Un film leggero, ma non superficiale
“AAA Achille” è certo un film più leggero di quelli commentati finora. Vale comunque la pena di lavorare su questa pellicola, perché vi si ritrovano alcune delle preziosità alle quali ci ha ormai abituati l’attore-regista Sergio Rubini.
Achille è un bimbo affetto da balbuzie al quale muore l’amato padre. Si ha la sensazione che il padre, definito dallo stesso Achille “architetto molto scientifico e molto tecnico”, trascorresse molto tempo con il figlio lavorando a un plastico in scala di una città immaginaria, popolata di personaggi fantastici.
Il lutto negato e l’invio a Villa Agorà
Achille non piange il lutto del padre. A scuola viene definito “orfano” dal maestro e ci rimane molto male: nega in pubblico che suo padre sia morto, e i compagni ridono di questo. A casa sono preoccupati: chi si dovrà occupare della balbuzie, che lo rende “imperfetto”? Il medico consiglia Villa Agorà, un centro specializzato in cui si rieducano i balbuzienti a produrre adeguatamente la parola. La famiglia accetta: Achille trascorrerà una settimana all’interno di un gruppo di persone con problemi simili ai suoi.
A Villa Agorà Achille incontrerà Remo, il mentore ex balbuziente, un po’ logopedista e un po’ psicologo, con il quale riuscirà, non senza difficoltà, a costruire un dialogo basato sulla fiducia.
Due modi opposti di intendere la cura
Il programma del professor Aglieri, luminare e insieme azzeccagarbugli che propone con autorità le sue ricette “scientifiche”, consiste soprattutto nel far leggere o ripetere parole con il “canto-parlare”, una sorta di esercizio di lettura cantata, per alcuni giorni, seguito dalla cosiddetta prova sul campo. Se qualche rudimento scientifico dimostra di averlo acquisito, Aglieri non mostra però la benché minima preparazione psico-dinamica: è arrogante, anaffettivo, non si fa scrupoli nel mettere a disagio i pazienti, esponendoli anche a esperimenti potenzialmente dannosi, come la prova sul campo, propinata senza considerare adeguatamente le possibili conseguenze.
Nel tentativo di aprirsi a una modernità che sembra subire, Aglieri ospita a Villa Agorà il logopedista creativo Remo, al quale fornisce uno spazio, la camera creativa, in cui ogni membro del gruppo possa esercitarsi a esprimere la creatività latente in ognuno. A Villa Agorà, però, si fa ancora differenza tra persone “normali” e “anormali”. Anche il fidanzato della bellissima Alessandra, una delle pazienti, sembra affetto dallo stesso pregiudizio: al telefono le dice “quando sei guarita ci facciamo anche una bella chiacchierata”.
La creatività contro il sintomo
Il corso si apre con un fantasmagorico “la balbuzie attrae germi sulle corde vocali, caramelle al propoli per tutti!” del professore, e con l’assistente che rincara: “la balbuzie non passa mai, è un mostro che sta nel vostro corpo, ma noi abbiamo il metodo brevettato”. È la creazione del bisogno seguita dalla presentazione della soluzione come esorcismo. Remo, presentato subito dopo, aggiunge una voce diversa: “la fantasia per alcuni momenti li avrebbe aiutati; io affrontavo la mia solitudine di balbuziente costruendo giocattoli; la solitudine è una cosa bellissima, basta dividerla con qualcuno”.
Achille è il primo a salire nella camera creativa: “mi hanno portato qui perché sono orfano”. Remo gli risponde mostrandogli le sue calcolatrici che “stanno pensando” e il suo cestino delle parole inutili, un cestino con un registratore per registrare le parole che si odiano. Achille registra la parola “Achille”: la sua autostima è a terra. Poi però ha un guizzo parlando del plastico costruito con il padre, e si arrabbia e se ne va quando Remo gli fa notare che, parlando del padre e del plastico, non aveva tartagliato per niente.
L’indomani Achille fa fagotto e se ne va; Remo lo raggiunge e lo accompagna a casa. Nonostante la zia, piuttosto pia e severa, Remo aiuta il bimbo a sistemare le luci del plastico e, dopo aver ammirato l’effetto del plastico illuminato, torna a Villa Agorà insieme ad Achille.
Il ruolo, la verità e il conflitto
Achille si dimostra riluttante al metodo del canto-parlare ed evita come può. Remo, fuori campo, accenna alla parte che ognuno recita nella propria vita e a quella del professor Aglieri: nelle sue parole c’è l’amarezza di sapere che tutti, in quella situazione, recitavano un ruolo che aveva relativamente a che fare con la verità. Alessandra va a casa di Remo, e lui le espone la sua percezione del fenomeno balbuzie: ne esce un quadro più psicologico che canto-parlato, “la balbuzie non esiste, uno si deve innamorare perdutamente, follemente, di se stesso”.
Ben presto nascono contrasti tra Remo e il professore, che gli dice: “Remo, lei mi rema contro!”. Discutono della prova sul campo: “lei vuole mandare queste persone allo sbaraglio; se si sentono giudicati non parlano”. Qui Remo è il mentore-psicologo, e al luminare non resta che mostrare le medaglie sul petto: “che autorità ha lei per dire questo?”.
La prova sul campo e il finale
“In bocca al lupo!” dice Aglieri ai membri del gruppo che stanno per entrare in un centro commerciale per la famigerata prova sul campo, che consiste in un compito di socializzazione con ignari commessi, utilizzando la tecnica del canto-parlare. Remo, che intanto ha deciso di andarsene, non raccoglie la provocazione dell’assistente che lo definisce vigliacco, ma si fa dire dove avviene la prova e si precipita al centro commerciale. Vi trova il disastro: è successo il finimondo, e il professore, dopo aver visto cosa avevano combinato le sue procedure, ha un malore e viene portato via in ambulanza. La prova si è rivelata un completo fallimento, ma c’è un pullman a disposizione e il mare è a pochi chilometri.
Al mare accade qualcosa di significativo: la piccola Anna, che aveva delle ali di cartapesta usate per il ruolo di angelo durante una processione, le getta in mare; Achille si tuffa per recuperarle e resta stupito quando Anna gli confessa di averle buttate lei, perché ormai le stavano strette. Noi restiamo ancor più stupiti nel vedere che i genitori della bimba avevano comprato altre due ali, come a dirle “non crescere mai, resta sempre il nostro angelo”. Colpo di scena: durante il buffet d’addio scopriamo che Achille parla benissimo. Con i bambini parla bene, ma con la madre balbetta: altro che canto-parlare.
Il film finisce con le parole del professor Aglieri, che, indomito, riceve il nuovo gruppo dicendo “da domani inizierete a parlare anche voi come persone normali”, e con le parole delicate di Remo, fuori campo: “Achille si è fidato di me perché eravamo uguali; il fidarsi è stato un piccolo miracolo che nel cuore di una persona può essere come una guerra vinta”.
Domande frequenti
Di cosa parla il film “AAA Achille”?
Racconta di Achille, un bambino balbuziente che, dopo la morte del padre, viene mandato in un centro specializzato. Lì incontra Remo, un mentore ex balbuziente che lo aiuta attraverso la fiducia e la creatività, in contrasto con il metodo rigido e “scientifico” del professor Aglieri.
Che significato psicologico ha la balbuzie di Achille?
La balbuzie appare legata al lutto negato e alla bassa autostima: Achille non balbetta quando parla del padre e del plastico costruito insieme, mentre torna a farlo con la madre. Il sintomo si intreccia con le emozioni non elaborate più che con un semplice difetto di produzione della parola.
Perché il metodo di Remo è più efficace di quello di Aglieri?
Perché Remo lavora sulla relazione, sulla fiducia e sull’autostima, mentre Aglieri applica una tecnica meccanica ignorando la dimensione emotiva. Come dice Remo, chi si sente giudicato non parla: la cura passa dal riconoscimento, non dall’esposizione forzata.
Cosa rappresentano le ali gettate in mare da Anna?
Rappresentano il desiderio di crescere e di liberarsi da un ruolo diventato stretto. Il gesto contrasta con l’atteggiamento dei genitori, che comprano altre ali per mantenerla “angelo”: un’immagine efficace del conflitto tra crescita e aspettative altrui.
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