Con questo Editoriale apriamo oggi la rubrica Neuroscienze e Bioetica, a cura di Ugo Lunardi. Credo che le Neuroscienze siano un ambito di conoscenza abbastanza noto a tutti, allo specialista che sa riconoscere e nominare ogni circonvoluzione cerebrale, e al profano che, anche solo per intuito, sa che si tratta di qualcosa che riguarda il cervello. Ma cos’è la Bioetica?
Reich, nella Encyclopedia of Bioethics (1978) definisce la Bioetica come “lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito della scienza della vita e della cura della salute, in quanto questa condotta è esaminata alla luce dei valori morali e dei principi.”
Difficile, dunque, avere a che fare con la Bioetica. Difficile perché non è uno di quei campi in cui ci possiamo permettere di limitarci ad una valutazione oggettiva del comportamento, della condotta umana, né tantomeno alla più semplice classificazione dicotomica della liceità di tale condotta (sì, si può/no, non si può). Non possiamo, perché non esiste in realtà una soglia ben definita prima della quale, e oltre la quale, si ha l’accettabile e l’inaccettabile, il lecito e l’illecito.
L’uomo tende a progredire, indubbiamente, e porta con sé, lungo la strada del progresso, la propria bisaccia piena di conquiste e di fallimenti. Ma, per quanto una conquista possa essere importante per l’intero genere umano, alla fine il conto deve comunque essere pagato. E allora ci chiediamo: “quanto siamo disposti a spendere, per ottenere ciò che vogliamo?” O meglio ancora, “fino a che punto è lecito spendere?”
La condotta umana non è misurabile, se non con un metro che l’essere umano stesso ha definito e che continuamente ridefinisce, ed è proprio da questo vizio di forma che derivano le riflessioni oggetto della Bioetica. Ma già da alcuni decenni sembra che l’uomo abbia tentato di porre sempre più attenzione alla legittimità del proprio sistema di misura: nel 1969 si buttano le basi per una riflessione etica sui progressi della Scienza, con l’“Istituto per la Società, l’Etica e le Scienze della Vita”; nel 1970 Van Resselear Potter pubblica “Bioethics: bridge to the future”; nel 1978 si assiste alla pubblicazione della “Encyclopedia of Bioethics” e nel 1993 nasce, grazie all’UNESCO, il “Comitato Internazionale di Bioetica”. Quindi, lungo la strada del progresso, si è cominciato a chiedersi quali, tra le pratiche tecnicamente realizzabili siano, e siano state, anche eticamente lecite.
La materia è adesso più che mai campo di accesa discussione, per fare un semplice esempio, tra chi ha una visione antropocentrica del mondo e promuove la vita dell’uomo a spese di altre forme di vita, e chi sostiene che ogni vita sia da rispettare, in ogni sua espressione. Da questo, dunque, la polemica attuale sulle biotecnologie, la clonazione, la fecondazione in vitro. Il titolo molto bello di una conferenza tenutasi a Firenze qualche settimana fa racchiude in sé, in modo anche molto elegante, i punti focali di questa diatriba: “Embrione, Essere Umano o Ammasso di Cellule? ”
Dunque, se la Scienza è arrivata a questo punto lo si deve indubbiamente al sacrificio di molte vite, ma per quanto tali sacrifici possano essere risultati utili fino ad ora, adesso credo valga la pena di soffermarsi a riflettere con molta attenzione se ancora oggi sia legittimo affidarsi al vecchio adagio machiavelliano de il fine giustifica i mezzi.
Firenze, 31 Luglio 2003