Il paradosso della maschera
A teatro accade un paradosso spesso inconsapevole: indossando i panni di un personaggio, cioè la maschera, diventa più facile, una volta superato lo scoglio emotivo iniziale, abbattere le proprie difese e mettersi in gioco, protetti da quel personaggio-giustificazione. Chi indossa invece la “maschera” del regista si scontra subito con i propri limiti e con la capacità di superare gli ostacoli anziché evitarli.
Lavorando con i bambini ci si accorge che loro hanno meno barriere di noi, e spesso sono proprio loro a metterci in difficoltà: quelli con uno sviluppo lineare e non traumatico vestono i panni di un personaggio o del regista senza grandi disagi emotivi. L’operatore, allora, deve ricorrere a tutta la sua abilità professionale e consapevolezza per non trasferire le proprie frustrazioni sul bambino, esattamente come dovrebbe fare ogni regista con i suoi attori. Difficile, ma non impossibile: serve un grande equilibrio psichico, e il teatro richiede sempre un pizzico di follia. La via, ardua, è quella della consapevolezza creativa.
La libertà ha un prezzo
Molti si avvicinano al teatro con un’aspettativa di liberazione: stanco di non riuscire a essere me stesso per soddisfare le mille aspettative altrui, decido di fare teatro, per esprimere finalmente la mia emotività e creatività, anche nei panni di un personaggio. Ma si scopre presto che la libertà ha un prezzo alto: per poche ore di “volo” bisogna lavorare tanto, duramente e con fatica. In certi momenti si è tentati di lasciar perdere, perché lo sforzo è enorme e il momento di gloria lontano e breve. Eppure, chi non molla, alla fine, per quanto breve sia il traguardo, sente di aver fatto bene.
Arrivare alla messa in scena è faticoso, ma è un’esperienza intensa: sale la tensione, si raggiunge un picco e poi ci si abbandona a un rilassamento profondo, quasi un’ubriacatura dei sensi. Proprio per questo la poca costanza non permette la messa in scena. In un gruppo teatro è fondamentale essere responsabili, presenti, precisi nei propri impegni e, pur restando elastici, rigorosi.
Cos’è davvero la “spontaneità”
In scena la vicenda deve apparire realistica e spontanea. Ma cosa significa “spontaneo”? La nostra percezione di questa parola è idealizzata: definiamo spontaneo ciò che ci sembra naturale, innato, automatico. In realtà molto di ciò che chiamiamo spontaneo ci è stato insegnato, a volte con meccanismi ripetitivi. Un bambino, alla nascita, non mangia “spontaneamente” con forchetta e coltello: lo deve imparare, con tanto esercizio, finché quel gesto diventa spontaneo. E lo diventa.
L’attore fa lo stesso: insieme al compagno di scena ripete battute e movimenti finché non diventano reali e spontanei. Difficilmente si ottengono risultati se uno dei due manca alle prove, non memorizza il copione verbale e gestuale, ritarda o sbaglia gli attacchi delle battute. Per affrontare questo percorso occorre accettare la propria imperfezione e sapere di poter contare sul compagno in caso di blocco emotivo o mnemonico.
Ascoltare come fosse la prima volta
Non basta la memoria: ogni sera l’attore deve ascoltare il dialogo con il compagno come fosse la prima volta. Ciò che viene detto deve avere senso in ogni momento; e quando si perde la concentrazione, si ricomincia. Il dialogo teatrale non deve mai essere meccanico. L’attore deve essere sicuro che, quando si volterà di scatto, troverà il compagno con il coltello pronto a colpire e potrà “naturalmente spaventarsi”; ma deve anche restare attento come fosse la prima volta, perché il compagno potrebbe non essere lì. In quel caso, dopo mesi passati a imparare a “spaventarsi naturalmente”, dovrà “teatralmente rimanere sbigottito”, dare un senso scenico allo sbigottimento e gestire l’imprevisto con gesti teatrali, senza che nessuno se ne accorga. E di solito nessuno se ne accorge. Come nella vita, insomma, è importante non meccanizzare la quotidianità pur ripetitiva, altrimenti si perde il contatto con la gioia di vivere: ogni sera, anche con lo stesso copione, è sempre diversa dalla precedente.
Il patto tra attore e spettatore
Quando il gruppo si è consolidato, con fiducia, stima, responsabilità e partecipazione, ci si prepara ad andare in scena. Salendo sul palco, tutto il gruppo fa un grande dono al pubblico, che lo ricambia. Tra attori e “spett-attori” si crea un legame invisibile: nasce già durante le prove, quando gli attori immaginano l’emozione del pubblico come spinta, e si forma nel pubblico nel momento in cui decide di assistere allo spettacolo per lasciarsi trascinare in un mondo dove può emozionarsi senza preoccupazioni.
Il pubblico sceglie liberamente di farsi “onestamente prendere in giro” dal gruppo teatro. Questa alleanza si concretizza con l’acquisto del biglietto o con la scelta di essere presenti. Allora lo spettacolo diventa realtà e metafora: l’imbroglio, accettato da tutti, diventa onesto, e l’azione catartica mescola le emozioni nello spazio condiviso, concedendo a ciascuno il suo picco. Ognuno esce dalla sala arricchito: chi ha gioito, chi ha goduto nel criticare, chi è riuscito a piangere o a ridere, chi ha faticato per essere davvero quel personaggio. Funziona perché è un imbroglio in cui tutti, responsabilmente, accettano la propria parte.
Il teatro come strumento educativo
I meccanismi che il teatro attiva sono numerosi, e spesso vengono trattati con leggerezza, soprattutto a scuola. Il teatro è di per sé uno strumento educativo, anche quando usato in modo inconsapevole. Ma perché lo diventi davvero in un contesto scolastico, è importante che chi lo propone abbia almeno un’esperienza teatrale e ne comprenda alcune basi, così da renderlo efficace oltre che utile. Un laboratorio teatrale, in fondo, è sempre anche un po’ terapia di gruppo: lavora sulla consapevolezza corporea ed emotiva, sulla dizione, sulla postura, sull’intenzionalità.
Insegnare ai bambini a fare teatro per trasmettere costanza, responsabilità, apprendimento divertente e fantasioso, condivisione, collaborazione e senso estetico è ben altra cosa dal far fare una noiosa recita di fine anno, il cui unico obiettivo, per insegnanti, bambini e genitori, è concludere l’ennesimo anno scolastico. Il teatro consapevole educa la persona nella sua interezza.
Domande frequenti
Perché il teatro è un “paradosso”?
Perché sembra anarchico, un luogo dove tutto è permesso grazie al testo e alla maschera, ma in realtà è retto da regole rigidissime. La libertà espressiva che offre si conquista solo con disciplina, costanza e responsabilità: da qui il paradosso.
Cosa significa che la spontaneità si impara?
Che ciò che appare naturale in scena è in realtà frutto di allenamento. Come un bambino impara a mangiare con le posate finché il gesto diventa “spontaneo”, l’attore ripete battute e movimenti finché diventano reali e credibili. La spontaneità, a teatro, è un’acquisizione.
Cos’è il patto tra attore e spettatore?
È l’alleanza invisibile per cui il pubblico sceglie liberamente di lasciarsi “onestamente prendere in giro”, entrando in un mondo di finzione dove emozionarsi. Si concretizza con la presenza a teatro, e attraverso l’azione catartica arricchisce sia gli spettatori sia gli attori.
Perché il teatro è educativo a scuola?
Perché insegna costanza, responsabilità, collaborazione, consapevolezza emotiva e corporea e senso estetico, in modo divertente e coinvolgente. Un laboratorio teatrale consapevole è ben diverso, e molto più formativo, di una semplice recita di fine anno.
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