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Neuroetica e Formazione – Editoriale

Nel corso dell’ultimo anno si è assistito a un sempre maggiore interesse nei confronti dei progressi delle neuroscienze, un intereresse non nuovo, ma sicuramente rinnovato, anche grazie alla possibilità, offerta dalle tecniche di neuroimmagine, di visualizzare i processi cerebrali attivi durante le funzioni più complesse, che tuttora richiedono approfondimenti, come l’esperienza delle emozioni o l’apprendimento. Ma come per ogni cosa che riguardi l’uomo, o più in generale la vita, non è possibile separare la crescita scientifica di cui è oggetto, dalle implicazioni etiche che ne conseguono. Da questo dato di fatto nasce il neologismo neuroetica che sta ad indicare le dimensioni etiche della ricerca sperimentale in campo neuroscientifico, ma anche i numerosi ed anche attuali studi sulle basi biologiche dell’agire morale dell’uomo.
Proprio in relazione a quest’ultimo aspetto, Cohen pone in evidenza la differenza soggettiva di disposizione alla risoluzione di un dilemma, che non sempre viene affrontato in modo razionale. Entrano in gioco infatti la personalità e l’impersonalità della percezione del dilemma in esame. Nel primo caso vengono attivate maggiormente le strutture limbiche, implicate nei processi emotivi, mentre nel secondo caso l’attivazione è maggiormente a carico delle strutture prefrontali, responsabili del pensiero logico-analitico. Emerge dunque, ed anche in misura rilevante, lo stretto legame che esiste tra l’interpretazione del dilemma (e i possibili comportamenti che ne derivano) ed i correlati neurofisiologici che ne stanno alla base. È lecito chiederci, dunque, se personalità ed impersonalità della percezione del dilemma possano essere realmente responsabili, anche se solo in parte, della presenza di una componente morale nelle scelte dell’uomo, e dunque se una prevalenza nell’attività limbica rispetto a quella frontale, o vice versa, possa portare ad una diversa risoluzione del dilemma, a scelte diverse. Ma le scelte che ognuno fa non sono altro che il prodotto della propria personale biografia, di ogni soggettiva storia di vita, il risultato di un sistema di apprendimenti che iniziano a strutturarsi sin dalla vita fetale, intrecciando progressivamente la sempre più complessa rete neuronale, e che condizionano il comportamento dell’uomo, che altro non è che il risultato di un continuo processo di selezione tra alternative. In quest’ottica, la scuola ha un ruolo fondamentale, in quanto luogo di socializzazione, ma anche cinghia di trasmissione delle conoscenze e delle esperienze, luogo dunque di formazione. Dal punto di vista della prospettiva neuroetica, dunque, è necessario non limitarsi, in ambito formativo, al mero passaggio delle nozioni, al processo quasi osmotico di passaggio passivo di informazioni da emittente (E) a ricevente (R). Ogni informazione ricevuta da R produce una riorganizzazione sinaptica che interesserà particolari strutture cerebrali, in base al canale di comunicazione utilizzato per lo scambio informativo, che può pertanto assumere carattere più o meno emotivo, più o meno partecipativo, più o meno personale o impersonale. L’attenzione è da porsi dunque, per parafrasare Changeux, non tanto alla natura della materia costitutiva del cervello, ma alla forma e all’organizzazione che questa assume a seguito della ricezione dell’informazione. Ed è appunto il processo formativo il responsabile di questa organizzazione.
In questa rubrica, intitolata Neuroetica della Formazione, Fortunato Aprile, Psicologo e Dirigente scolastico, apporterà il proprio prezioso contributo e la propria esperienza alla trattazione della formazione, una formazione che deve liberarsi dall’antica concezione del passaggio nozionistico, considerando quali possano essere gli effetti su quel potente strumento di apprendimento che è il cervello umano.

Firenze, 28 Settembre 2003

Immagine di Francesco Albanese

Francesco Albanese

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