Psicoterapia e Psicoanalisi

L’uso della Fotografia in Psicoterapia: da Roland Barthes alla Bio-Transe-Energetica

In una fotografia scattata al proprio padre, un noto ritrattista osservava di non aver fissato il padre ma il rapporto tra loro due. È l’osservazione che spiega perché un’immagine possa funzionare in un contesto terapeutico: non documenta una persona, documenta una relazione. Precisazione necessaria: la psicologia transpersonale, cui l’articolo fa riferimento nella sua parte finale, […]

Psicolab — L’uso della Fotografia in Psicoterapia: da Roland Barthes alla Bio-Transe-Energetica
In una fotografia scattata al proprio padre, un noto ritrattista osservava di non aver fissato il padre ma il rapporto tra loro due. È l’osservazione che spiega perché un’immagine possa funzionare in un contesto terapeutico: non documenta una persona, documenta una relazione.
Precisazione necessaria: la psicologia transpersonale, cui l’articolo fa riferimento nella sua parte finale, non è una disciplina scientificamente validata e va considerata una prospettiva filosofico-spirituale. L’uso delle fotografie in ambito clinico è invece una tecnica documentata, praticabile esclusivamente da psicoterapeuti abilitati. Articolo divulgativo.

Cosa distingue una fotografia

Rispetto ad altre forme di rappresentazione, la fotografia si colloca su un piano diverso: non è il segno di un aspetto della realtà ma la sua riproduzione, al punto da diventare essa stessa realtà.

Ma non contiene solo l’aspetto materiale: contiene comunicazione ed espressione di sentimenti.

L’esempio riportato è quello di un fotografo che, guardando il ritratto del proprio padre, riconosceva in esso non l’uomo ma il rapporto che li legava.

Perché questo conta in terapia

È il presupposto dell’uso clinico: le immagini funzionano come attivatori, capaci di far emergere contenuti non consapevoli e di risvegliare emozioni trattenute.

Vale la pena esplicitare il meccanismo. Una fotografia personale non è neutra: contiene chi ha scattato, chi ha scelto quel momento, chi è stato incluso e chi è rimasto fuori dall’inquadratura.

Guardarla insieme a qualcuno permette di parlare di quella situazione senza doverla ricostruire a parole: il che la rende accessibile anche quando la narrazione diretta risulterebbe difficile.

Come osserva la letteratura sul tema, il modo di utilizzare la fotografia varia in funzione del quadro teorico di riferimento: non esiste una tecnica unica ma impieghi diversi a seconda dell’approccio.

Il tempo dentro l’immagine

La parte più solida dell’articolo riguarda il rapporto tra fotografia e tempo.

Susan Sontag osservava che ogni fotografia è un promemoria della mortalità: proprio isolando un momento e congelandolo, le immagini rendono evidente l’azione dissolvente del tempo.

Roland Barthes formulava lo stesso nucleo in altri termini: la fotografia ripete meccanicamente ciò che esistenzialmente non potrà mai ripetersi.

La conseguenza

Da qui deriva l’ipotesi che rende questo strumento particolarmente adatto all’esplorazione di sé.

Una fotografia mostra simultaneamente due cose incompatibili: che quel momento è esistito e che non esiste più.

È una tensione che nessun altro supporto produce con la stessa immediatezza, e che spiega la reazione emotiva intensa che le immagini personali suscitano: in particolare quelle che ritraggono persone non più presenti o fasi concluse della propria vita.

Il registro dell’osservazione

L’articolo propone poi un’indicazione metodologica, e questa merita di essere considerata al netto della cornice teorica in cui è formulata.

Guardare una fotografia con una certa attitudine significherebbe non cercare significati e non interpretarla.

Si può certamente dedurre l’importanza di una relazione dalla vicinanza fisica dei soggetti, o intuire qualcosa dalla postura, o farsi raccontare le circostanze dello scatto. Ma questo (sostiene l’autrice) significa restare alla superficie.

Cosa resta valido

Al di là del quadro transpersonale in cui l’indicazione è inserita, il criterio ha un fondamento riconoscibile.

La differenza è tra chiedersi perché qualcosa sia accaduto (domanda che sollecita una spiegazione già disponibile, spesso ripetuta molte volte) e chiedersi cosa e come, domande che riportano all’esperienza concreta.

«Perché tuo padre era distante?» produce una teoria. «Cosa vedi in questa immagine?» e «come ti sei sentito?» producono materiale.

Non serve postulare stati di coscienza particolari per riconoscere che le domande descrittive aprono più di quelle esplicative.

Una nota sui limiti

Va segnalato che i concetti citati nella parte conclusiva (trance intesa come campo unitivo, trascendenza della dualità, manifestazione del numinoso) appartengono a un quadro speculativo e non descrivono processi verificabili.

Il valore della fotografia in ambito clinico non dipende da quelle premesse: si regge sul fatto, molto più semplice, che un’immagine consenta di avvicinare materiale personale per via indiretta, e che questo la renda utile con chi fatica a parlarne direttamente.

Domande frequenti

Perché una fotografia funziona in ambito terapeutico?

Perché non documenta soltanto una persona ma una relazione, e permette di avvicinare una situazione senza doverla ricostruire a parole: risultando accessibile anche quando la narrazione diretta è difficile.

Cosa rende particolare il rapporto tra fotografia e tempo?

Che l’immagine mostra simultaneamente due cose incompatibili: che quel momento è esistito e che non esiste più. È una tensione che nessun altro supporto produce con la stessa immediatezza.

Perché non interpretare l’immagine?

Perché chiedersi «perché» sollecita una spiegazione già disponibile e ripetuta, mentre chiedersi «cosa» e «come» riporta all’esperienza concreta. Le domande descrittive aprono più di quelle esplicative.

La psicologia transpersonale è validata scientificamente?

No. È una prospettiva filosofico-spirituale priva di validazione empirica. L’efficacia della fotografia in ambito clinico non dipende da quelle premesse.

La fotografia funziona in ambito clinico per una ragione semplice: non ritrae una persona ma una relazione (chi ha scattato, chi è stato incluso, cosa è rimasto fuori) e consente di avvicinare quel materiale senza doverlo ricostruire a parole. La sua forza specifica sta nel rapporto con il tempo: un’immagine mostra insieme che quel momento è esistito e che non esiste più, tensione che nessun altro supporto produce con la stessa immediatezza. Resta valida anche l’indicazione metodologica, una volta separata dal quadro speculativo in cui è formulata: chiedersi «cosa» e «come» apre più che chiedersi «perché», domanda che sollecita spiegazioni già pronte.
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