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Pare sia stato Confucio per primo a delineare le varie età dell’esistenza: “A quarant’anni non ebbi più perplessità, a cinquanta sapevo quali erano gli ordini del cielo”. E secondo il Talmud quaranta è l’età per capire, cinquanta per dar consiglio. Chissà quanti di noi davvero si riconoscono tanta sapienza!
Tuttavia, al di là dell’ottimismo di antiche certezze, il desiderio di suddividere in stagioni il corso dell’esistenza, attribuendo ad ognuna specificità e caratteristiche condivise, continua ad essere sempre molto vivo.
Lo si è fatto prima in maniera rigida, poi via via dando valore a crisi, passaggi, transizioni, a momenti di crescita e di rinnovate possibilità, con l’intento di cogliere nella vita il segreto del suo sereno attraversamento.
Aldo Carotenuto ha intitolato uno dei suoi libri più belli, appunto, Attraversare la vita, di cui consiglio lettura e rilettura, insieme ad un testo degli anni ’80, ancora attualissimo che è Distacchi di Judith Viorst.
Loro, ed altri interpreti dell’anima moderna, ci hanno invitato a decifrare nell’apparente linearità del tempo i brevi momenti di lotta, le lunghe pause di assestamento.
Ci hanno spiegato che per superare fluidamente le crisi conviene abbandonare insieme all’età che passa l’immagine di un noi, un noi precedente, che dentro di noi non vuole passare. Ammonendoci che la maniera migliore per perdere è quella di lottare ostinatamente contro le nostre stesse perdite.
E ancora invitandoci a non evitare i lutti, quelli inevitabili, ineludibili: dell’infanzia quando iniziamo l’adolescenza, della giovinezza quando entriamo nell’età adulta, della stagione di mezzo alla soglia della terza età.
Eppure, ci avverte Judith Viorst, non esistono dolci perdite. Allora, per assaporare il presente non dimentichiamo per favore di portare con noi, dentro di noi, nei passaggi, qualcosa che ieri ci ha resi ciò che eravamo e che in parte, almeno in parte, vorremmo continuare ad essere.
Accarezziamo i nostri residui nostalgici, quel tanto di fragilità, di ambivalenza, di incertezza che ci fa più veri e insieme, per fortuna, più liberi da ingombranti rigidità.
Ancor più di fronte agli eventi che accelerano i passaggi e ci fanno incontrare con il nostro Sé di ieri, e a volte, perché no, anche pareggiare alcuni conti in sospeso con il passato. Eventi quali la morte di un genitore, la nascita di un figlio. Accadimenti affettivi così assoluti che rischiano di spezzare, e per un po’ lo fanno, la continuità con la trama della nostra esistenza. Saremo per sempre orfani, infatti, quando un genitore ci avrà lasciati; per sempre madri e padri dal momento in cui avremo messo al mondo un figlio.
Ineluttabile poi è il tempo della seconda nascita dei figli, l’adolescenza: tempo di lutto e di rinnovamento insieme. E’ difficile però, e anche tanto, vivere la piena consapevolezza dei vuoti affettivi e intravedere contemporaneamente opportunità di cambiamento.
Incontro settimanalmente a scuola genitori di figli adolescenti durante i colloqui di counseling, madri soprattutto. Accolgo il loro spaesamento, lo stupore della loro solitudine, il desiderio di uscire da estenuanti disaccordi quotidiani. Ma è sempre una frase, la stessa, ad anticipare le loro lacrime o ad essere un tutt’uno col pianto: “Non lo riconosco più”.
Non lo riconosco più”, detto del proprio figlio significa ammettere una sconfitta emotiva, un profondo dispiacere, un vero e proprio lutto. E’ difficile, dicevo, cogliere opportunità nella sofferenza, quando la lista delle perdite sembra di gran lunga più lunga della lista dei guadagni.
Quando vediamo sfumare l’intimità con il nostro bambino, con la nostra bambina; l’immagine della loro recente fanciullezza; la nostra stessa immagine di giovani genitori che vorremmo fermare mentre, a nostro dispetto, sbiadisce. Le occasioni di crescita, quelle, paiono irraggiungibili, buone per le trattazioni degli psicologi, così sicuri quando non sono chiamati a fare i conti con le brusche adolescenze di casa loro.
Eppure è vero che l’incontro con l’adolescenza dei propri ragazzi può essere il momento giusto per farci incontrare la nostra di adolescenza, tanto più se non ci è stata permessa o non ce la siamo concessa fino in fondo, se buona parte della nostra energia vitale sottratta al presente è rimasta imbrigliata in quel là ed allora, ma che qui e ora nessuno ci impedisce di rivisitare.
Recentemente è avvenuto a una mia cliente (chiamiamola Anna) durante una seduta di counseling. Anna è una donna un po’ avanti negli anni, rispetto alle altre madri di figli quindicenni. Ha un passato personale e familiare dolorosissimo, per cui raramente la si vede serena. Parlando dei suoi quindici anni è emerso un desiderio vissuto allora, fortissimo e inappagato: una gonna nuova! La madre, vedova e con problemi economici, non poteva regalargliela, ma non so quanto lei, da ragazzina, abbia insistito. Credo poco, se ancora adesso, durante il racconto, l’Anna adulta minimizzava, razionalizzava, giustificava.
Poi, invitata a descrivere l’oggetto del suo desiderio, piano piano ha indossato con l’immaginazione la gonna a pieghe, beige, corta, ma non cortissima, appena un po’ sopra il ginocchio. Entrando nell’emozione, si è rilassata, ha sorriso, ha perso finalmente la consueta rigidità.
Il suo ricordo non era affatto piacevole; in fondo si trattava di una privazione, ma l’intensità del desiderio lo era, eccome! Aveva ragione Leopardi quando sosteneva che giova il ricordar delle passate cose “ancor che triste e che l’affanno duri”?.
Recuperare con la memoria il proprio vissuto giovanile, attenzione, non significa sottrarre l’adolescenza ai nostri ragazzi. Non lo perdonerebbero. Non hanno bisogno di genitori regrediti o esageratamente nostalgici. Né di adulti che ostentano un passato più degno del loro. Hanno bisogno piuttosto di emozioni vere, di autenticità e di partecipazione sincera.
Di mantenere salda la continuità con la loro storia familiare. I nostri ricordi, ravvivati, servono a collocare meglio il loro diventare adulti, a dare più senso alla loro esperienza.
E noi con loro, ma più di loro, abbiamo bisogno di radicare un vissuto del tutto nuovo, altrimenti incomprensibile, quello di un figlio che psicologicamente ci sta lasciando, nel nostro ciclo vitale fatto di unioni e distacchi, di amori e disamori.
E se è vero che ogni vita merita un romanzo, come diceva Flaubert, beh, allora la nostra non sarà da meno; per cui affolliamo pure il nostro romanzo di personaggi. Costruiamo la nostra epopea familiare, con quel tanto di commedia e tragedia di cui è intessuta e poi scriviamola e riscriviamola, a nostro esclusivo beneficio.
Diamo solidità alla nostra vita passata. E se nel meticoloso intrecciarsi delle trame dovessimo incontrare qualche fragilità, abbiamo il coraggio di farla uscire dall’ombra. Ne vale la pena.
Domani, quando i nostri figli davvero si allontaneranno, saremo forse persone più forti, forse più complete; e sarebbe molto bello, pronte a lasciarli andare con la nostra benevolenza.

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Margherita Fratantonio