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Accanto alla Famiglia….

Breve Estratto

Come aiutare la famiglia nel prestare assistenza quando si ammala uno dei suoi componenti? Come aiutare la famiglia a gestire le “crisi” che compaiono spesso dopo l’assunzione di un ruolo di cura? Il lavoro psicoeducativo accanto alle famiglie non solo si propone di capire come la famiglia reagisce e quali risposte dà ad una situazione di stress, di crisi scaturente da un dolore, da una malattia e da un lutto, ma di giungere ad una buona comprensione della quantità e qualità del lavoro, che una famiglia compie su se stessa per raggiungere un determinato grado di adattamento, in seguito ad eventi che rischiano di disgregarla.

“Accanto alla Famiglia del Malato”.  Come aiutare la famiglia nel prestare assistenza quando si ammala uno dei suoi componenti? Come aiutare la famiglia a gestire le “crisi” che compaiono spesso dopo l’assunzione di un ruolo di cura? Il lavoro psicoeducativo accanto alle famiglie non solo si propone di capire come la famiglia reagisce e quali risposte dà ad una situazione di stress, di crisi scaturente da un dolore, da una malattia e da un lutto, ma di giungere ad una buona comprensione della quantità e qualità del lavoro, che una famiglia compie su se stessa per raggiungere un determinato grado di adattamento, in seguito ad eventi che rischiano di disgregarla.
In tale ottica è possibile mettere a fuoco l’importanza delle risorse che la famiglia contiene ed utilizza per mantenere il suo equilibrio affettivo e relazionale, le conoscenze, le culture che le permettono una razionalizzazione ed una ricerca di significato degli eventi che la vedono coinvolta affettivamente e psicologicamente.
Necessitano interventi pedagogici ed educativi mirati, programmi di arricchimento relazionale, approcci comportamentali che favoriscano l’orientamento verso una precisa attenzione verso la definizione di un sostegno sociale che quel particolare nucleo familiare richiede per poter fronteggiare l’assistenza del familiare ammalato. In tal senso, i modelli pedagogici e psicoeducativi devono sempre più essere sviluppati in relazione ai nuovi bisogni di assistenza nella comunità determinati dal fenomeno della deospedalizzazione e delle degenze sempre più brevi.
Offrendo alle famiglie strumenti semplici, soprattutto di tipo conoscitivo, per convivere con il congiunto ammalato, per accettarlo e per affrontare i periodi di crisi. Insegnare ai componenti della famiglia ad affrontare i comportamenti, le comunicazioni contraddittorie e gli atteggiamenti problematici caratteristici dell’assistenza. Questi modelli assumono come centrale il rapporto educativo con le famiglie e, non esplicitano un intervento psicoterapeutico o psicologico, sono mirati a coinvolgere le famiglie, a rompere il loro isolamento, a cambiare il rapporto con il servizio, a potenziare la famiglia come luogo di assistenza, a spostare su di essa alcune definite competenze e ad attivare potenzialità che altrimenti rischiano di rimanere latenti e chiuse al suo interno.
L’umanizzazione dell’assistenza è tanto più possibile quanto maggiore è la solidità della famiglia. Non è pensabile chiedere alle famiglie di assistere in casa i propri ammalati e poi abbandonarli al loro destino con l’inevitabile rischio di disgregarla.
L’intervento deve coinvolgere la famiglia, in specialmodo quando si tratta di affrontare un programma assistenziale lungo e doloroso, oppure quando la malattia del congiunto necessita di interventi immediati. Il coinvolgimento attivo familiare oltre a permettere la realizzazione dell’intervento nell’ambiente di vita del malato, fornisce agli operatori l’osservazione e la valutazione del “clima” emotivo e relazionale intrafamiliare. Ciò è fondamentale per evitare che i componenti del nucleo familiare possano essere sottoposti a stress, per l’eccessivo carico di responsabilità e di lavoro psico-fisico, che potrebbe condurre al rischio di “bruciarsi” o “cortocircuitarsi” e per ridurre, nondimeno, la possibilità di una crisi profonda e lacerante.
Da questo punto di vista un sostegno concreto che provenga dal contributo di operatori dell’aiuto appare particolarmente importante per le famiglie, le quali possono costruire un rapporto personalizzato con l’operatore che le aiuta, senza avvertire la sensazione di perdere il controllo nella situazione di cura. L’operatore diventa per la famiglia una persona con cui condividere ansie e incertezze. Egli sembra in grado di raccogliere e di riconoscere quei bisogni dell’intera famiglia. Inoltre, sembra rappresentare per molte famiglie una maniera per accedere nuovamente a una “normalità” relazionale frequentemente abbandonata a causa della malattia, un riavvicinarsi a relazioni sociali frequentemente trascurate a causa del totale assorbimento relativo all’assistenza.
Dunque,utile a due livelli. Sul piano pratico aiuta la famiglia a iniziare un dialogo con i servizi per eventuali momenti di assistenza, di contatto, nella presa di decisione. Inoltre sul piano psicoeducativo aiuta i famigliari a elaborare nuove modalità di approccio relazionale con il congiunto malato, permette di avere dei momenti di dialogo con qualcuno, sostenendoli nei momenti critici e di sconforto.
La famiglia e la sua centralità, è il luogo dell’intervento psicoeducativo che rappresenta una risposta flessibile ed innovativa al disagio familiare, poiché adotta risorse, metodi e strumenti tali da poter prevenire e riparare dinamiche relazionali alterate che troppo spesso sono fonte primaria di rischio dell’equilibrio emotivo intrafamiliare.
L’obiettivo prioritario, pertanto, è quello di garantire il massimo sostegno alla famiglia in difficoltà intervenendo sul suo disagio con un approccio relazionale globale, che garantisca lo sviluppo di un processo di mediazione tra individuo in difficoltà e le altre persone. In tal senso, i familiari sono visti come alleati e co-protagonisti, non viene loro attribuita alcuna colpa o responsabilità, si riconosce, piuttosto, il fatto che sopportano un carico e molte limitazioni in conseguenza del disturbo del congiunto e che debbono essere aiutati a migliorare le loro strategie di gestione del disturbo e di comunicazione con gli altri, affrontare meglio lo stress della vita di tutti i giorni accanto al congiunto ammalato.
All’inizio del trattamento vi è un intervento psicoeducazionale strutturato, seguito da incontri con la singola famiglia o con gruppi di famiglie, con cadenza almeno quindicinale e/o mensile, che continuano per periodi a medio e lungo termine. Un approccio psicoeducativo integrato (Faloon,1992) per la valutazione dei punti di forza e dei lati deboli del nucleo familiare, per l’insegnamento di abilità di comunicazione e di un metodo strutturato di soluzione dei problemi, come migliorare il modo di discutere e affrontare insieme i problemi. L’operatore che segue la famiglia più da vicino incoraggia, mostra/propone di decidere insieme a trovare soluzioni ai loro problemi, tranne nei periodi di particolare difficoltà o grave crisi, in cui interverrà direttamente con le sue conoscenze proponendo i metodi più adatti, ma più spesso egli si comporterà come un “consulente di processo”(Schein, 1992), un “case manager” (1) che aiuterà i familiari a trovare da soli le risposte (Folgheraiter, 1993).
Ai membri della rete familiare viene richiesta la partecipazione a riunioni settimanali con uno o due operatori; durante gli incontri con gli operatori vengono valutati i progressi e le difficoltà incontrate. Gli effetti positivi e duraturi di tali incontri, oltre all’efficace fattore informazione, sono quelli riconducibili alla solidarietà tra famiglie, alla condivisione di problemi comuni, ansie, timori, alla “catarsi”(rebirthing) intesa come liberazione dalle passioni attraverso la rappresentazione e la condivisione di vicende che suscitano forti emozioni, al fine sollevare e rasserenare l’animo (De Luca, 1995), poter esperire le proprie emozioni senza esserne sommerso, può “sentire intelligentemente” e “capire sentimentalmente”, una scarica emozionale con la possibilità di comprensione intellettuale e recupero di preziose energie vitali fino a quel momento impegnate in meccanismi di difesa, tesi a mantenere gli equilibri in un contesto di sofferenza (Falzoni Gallerani, 1992). Le funzioni essenziali e gli obiettivi di tale intervento sono quelli di sostenere la famiglia nei momenti di difficoltà, fornendogli gli strumenti per fronteggiarle e rimuoverle; aiutandola quindi a scoprire le proprie potenzialità, riconoscere i propri bisogni, acquisire capacità di agire in autonomia; valorizzare e potenziare le dinamiche relazionali all’interno della famiglia in quanto “se il comportamento del malato viene profondamente e costantemente influenzato in senso positivo dalla realtà assistenziale (…) e familiare possiamo riscontrare espliciti miglioramenti clinici, riacquisizione di energie individuali e collettive (…)”(Cazzullo,1997); costruire una rete di legami “community-oriented” (Calvaruso, 1994) per sostenere la famiglia in difficoltà, mettendola in condizioni di recuperare il suo ruolo e di operare in autonomia; promuovere le capacità progettuali della famiglia senza esigere nuovi paradigmi con la convinzione che ”invece di portare un metodo di lavoro con me… (paradigma), cerco di catturare un discorso fresco e differente con ogni famiglia, in ogni sessione (sintagma)” (Di Nicola, 1993).
Note

1. Il “Responsabile del caso” è un operatore che si assume la responsabilità del controllo dell’attuazione degli interventi previsti nel programma assistenziale personalizzato (è il garante del piano assistenziale individualizzato). Rappresenta anche il primo riferimento “organizzativo” per l’assistito, la sua famiglia operatori dell’ équipe assistenziale. E’ una figura di raccordo all’interno dell’équipe assistenziale, garantendone l’integrazione, tenendo le fila della comunicazione tra i suoi membri e assicurando che gli interventi assistenziali sul singolo caso siano effettuati in maniera coordinata senza sovrapposizioni, intralci reciproci e/o vuoti di assistenza. Cura il rapporto con la famiglia dell’utente con il referente familiare fornendo la più ampia informazione sul programma assistenziale che deve essere dalla famiglia pienamente condiviso, al fine di attivare la massima collaborazione e di raccogliere tutte le indicazioni utili e/ le richieste di aiuto e di supporto.

Brano estratto dal libro:

Accanto alla famiglia del malato
Autore – Raffaele Crescenzo

Editore – Boopen
ISBN 978-88-6223-843-4

Bibliografia
Andreoni B. et alt.,(2000), Assistenza domiciliare integrata, Masson Editore
AA.VV., (2002),Pedagogia per il territorio:disagio,lavoro di cura e relazione d’aiuto, CleupEditrice, Padova
Bertrando P. , 1997, Misurare la famiglia. Il metodo dell’emotività espressa. Bollati Boringhieri, Torino
Brenner, H. ,1988, Terapia Psicologica Integrata (IPT) McGraw-Hill
Calvaruso C.,1994, Postfazione,Realtà e Innovazione. i servizi sociosanitari nel Mezzogiorno, Ricerca Labos Formez, Ed. ter, Roma
Carkuff R. ,1993, L’arte di aiutare, Centro studi Erickson, Trento
Cazzullo CL., (1997), L’ accettazione della malattia mentale, Dolentium Hominum, anno XII, n.34
Contessa, G. (1995). La prevenzione del burnout. Il vaso di Pandora, Vol, III, n.3.
Crescenzo, R.,2001,Relazione Convegno sul tema:“La sclerosi multipla: aspetti assistenziali”,(CS)
Crescenzo R.,1999,Relazione Incontro sul tema:”L’educazione un progetto di umanità”,Centro Studi Nicolaiani, (CS)
Crescenzo R.,1999,Relazione Corso per Operatori Pastorali su: “La cura pastorale dei malati”,Ufficio Diocesano per la Pastorale della Salute, (CS)
Crescenzo R.,1997,Relazione Incontro sul tema:“Problemi di Riabilitazione e Rieducazione del Paziente Oncologico”, A.S.n.2, (CS)
Crescenzo R., 2009, La Sindrome del Burn-out – PsicoLAB Laboratorio di Ricerca e Sviluppo in Psicologia – Rivista mensile di informazione scientifica on Line “PsicoLab.net” – Firenze
Culley S.,1991, Integrative counselling skills in action. Sage, London
De Luca A.,1995, Rebirthing, la terapia della rinascita, Ed. Xenia, Milano
Di Nicola V.,(1997),Cultura e rete di significati:la famiglia e i contesti sociali che creano le situazioni umane difficili, Dolentium Hominum, anno XII, n.34
Falloon I.,(1992), Intervento psicoeducativo integrato in psichiatria, Edizioni Erckson, Trento
Falzoni Gallerani F. ,(1992), Il respiro dell’anima, Ed. Armenia, Milano
Folgheraiter F.,(1993),I nuovi approcci reticolari nel lavoro sociale:riflessi sul ruolo dell’assistente sociale, F.Angeli, Milano
Jackson D. D.,(1957), The Question of Family Homeostasis, in Psychiatr. Quarterly. Suppl., 31, 79-90
Maslach, C. & Jackson, S.E. (1986). Maslach Burnout Inventory Manual (2nd edn.). Palo Alto, CA: Consultino Psychologists Press, Inc.
Mercuel A. et alt., (2000), Colloquio e relazione d’aiuto, Masson Editore
Minuchin S., Rosman BL., Baker L., Psycosomatic families. Anorexia nervosa in context, in Cassano GB., Pancheri P., Ravizza L.,(1992), La Clinica dell’Ansia,Il Pensiero Scientifico Editore, Roma
Mucchielli R.,(1994), Apprendere il counselling. Edizioni Erickson, Trento
Napier AY., Whitaker CA.,(1992),The family crucible, in Cassano GB., Pancheri P., Ravizza L., La Clinica dell’Ansia, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma
OMS, (1990), “Dolore da cancro e cure palliative”, Collana rapporti Tecnici 804, Ginevra
Pergolesi S.(a cura di),(2002), A casa con sostegno. Un progetto per le famiglie di bambini, bambine e adolescenti con deficit, Milano, Angeli
Rogers CR. ,(1980), A way of being, Houghton Mifflin, Boston
Schein E.H.,(1992), Lezioni di consulenza, ed. Raffaello Cortina, Milano
Vaughn & Leff, (1997), “Camberwell Family Interview”, in Wolpert E., Terapie Psicosociali ,Dolentium Hominum, anno XII, n.34

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