Il comportamento didatticamente inaccettabile che consiste nello scegliersi una propria “scala dei voti” è universalmente ritenuto legittimo dalla scuola italiana.
Il singolo insegnante può tranquillamente dichiarare, per esempio, che i suoi voti vanno dal due all’otto ed aggiungere che in realtà non dà mai più di sette, senza sollevare proteste o incorrere in sanzioni di alcun genere. Il restringimento della scala dei voti rispetto a quella ufficialmente prevista dalla normativa è un’azione perversa da un punto di vista psicopedagogico.
Sappiamo che il voto è un simbolo socialmente condiviso, che ha lo scopo di esprimere un giudizio universalmente interpretabile; allora perché soggettivizzarne ulteriormente l’uso in modo capriccioso?!
Ciò significa fare del voto un uso personale anziché un uso pubblico e legare a sé l’alunno in una relazione diadica asimmetrica in cui l’insegnante si arroga il diritto di erigersi a giudice unico del valore dell’alunno.
In un tale contesto vige l’attribuzione di etichette, in pratica l’abitudine a dare un giudizio di valore piuttosto rigido su ciascun alunno; è importante far presente che sia un’etichettamento positivo che negativo è pregiudizievole per l’autostima dell’allievo: nel primo caso l’alunno sarà sempre valutato come “scansafatiche”, “distratto” e “svogliato”, mentre nel secondo caso potrà essere scansato dagli altri compagni perché troppo favorito dall’insegnante.
Non è una novità che le prime impressioni negative del docente, magari accompagnate da antipatia personale, segnino il destino dell’allievo; quante volte si sente dire da alcune insegnanti: “Quando un alunno vale cinque, è cinque e non c’è niente da fare!”. Su fenomeni di questo tipo si gioca, a mio parere, la maggior parte dei problemi relazionali tra alunno e professore e tali problemi sono alla base della crisi della scuola.
Sentirsi, più o meno costantemente, vittima di ingiustizie all’interno dell’istituzione scolastica è un destino che sembra accompagnare la maggioranza degli alunni italiani e non è vero che dei giovani, per il fatto che siano state vittime di un trattamento malevolo a scuola, si irrobustiscano nella vita futura. Qualsiasi relazione che sia nello stesso tempo asimmetrica e moralmente viziata è di per sé nociva per chi la subisce, nel nostro caso per gli alunni.