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La Genesi del Pregiudizio: un’Analisi Contestuale

Secondo Gordon Allport (1973) il pregiudizio non può essere compreso se non partendo da quei normali processi cognitivi che permettono agli individui di orientarsi nella multiforme complessità del reale: ecco perché, la sua analisi non può prescindere dalla considerazione degli stereotipi che ne costituiscono la base.
Ciò che trasforma uno stereotipo in un pregiudizio è la sua evidente connotazione negativa, restia a qualsivoglia tipo di cambiamento, non a caso tutti gli atteggiamenti in cui, ai vari livelli, questo tipo di predisposizione prende forma sono per lo più di carattere ostile: si va dalla semplice diffamazione o rifiuto di qualsiasi tipo di contatto, fino ad arrivare alla discriminazione e alle più estreme forme di violenza fisica e di sterminio. Nella sua ricerca per la comprensione del fenomeno, Allport, sostiene la necessità di uno studio integrato di più livelli d’analisi che, partendo dalla considerazione delle condizioni socio-culturali dell’individuo, arriva a determinare il perché dell’ utilizzo, da parte sua, di certe categorie di pregiudizio condivise col resto del gruppo d’appartenenza ma che ben si sposano anche con i suoi bisogni personali. Dimensione personale e sociale, quindi, si intrecciano, costituendo l’atmosfera nella quale il pregiudizio nasce e prende forma.
Innanzi tutto è necessario guardare il contesto mentale che predispone ad atteggiamenti di tipo pregiudiziale: postulata la necessità degli individui di compiere un processo cognitivo di semplificazione della realtà per poter dare avvio al proprio agire pratico, è proprio questo processo a risultare passibile di eventuali degenerazioni. Le generalizzazioni, infatti, si possono trasformare in preconcetti, o culminare nell’assegnazione di stigmi, che fanno delle altre persone o delle altre categorie sociali, la causa di certe situazioni sfavorevoli, utilizzandole, irrazionalmente, come “capri espiatori” di disagi individuali o di categoria.
In seguito, si passa a considerare il portato dei fattori socioculturali, come ad esempio la mobilità verticale di una società e le conseguenti variazioni e conflitti che si sviluppano al suo interno. Queste condizioni di contesto rappresentano delle variabili di imprescindibile considerazione, perché creano quegli schemi interpretativi di situazioni e soggetti a guida delle rappresentazioni sociali fondate sul pregiudizio, che poi verranno apprese e trasmesse tra i vari individui nel corso del tempo.
Nel quadro d’analisi riguardante i fattori socioculturali, gode di grossa rilevanza anche la valutazione delle relazioni intergruppi, capaci di connotare, positivamente o negativamente, gli atteggiamenti reciproci dei singoli individui membri. I comportamenti delle persone, generalmente, riflettono gli interessi oggettivi del gruppo d’appartenenza, quindi, quando gli interessi collettivi entrano in conflitto, negli individui si origina un sentimento di competizione nei confronti dell’outgroup che può mettere in moto atteggiamenti preconcetti e comportamenti apertamente avversi: si smobilitano i pregiudizi a discredito dell’outgroup. Nel caso, invece, gli interessi dei gruppi si dimostrino confluenti, magari verso il raggiungimento di uno scopo comune, gli individui sono più predisposti verso atteggiamenti di tipo cooperativo e amichevole nei confronti dell’outgroup e, nel caso, poi, questi atteggiamenti venissero ricambiati, i risultati ottenibili in comune, saranno sicuramente ancora più edificanti e positivi (Villani 2005).
Infine, osservando il fenomeno da un’ottica strutturale, non sono da trascurare i fattori storici, per cui la conoscenza delle radici storiche di certi conflitti è in grado di spiegare il perché di certi pregiudizi: a questo proposito, possiamo fare l’esempio del pregiudizio contro i neri in America, che affonda le sue radici storiche nello schiavismo e nel fallimento della ricostruzione del Sud degli Stati Uniti dopo la guerra di secessione.


Anche in relazione al processo di stigmatizzazione e al suo significato sociologico, è interessante guardare alle radici dell’utilizzo della parola stigma. I primi ad utilizzare la parola “stigma” furono i Greci, con la quale indicavano quei segni fisici a cui venivano associati gli aspetti insoliti e criticabili della condizione morali di chi li portava: venivano incisi con coltelli o marchiati a fuoco sul corpo e rendevano chiaro a tutti che chi li aveva poteva essere uno schiavo, un criminale o comunque un individuo che doveva essere evitato, specialmente nei luoghi pubblici. Successivamente il termine è stato mutuato dal Cristianesimo e vi furono aggiunti due livelli metaforici. Il primo si riferiva ai segni corporei della Grazia, che prendevano la forma di sfoghi sulla pelle (appunto le stigmate), il secondo, ai segni corporei del disordine fisico. In ogni caso lo stigma rappresenta un segno, un tratto distintivo, la cui connotazione può essere sia positiva che negativa, ma immediatamente riconoscibile dagli altri.
Immagine di Giulia Moretti

Giulia Moretti

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