Abstract
Il teatro è crescita, condivisione e paradosso. Per quanto sembri anarchico è strutturato su una gerarchia retta da regole assai rigide .
La poca costanza non permette la messa in scena. Bisogna lavorare sulla responsabilità personale di ciascun appartenente al gruppo teatro. La scena è creativa e spontanea: la spontaneità è l’acquisizione di un gesto non naturale. Tra attori e spett-attori un legame invisibile che diventa presto alleanza. Ognuno dalla sala esce arricchito: chi ha gioito di amore o di odio, chi ha gioito nel criticare, chi ha faticato per essere realmente quel personaggio. E’ la magia dell’azione catartica.

Fare teatro in modo consapevole è un’esperienza emotiva ed educativa allo stesso tempo.
A teatro è molto importante accorgersi del paradosso inconsapevole che si crea indossando le vesti del personaggio, la maschera. Come sia più facile, dopo naturalmente aver superato l’iniziale scoglio emotivo, abbattere le proprie difese e mettersi in gioco protetti da questo personaggio-giustificazione. Indossando, invece, la maschera del regista ci si scontra da subito con i propri limiti e la propria capacità di superare gli ostacoli piuttosto che di allontanarli. Ci accorgeremmo subito, lavorando con i bambini, che loro hanno meno barriere di noi e spesso sono proprio loro a metterci in difficoltà. I bambini con uno sviluppo lineare e non traumatico hanno una spiccata capacità di vestire i panni dei personaggi o del regista senza vivere grossi disagi emotivi. L’operatore dovrà quindi ricorrere a tutta la sua abilità professionale e capacità di consapevolezza per non trasferire le sue frustrazioni sul bambino, cosa che dovrebbe fare qualsiasi regista con i suoi attori. Difficile ma non impossibile: ci vuole un estremo equilibrio psichico e il teatro prevede un pizzico di follia, suggerisco l’ardua via della consapevolezza creativa.
Benché il teatro possa sembrare un regime anarchico dove tutto è permesso giustificando qualsiasi cosa sotto il pretesto del testo e della maschera. Già dai primi approcci ci si rende conto di quanto rigide siano le sue regole: ed è subito un paradosso.
Stanco di non riuscire ad essere me stesso per soddisfare le mille aspettative altrui, decido di fare teatro: “finalmente potrò liberarmi anche se nelle vesti di un personaggio e sentirò la mia emotività e la mia creatività esprimersi”. Scopro subito che la libertà ha un prezzo molto caro e per poche ore di volo devo lavorare tanto, duramente e faticosamente. In alcuni momenti penso di lasciar perdere perché è troppa fatica e il momento di gloria è lontano e breve. Se invece non mollo … alla fine … pur se breve … penso che ho fatto bene! Arrivare alla messa in scena è faticoso ma è un orgasmo prolungato: sale la tensione, si raggiunge un massimo picco e poi ci si rilassa fino al completo abbandono muscolare, all’ubriachezza dei propri sensi. Una vera poesia.
La poca costanza nel lavoro a teatro non permette la messa in scena. In un gruppo teatro è fondamentale essere responsabili, sempre presenti, precisi nei propri impegni e, per quanto elastici, rigidi. Ai fini della riuscita della messa in scena dello spettacolo è importante quindi lavorare sulla responsabilità personale, oltre che sulla consapevolezza corporea ed emotiva, sulla dizione, sulla postura, sulla intenzionalità etc… di ciascun appartenente al gruppo teatro. Un laboratorio teatrale è sempre anche un po’ terapia di gruppo. In scena la vicenda deve apparire realistica e spontanea. Ma che vuol dire “spontanea”? La nostra percezione della parola “spontaneo” è molto astratta e idealizzata, ovvero tutto ciò che viene definito “spontaneo” lo percepiamo come naturale, innato, automatico, normale ma a noi è stato insegnato e a volte con meccanismi piuttosto ripetitivi e meccanici: un bambino quando nasce non mangia spontaneamente con forchetta e coltello ma lo deve imparare, deve fare tanto esercizio affinché diventi un cosiddetto gesto spontaneo eppure … lo diventa! L’attore fa la stessa cosa, insieme al suo compagno di scena ripete e ripete battute e movimenti fino a quando non diventano reali e spontanei. Difficilmente si raggiungono risultati se uno dei due manca spesso alle prove, non memorizza il suo copione verbale gestuale, ritarda agli appuntamenti o agli attacchi delle battute. Per affrontare questo faticoso percorso devo sapere che sono imperfetto e che posso contare sul mio compagno in caso di blocco emotivo o mnemonico. Ma non basta la memoria, ogni volta devo ascoltare il dialogo con il mio compagno di lavoro come fosse la prima volta. Ciò che viene detto deve avere senso per me in ogni momento e quando perdo la concentrazione ricomincio, in modo che posso aiutare il mio compagno a riprendersi in un suo momento di blocco emotivo o menmonico…o mio. Il dialogo teatrale non deve mai essere ripetitivamente meccanico. Devo essere sicuro che quando mi volterò di scatto lo troverò là con il coltello pronto ad uccidere e allora dovrò “naturalmente spaventarmi” ma devo anche essere attento a ciò che accade come fosse la prima volta, potrebbe non essere là con il coltello e allora non potrò “naturalmente spaventarmi”. Anche se per mesi ho studiato per imparare a “naturalmente spaventarmi”, dovrò “teatralmente rimanere sbigottito” e dare un senso scenico al mio sbigottimento, capire quindi cosa succede tenendo il punto scenico e uscire dal fuori scena con gesti teatrali, per rientrare dentro la scena sempre con gesti teatrali … senza che nessuno se ne accorga e di solito…nessuno se ne accorge. A volte qualcuno tra il pubblico se ne accorge e dice “sono stati bravi a non farsi accorgere” ed è un pubblico soddisfatto di essere l’unico ad accorgersene, allora tutti saranno soddisfatti di essersi accorti anche loro di quanto gli attori sono stati bravi a non farsi accorgere di essere andati fuori scena.
Come nella vita è importante non meccanizzare la quotidianità pur se ripetitiva altrimenti si perde il contatto con la gioia di vivere, così è nel teatro, per quanto il copione è sempre lo stesso, ogni sera è sempre diversa dalla precedente. Diversamente non avrebbe senso parlare di teatro.
Quando il gruppo teatro si è creato e c’è fiducia, stima, responsabilità e partecipazione attiva ci si prepara per andare in scena. Salendo sul palcoscenico tutto il gruppo teatro fa un grande dono al suo pubblico il quale naturalmente lo ricambia. Tra attori e spett-attori c’è un legame invisibile, nasce nell’immaginario collettivo del gruppo attori quando durante la preparazione del lavoro immagina costantemente l’eccitamento del pubblico che gli serve come spinta emotiva. Lo stesso legame si forma nel pubblico nel momento in cui viene a conoscenza dello spettacolo e decide di andare ad assisterlo per essere fantasticamente trascinato in un mondo irreale, dove può realmente emozionarsi senza preoccupazioni. Il pubblico decide liberamente di farsi prendere onestamente in giro dal gruppo teatro. La vera alleanza tra attore e spett-attore si ha con il concreto acquisto del biglietto o con la formalizzazione della presenza a teatro da parte del pubblico. Allora si va in scena e lo spettacolo diventa realtà e metafora, l’imbroglio è stato accettato da tutti e diventa onesto, l’azione catartica confonde le emozioni nello spazio condiviso e concede a ognuno il suo picco. Ciascuna delle persone presenti in sala esce arricchito e soddisfatto: soddisfatto colui che ha gioito ed esce col sorriso, soddisfatto colui che ha goduto nel poter criticare il tutto, soddisfatto colui che è riuscito a piangere o a ridere, soddisfatto colui che ha faticato per essere realmente quel personaggio, soddisfatto lo spett-attore e l’attore. Funziona perché è un imbroglio in cui tutti si prendono responsabilmente la loro parte e tacitamente accettano che onestamente avvenga partecipando attivamente al proprio ruolo.
I meccanismi che si instaurano lavorando con il teatro sono numerosi e spesso vengono trattati con leggerezza e ovvietà, soprattutto nelle scuole. Affinché il teatro possa essere considerato educativo in un contesto scolastico, fermo restando che il teatro è di suo uno strumento educativo anche quando utilizzato in modo inconsapevole, è importante avere almeno una esperienza di carattere teatrale anche se di minore importanza e comprendere alcune basi per rendere lo strumento efficace oltre che utile. Insegnare ai bambini a fare teatro con l’obiettivo di insegnare loro la costanza, la responsabilità, l’apprendimento divertente e fantasioso, la condivisione con il gruppo, la collaboratività, il senso estetico per l’arte etc… è altro che far fare una noiosa recita a scuola di fine anno dove l’obiettivo comune delle insegnanti, dei bambini e anche dei genitori è quello di concludere un altro anno scolastico.

Immagine di Silvia Corridoni

Silvia Corridoni

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