le caratteristiche peculiari al fine di migliorare le prestazioni in campo. Vari autori hanno espresso alcune ipotesi sul concetto di motivazione, ma tutte concordano con il principio secondo cui l’atteggiamento ed il comportamento, mirati ad uno scopo, dipendono da una spinta interna, emotiva, cognitiva ed anche fisiologica che determina la qualità della prestazione, soprattutto in competizioni come quelle calcistiche.
La figura del motivatore o Mental Coach, nasce negli Stati Uniti una cinquantina di anni fa, e viene oggi più che mai impiegata in vari sport individuali,come anche di gruppo. In campo calcistico, è generalmente ritenuta valida l’equazione per cui un Mister è un grande allenatore solo se sa essere anche un grande motivatore. Un buon allenatore quindi non pensa solo a vincere oggi, ma getta le basi con i suoi ragazzi per la vittoria di domani. Crea il fattore di crescita per la squadra a prescindere dal suo livello di preparazione tecnico-tattica, ma si muove attraverso la valorizzazione del singolo giocatore nelle sue competenze e nel processo di condivisione e fusione con quelle dei suoi colleghi/compagni. È un facilitatore del cambiamento, una persona che stimola e indirizza le energie del singolo giocatore e lo aiuta a prendere consapevolezza delle sue potenzialità. Guida la squadra verso una meta, insegnando ai singoli membri come mettere a disposizione del gruppo il proprio patrimonio individuale.
Un delineato processo motivazionale risulta necessario soprattutto a seguito di insuccessi ripetuti nel tempo. Molti giocatori concentrano tempo ed energie sulle sconfitte, su ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto, su ciò che avrebbero potuto ottenere e non hanno ottenuto.
Questa visione dell’errore comporta in sé altri errori:
–       il giocatore, in maniera inconsapevole, continuando a pensare e a rivivere dentro di sé gli insuccessi del passato, non solo accumula ulteriore negatività e insicurezza, ma condiziona le sue capacità all’insuccesso anche nel futuro;
–       l’altro aspetto ulteriormente sfavorevole, è che l’atleta, ripercorrendo nel tempo gli insuccessi del passato, potrebbe commettere l’errore di attribuire il fallimento a sé stesso, alla propria persona, alla propria identità e non a quei comportamenti che sicuramente sono stati la reale causa di quegli insuccessi e che si sono incrociati con le scelte e le azioni degli altri appartenenti alla squadra.
Quasi sempre un allenatore di calcio è stato prima un giocatore, questo agevola la comprensione di tutte le dinamiche che si verificano in campo e dentro o fuori lo spogliatoio e permette di entrare facilmente in sintonia con il gruppo. Al Mental Coach, quindi, non deve solo interessare analizzare le cause dei mancati successi, ma affiancare l’individuo affinché si alleni e si abitui a creare i propri sentieri mentali e motivazionali che lo conducano alla peak performance (massimo della prestazione); in sostanza, fare in modo che egli utilizzi la propria mente non come un freno ma come un acceleratore di risultati.

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