La fotografia sin dalla sua comparsa, avvenuta ufficialmente nel 1839, ha suscitato reazioni entusiastiche per le sue possibili applicazioni in campo sociale e scientifico, non meno che in quello artistico. Rispetto alle altre forme di rappresentazione, la fotografia si pone su un altro livello, essa infatti non è più segno di un aspetto della realtà, ma ne è la fedele riproduzione, tanto da divenire essa stessa realtà. In una fotografia non c’è solo l’aspetto fisico, materico, c’è anche comunicazione, espressione di sentimenti. Richard Avedon parlando di una fotografia che egli stesso aveva scattato al padre dice che quello sul muro non era solo il padre, ma una rappresentazione del suo rapporto con il padre e del padre con lui.
E’ per questo suo aspetto che la fotografia ben si presta ad essere utilizzata in un setting psicoterapeutico, le immagini diventano un attivatore per far emergere contenuti inconsci, per risvegliare emozioni represse. Come fa notare Linda Berman il modo di utilizzare la fotografia in terapia varia a seconda del presupposto teorico della corrente di psicoterapia.
Nella metodologia transpersonale invece non vi è un adattamento della fotografia ai presupposti teorici, ma vi è una concordanza tra determinati aspetti della fotografia e le teorie della psicologia transpersonale.
La fotografia ha infatti la capacità di fissare l’istante, rendendolo sì eterno, ma in questo ricordando la transitorietà della natura umana. Come sottolinea Susan Sontag: “Ogni fotografia è un memento mori… Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo.”
Ritengo sia proprio questo aspetto delle immagini fotografiche a renderle particolarmente adatte all’esplorazione del sé. Roland Barthes, nel suo libro “La camera chiara. Note sulla fotografia” dice: La fotografia ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente.” E ancora: “essa è il particolare assoluto, la contingenza suprema… la Tyche, l’Occasione, L’Incontro, il Reale, nella sua espressione infaticabile.”. Particolarmente interessante è l’accostamento che Barthes fa di questa prerogativa delle immagini fotografiche con la realtà designata dal buddismo con il termine sunya che in sanscrito viene indicata dal termine tathata: il fatto di essere tale di essere quello (tat). L’immagine riprodotta è solo quello, è nel qui ed ora . Esattamente in questa proprietà dell’atto fotografico di fissare in un attimo la vita, che noi sperimentiamo come flusso continuo, ritengo risieda il potere di questa tecnica di introdurci in un transe, in un altro stato di coscienza. Nell’approccio transpersonale si privilegia una dimensione trascendente, si va oltre l’aspetto biografico, la storia personale, per esplorare altre dimensioni. L’immagine della fotografia diventa allora il tramite per accedere ad un altro mondo. Entrare nel vuoto, nel qui ed ora dello scatto. Guardare le fotografie con questa attitudine vuol quindi dire non cercare significati, non interpretare l’immagine. Certamente posso intuire l’importanza di una relazione interpersonale dalla vicinanza fisica dei due soggetti in un ritratto; posso dedurre il carattere di una persona dalla sua postura.
Posso farmi raccontare qualcosa sulla situazione contingente alla scena ritratta. Ma sarà come mantenersi alla superficie del fenomeno. In bio-transe-energetica si parla di transe, per intendere quel campo di coscienza unitivo del corpo-mente-spirito, in cui l’aspetto duale della realtà viene trasceso nell’unione degli opposti, in un continuo processo dinamico. Come la realtà sensibile viene trascesa in una dimensione spirituale, così i contenuti biografici diventano espressioni archetipiche. Esplorare queste dimensioni può portare a scoprire i blocchi da cui nascono i sintomi di disagio psichico, nella transe può manifestarsi il nouminoso, per dirla con le parole di Jung. Ma lavorare a questo livello vuol dire non chiedersi “perché?”, ma “cosa” e “come”. Anzi dovremo lasciare che il cosa e come ci portino oltre il mondo in cui la realtà ci appare per entrare in un mondo in cui la realtà accade, qui e ora.
In un approccio transpersonale quindi l’uso della fotografia in un setting terapeutico richiede di lasciare da parte la mente, con i suoi condizionamenti e la sua visione causale del mondo. Bisogna, come dice ancora Roland Barthes: “Chiudere gli occhi… far parlare l’immagine nel silenzio”.
Bibliografia
S. Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine della nostra società. Einaudi 1992
R. Barthes, La camera chiara. Note sulla fotografia. Einaudi, 1980
L. Breman, La fototerapia in psicologia clinica. Erikson, 1996
P.Lattuada, Oltre la mente. Teoria e pratica della psicologia transpersonale. Franco Angeli ed. 2009