Le stagioni della vita
Il desiderio di suddividere l’esistenza in stagioni, attribuendo a ciascuna caratteristiche proprie, è antichissimo. Formulazioni come quelle attribuite a Confucio (a quarant’anni la fine delle perplessità, a cinquanta la comprensione) o le indicazioni della tradizione talmudica sull’età per capire e quella per dare consiglio, esprimono un ottimismo in cui non tutti si riconoscono.
Nel tempo quelle suddivisioni si sono fatte meno rigide, dando invece valore a crisi, passaggi e transizioni: momenti di difficoltà che sono anche momenti di possibilità.
Autori come Aldo Carotenuto e Judith Viorst hanno invitato a leggere, sotto l’apparente linearità del tempo, i brevi momenti di lotta e le lunghe pause di assestamento.
La regola dei passaggi
La loro indicazione centrale è controintuitiva ma precisa: per attraversare fluidamente una crisi occorre abbandonare, insieme all’età che passa, l’immagine di sé che le corrispondeva, quel “noi precedente” che dentro di noi non vuole passare.
Ne discende un avvertimento: il modo migliore per perdere è lottare ostinatamente contro le proprie stesse perdite.
Da qui l’invito a non evitare i lutti inevitabili: quello dell’infanzia quando comincia l’adolescenza, quello della giovinezza quando si entra nell’età adulta, quello della stagione di mezzo sulla soglia dell’età anziana.
Con un’onestà che vale la pena riportare: non esistono perdite dolci. Nessuna di queste transizioni è indolore, e presentarla come tale non aiuta chi la sta attraversando.
Cosa portare con sé
L’indicazione più preziosa riguarda però ciò che si conserva. Nei passaggi conviene portare con sé qualcosa che ci ha reso ciò che eravamo e che in parte vorremmo continuare a essere.
Vale la pena accarezzare i propri residui nostalgici: quel tanto di fragilità, ambivalenza e incertezza che ci rende più veri e, insieme, più liberi da rigidità ingombranti.
Gli eventi che accelerano
Alcuni accadimenti accelerano bruscamente questi passaggi e ci mettono di fronte al nostro sé di ieri, offrendo talvolta l’occasione di regolare conti rimasti aperti.
Sono eventi affettivi assoluti (la morte di un genitore, la nascita di un figlio) che rischiano di spezzare, e per un periodo lo fanno, la continuità della propria storia.
Il motivo è che modificano irreversibilmente una posizione: si è per sempre orfani dal momento in cui un genitore se ne va, per sempre madri o padri dal momento in cui nasce un figlio.
L’adolescenza dei figli come lutto
A questi si aggiunge quella che l’autrice definisce la seconda nascita dei figli: l’adolescenza. Tempo di lutto e di rinnovamento insieme.
La difficoltà è proprio questa doppiezza: è arduo vivere pienamente il vuoto affettivo e contemporaneamente intravedere le opportunità.
Nei colloqui con i genitori (soprattutto madri) ricorrono lo spaesamento, lo stupore della propria solitudine, il desiderio di uscire da disaccordi quotidiani estenuanti. E ricorre soprattutto una frase, sempre la stessa: «Non lo riconosco più».
Detta del proprio figlio, quella frase significa ammettere una sconfitta emotiva e un vero e proprio lutto.
La lista delle perdite
Cogliere opportunità nella sofferenza è difficile quando la lista delle perdite appare molto più lunga di quella dei guadagni. E le perdite sono reali:
- l’intimità con il bambino o la bambina che si è avuto accanto;
- l’immagine della loro recente fanciullezza;
- la propria immagine di giovani genitori, che sbiadisce indipendentemente dalla propria volontà.
Di fronte a tutto questo, le occasioni di crescita appaiono irraggiungibili: buone per le trattazioni degli specialisti, aggiunge con ironia l’autrice, tanto sicuri finché non devono fare i conti con le adolescenze di casa propria.
L’opportunità: incontrare la propria adolescenza
Eppure l’incontro con l’adolescenza dei figli può essere il momento giusto per incontrare la propria: tanto più se non ci è stata concessa o non ce la siamo concessa fino in fondo.
Se una parte della propria energia vitale è rimasta imbrigliata in quel passato, nulla impedisce di rivisitarlo ora.
Un episodio
L’autrice racconta il caso di una donna con una storia personale e familiare molto dolorosa, raramente serena. Parlando dei propri quindici anni emerse un desiderio di allora, fortissimo e mai soddisfatto: una gonna nuova. La madre, vedova e in difficoltà economiche, non poteva regalargliela, e probabilmente lei aveva insistito poco, se ancora da adulta, nel raccontarlo, minimizzava e giustificava.
Invitata a descrivere l’oggetto di quel desiderio, ne ricostruì lentamente i dettagli: il tessuto, il colore, la lunghezza. Entrando nell’emozione si rilassò, sorrise, perse la consueta rigidità.
Il ricordo in sé non era piacevole: si trattava di una privazione. Ma l’intensità del desiderio, quella sì. Ed è quell’intensità (non l’oggetto) a essere rimasta disponibile.
Un avvertimento necessario
Recuperare il proprio vissuto giovanile non significa sottrarre l’adolescenza ai figli. Non lo perdonerebbero.
I ragazzi non hanno bisogno di genitori regrediti o eccessivamente nostalgici, né di adulti che ostentano un passato più degno del loro.
Hanno bisogno di emozioni vere, autenticità e partecipazione sincera. E di mantenere salda la continuità con la propria storia familiare: i ricordi dei genitori, ravvivati, servono a collocare meglio il loro diventare adulti e a dare senso alla loro esperienza.
Perché serve anche a noi
Gli adulti, però, ne hanno bisogno ancora più dei figli. Serve a radicare un vissuto altrimenti incomprensibile (quello di un figlio che psicologicamente si sta allontanando) dentro un ciclo di vita fatto di unioni e distacchi.
Da qui l’invito conclusivo: costruire la propria epopea familiare, con quel tanto di commedia e tragedia di cui è fatta, e scriverla e riscriverla a proprio esclusivo beneficio.
Dare solidità alla propria vita passata. E se nell’intrecciarsi delle trame si incontrasse qualche fragilità, avere il coraggio di farla uscire dall’ombra.
Perché domani, quando i figli si allontaneranno davvero, si potrà essere persone più complete, e pronte a lasciarli andare con benevolenza.
Domande frequenti
Perché l’adolescenza dei figli viene descritta come un lutto?
Perché comporta perdite reali: l’intimità con il bambino che si è avuto accanto, l’immagine della sua fanciullezza e la propria immagine di giovani genitori. La frase ricorrente «non lo riconosco più» esprime esattamente questo.
Qual è la regola per attraversare le crisi di passaggio?
Abbandonare, insieme all’età che passa, l’immagine di sé che le corrispondeva. Il modo migliore per perdere è lottare ostinatamente contro le proprie perdite.
Ripensare alla propria adolescenza toglie spazio a quella dei figli?
No, se non diventa nostalgia esibita o confronto. I ragazzi non hanno bisogno di genitori regrediti né di adulti che ostentano un passato più degno, ma di autenticità e di continuità con la storia familiare.
Perché serve dare solidità al proprio passato?
Perché permette di collocare l’allontanamento del figlio dentro un ciclo di vita fatto di unioni e distacchi, rendendolo comprensibile, e di arrivare più completi al momento della separazione reale.