Azienda e Organizzazione

L’Identità Riflessa

Siamo circondati da oggetti di qualunque tipo: alcuni rivestono un significato importante, magari perché legati a ricordi o esperienze passate che ci hanno particolarmente segnato, alcuni semplicemente si usano perché utili, altri esistono, ma la loro presenza non significa molto per noi, in quanto non ci rappresentano o non li sentiamo simili a noi. Gli oggetti assumono dunque un valore, d’uso e non, fungono da specchio in grado di riflettere le identità culturali, sociali ed economiche. Si viene a generare un autentico sistema comunicativo all’interno del quale ciascun individuo può scegliere quale percorso seguire e quali interessi sviluppare, sulla base di priorità arbitrariamente stabilite, che possono rimandare il più delle e volte a desideri di demarcazione sociale.
Le cose sono quindi macchine significanti, che ci rassicurano nei momenti di debolezza e che si animano dei nostri respiri, odori e aspettative. “Esisto solo perché esisto come fatto comunicativo e il mio valore è determinato dal quoziente quantitativo che esprimo nei processi comunicativi. Manipolare, usare o distruggere le cose significa trasmettere al mondo parti integranti della nostra personalità che diversamente, con le parole, difficilmente riusciremmo a comunicare.
È da chiarire che gli oggetti non riescono ad essere autosufficienti, ma necessariamente “servono per”: è per questo che è compito del design conoscere i luoghi di intervento progettuale tramite accurate indagini tra i consumatori per poter offrir loro oggetti tra i quali si possa scegliere conseguentemente alla presa di coscienza del ruolo degli oggetti stessi.
Ma il design non deve solo occuparsi dell’elemento materico e formale, sarà opportuno che si occupi anche delle fasi di presentazione del prodotto in quanto le capacità e le potenzialità espressive dei prodotti sono in vendita anch’essi sugli scaffali dei negozi. Si può dire dunque che l’immagine aziendale, il total design, fa parte della teoria e della pratica progettuale perché completa le valenze semantiche ed estetiche degli oggetti. Analizzare questa fase della progettazione significa anche tentare di riportare i significati degli oggetti alle loro primarie funzioni, in sostanza alla loro materialità, evitando così letture superficiali.
L’oggetto dato, empirico, nella sua contingenza di forma, di colore, di materiali, di funzione, di discorso, nella sua finalità estetica, è soltanto un mito. Non è altro che i diversi tipi di relazioni e di significati che convergono, si contraddicono, si annodano intorno ad esso. Non è altro che la logica nascosta che ordina questo fascio di relazioni, e in pari tempo il discorso metafisico che le occulta.
Obsolescenza è la qualità chiave degli oggetti intorno a noi: ma questa è anche una caratteristica espressamente richiesta dal consumatore, il quale tende spesso e presto ad annoiarsi e a ricercare nuovi piaceri usufruendo di beni che siano diversi, insoliti, ma soprattutto “inediti” e qualificanti.
Allo stesso modo, di pari passo con l’obsolescenza, galoppa un desiderio incontenibile di competizione: cadendo progressivamente il senso morale delle azioni, dei gesti, degli acquisti e delle cose si tende a divenire insicuri e a volersi valutare costantemente con gli altri, comparandosi e soppesando ogni comportamento, nostro e altrui. L’ansia che scaturisce da questo processo induce in confusione l’individuo, che compra cose senza conoscerne il motivo, se non quello di placare lo stato di ansietà in cui si trova. I rapporti personali vacillano, la competizione annienta il fattore umano e le relazioni tendono a sgretolarsi e a divenire difficoltose e fugaci, determinando una profonda insoddisfazione di fondo.
È proprio questa insoddisfazione che porta il singolo a gettarsi a capofitto nella vita pubblica, ricoprendo a volte incarichi di rilievo, per poi rifugiarsi di nuovo in sé stessi e nella propria sfera privata nel momento in cui quella pubblica non fornisca più soddisfazione.
Il consumo da solo però non è in grado di offrire una costruzione esatta dell’identità dell’individuo, così combattuto tra le due metà della sua vita, perciò diventa necessario che essa sia costituita separatamente dal ruolo svolto nella società.
Luisa Leonini in uno dei suoi testi ci parla difatti di un senso di homelessness, una sorta di nomadismo dell’anima e del pensiero diremmo, che ci porta a stare in un continuo bilico tra affermazione pubblica e privata, relazione con sé stessi e con gli altri, contrapposizione tra frustrazione e soddisfazione, entrambe estremamente precarie. Siamo persone senza fissa dimora nella nostra vita, senza propensione alcuna che possa essere detta stabile e costante; non si tratta di coerenza, di portare avanti dei comportamenti per tutta la durata della vita, si tratta di trovare una posizione nel mondo che ci rappresenti, un ruolo nel quale non ci si senta a disagio, ma grazie al quale si riesca a vivere il più naturalmente e coscientemente possibile la propria condizione.
Lo scambio è un elemento fondamentale, aiuta a costruire, consolidare ed affermare la propria identità, ma più dello scambio sono il donare e il regalare a farci sentire importanti soprattutto per noi stessi: la beneficenza e il volontariato mascherati da operazioni per il sociale, sono in realtà esperienze che lavorano nell’ambito del valore del singolo, la cui collocazione morale ed etica si rafforza e ascende verso uno status più elevato rispetto a quello precedente.
Io dono per testimoniare la possibilità economica – e dunque sociale – che ho di compiere un gesto simile ma anche per sopravvivere socialmente, cioè per dimostrare di essere all’altezza della classe economica all’interno della quale sono pubblicamente inserito.
Il sistema distributivo e di vendita delle merci attuale prevede che gli oggetti siano apprezzati ancor prima di essere utilizzati, degenerando a volte in un vero e proprio spreco vistoso, ma solo chi economicamente dotato potrà far proprio l’oggetto del desiderio, nell’ottica di una vera e propria lotta sociale tra coloro che possono permettersi dei lussi e coloro che invece non possono.
Le persone hanno sempre posseduto, sprecato, scambiato in qualsiasi tipo di società e gli oggetti hanno sempre rivestito un valore simbolico: è per questo che chi consuma lo fa per ciò che consumare significa in termini di rapporti tra gli individui.
Una figura particolare inserita all’interno del caotico mondo dei consumi effettuati per affermarsi e soprattutto riconoscersi è quella del dandy: egli libera gli oggetti del loro carattere di merci per trasformali in vere e proprie identità venerabili e da venerare. Must della filosofia di vita del dandy sono essere alla moda e impiegare il proprio tempo in attività prive di ogni utilità e profitto; esporsi ed ostentare non fa parte del comportamento del dandy. L’eleganza sobria e discreta sono elementi sui quali egli gioca per emergere dalla massa e trovare la sua singolarità; è alla ricerca costante della libertà che trova nello “specchio del http:\\/\\/psicolab.neta” e per raggiungerla non è intenzionato a guardare in faccia a nessuno. La sua arma migliore è il silenzio che riesce a parlare più di mille chiacchiere.
Non si parla di uno spettatore, ma di un protagonista: critico e dandy? Critica/mente. «»


Colonetti, A., 1990, I segni delle cose, Grafica Design Comunicazione, Firenze, Usher

Leonini, L., 1988, L’identità smarrita Il ruolo degli oggetti nella vita quotidiana, Bologna, Il Mulino

Lanuzza, S., 1999, “Vita da dandy Gli antisnob nella società, nella storia, nella letteratura”, Stampa Alternativa
Immagine di Linda Meoni

Linda Meoni

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