Abstract
La valorizzazione di tutte le manifestazioni energetiche di una città o di un territorio deve rappresentare un’occasione di recupero non solo della funzionalità organica del sistema, ma anche e soprattutto della vivibilità dello spazio umano, inteso questo come indice del rapporto culturale e sociale intraspecifico ed individuale collettivo. Il pensiero si promuove, ad esempio, artefice della architettura dello spazio esterno, utilizzando dei recettori come interfacce che stimolano l’attivazione di processi di codificazione e decodificazione biochimica con cui confrontare l’informazione che proviene dal mondo esterno con quello interiorizzato sia come esperienza pregressa, sia come memoria genetica
La valorizzazione di tutte le manifestazioni energetiche di una città o di un territorio deve rappresentare un’occasione di recupero non solo della funzionalità organica del sistema, ma anche e soprattutto della vivibilità dello spazio umano, inteso questo come indice del rapporto culturale e sociale intraspecifico ed individuale collettivo. Quando si parla di ecologia si perviene allora ad un concetto integrato di economia culturale, educativa, mentale, domestica, sociale, filosofica, da rapportare alla dinamica di masse movimentali le cui cadenze ritmano un’esigenza di rottura degli schemi angusti delle competenze, circoscritte da una visione asistematica della ricerca oloecologica. La grande revisione del concetto di conoscenza fa perno sull’apertura al cambiamento attraverso la sperimentazione al cimento dell’ “apprendere all’apprendere”, con l’opzione di poter trascegliere scenari ipotizzabili, indossando la lente prospettica di una trasformazione a rete ridondante, fisiologicamente dipendente dalla rovesciabilità istantanea dell’organismo in divenire. Queste combinazioni a scacchiera informano la capacità di colmare iati relazionali tra costituenti dell’aggregato urbano, generando una comunità globale, dove il tenore della convivenza interna è commisurato alla disponibilità delle risorse convogliate dal cittadino in uno spazio contenutistico comune.
Dev’essere esplicito che la sostenibilità di un modello comunitario relazionale urbano non è compatibile con l’attuale mentalità neoliberista, quando questa prevede un assetto produttivo indiscriminato, alieno alla computazione della quota parte di riduzione energetica pro capite necessaria ad arginare lo sbilancio trofico in termini di patrimonio netto distribuibile. La dispersione energetica conseguente ad un’irrazionale ed iniqua distribuzione del reddito non è oltre modo tollerabile nelle democrazie evolute, come evidenziato dalle recenti acquisizioni della teoria dei giochi matematico-probabilistici. Una strategia evolutiva stabile e vincente tende a ridurre il divario energetico tra le componenti del sistema. In termini dialettici o sociali le fazioni opposte sono dotate di diseguali risorse energetiche che utilizzeranno nella competizione per il reclutamento di ulteriori suppletive risorse. Lo studio sulla teoretica delle possibili strategie evolutive mostra che la caratteristica più importante di una strategia stabile è che continua ad aver successo anche quando diventa numerosa nella popolazione di strategie alternative, ovvero quando produce copie di se stessa. Orbene, la disamina probabilistica del confronto tra strategie “buone” e “cattive”, variamente costruite, converge al notevole risultato che queste seconde si estinguono al cospetto della migliore tra le prime, denotata come “Attitudine alla Cooperazione”. La stima del fabbisogno energetico complessivo di un sistema dinamico risulta considerevolmente inferiore se assoggettata a quelle modalità di erogazione trofica scaturite dal riordino della dispersione quantitativa dell’originaria distribuzione ineguale di opportunità produttive, esemplificabili dalla ricongiunzione degli obiettivi collettivi con quelli arbitrariamente utilitaristici ed apoditticamente strumentali al tornaconto individuale.
Ma, se è vero quanto recita la recensione annuale della Confederazione Mondiale per lo Sviluppo Sostenibile, il nostro Paese è il più ricco del mondo di capitale naturale, inteso come sommatoria del capitale naturale vero e proprio con le possibilità turistiche ed il capitale artistico-culturale, il vero nodo da dipanare tra economia ed ecologia sta allora forse nella capacità della cultura ambientalista nel proporre soluzioni alla logica del risanamento ambientale visto come medicamento post-evenienza, imperniate sulla discussione circa l’auspicabilità di un movimento profilattico di ricaduta occupazionale. Le ragioni degli ambientalisti si frangono sul muro dell’inconciliabilità elitaria di un mondo qualitativamente migliore con la prospettiva in nero stabile di milioni di lavoratori. A questo proposito la Lega Ambiente ha da tempo promosso un programma di manutenzione cittadina teso al recupero trofico ed al restauro delle diverse componenti del sistema metropolitano.
La degradazione del paesaggio urbano viene oggi ormai assimilata come dogmatica ed aprioristica necessità insita nella visione antropica dell’uso del territorio, sintomatologia ineluttabile dei percorsi filostorici sottesi dal processo di edificazione ed inurbamento di spazi antecedentemente rurali. Questo paesaggio risulta però fruibile attraverso articolate declinazioni dell’uso civico e sociale dell’abitato metropolitano contemporaneo.
La prima funzione della città, paradigmaticamente, consiste nella rimozione degli impedimenti etero-consensuali, intimizzati nei comportamenti individuali di ogni cittadino, stemperandoli e promuovendoli alla valutazione della collettività. Paradossalmente, la generazione di un capitale umano metropolitano ha però ridotto le potenzialità di scambio sociale, creando più volte, ed a più livelli, disagio.
Uno degli aspetti più importanti di questa fase storica è l’accelerazione tecnologica. Occuparsi di scienza e dell’uomo non può prescindere dal paradosso storico che stanno producendo le tecnologie ipermediali, o virtuali, per usare un termine che fu molto fortunato: esse stanno rivelando il cambiamento epocale dell’uomo e del suo rapporto col mondo esterno; una profonda mutazione all’inizio del nuovo millennio, che potrebbe determinare un cambiamento decisivo del pensiero filosofico e nei rapporti sociali.
Il telematico inizia adesso a mettere in discussione il punto di vista secondo il quale saremmo soli al centro dell’universo ed entra dentro la visione, la abita, ne fa esperienza, attraverso un nuovo criterio di interpretazione del mondo. Non esiste più, quindi, solo una realtà “data”, oggettiva, sulla base dell’interpretazione biochimica del nostro cervello, ma possiamo produrre delle illusioni cognitive fortissime che impongono all’osservatore la prospettiva di tutto quello che di animato, e non, si trovi ad interagire con esso. La virtualità s’inserisce in questo moto progressivo di avvicinamento degli uomini e di comprensione del mondo fisico. Con la virtualità si riscoprono certi valori della comunicare che aiutano il nostro cervello a sbarazzarsi di preconcetti e paure, stimolandoci ad interrogarci sulla propria ed altrui condizione ed alimentando un nuovo modo relazionale di strepitosa efficacia ansiolitica. La paura di comunicare, infatti, nasce soprattutto dal distacco traumatico tra il mondo degli affetti (familiari, personali, sociali), tipico del contesto giovanile, e quello delle convenzioni professionali adulte, ovvero tra la consapevolezza di poter contare sul mondo domestico abitudinale e l’incertezza del mondo fuori di noi. In traslato, l’impossibilità metropolitana di veicolazione del vissuto personale dell’esperienza quotidiana, consumata nell’incomodo di un universo alterato ed inefficace, mette in crisi il modello interpretativo della realtà urbana come mera addizione di spazi attrezzati.
Occorre rendersi conto che lo stato di disagio psicologico contemporaneo nasce dal disorientamento in cui viene a trovarsi il soggetto a cui viene negata la relazione coll’intimo mondo della comunicazione, dal nostro stesso modello comportamentale, che privilegia l’individualismo e l’egocentrismo a scapito di certi valori collettivi quali solidarietà, amicizia, tolleranza, patrimonio culturale comune, ecc. L’ambiente virtuale può essere riempito con qualsivoglia forma di comunicazione interattiva dove tutti possono confrontarsi, quasi fosse una “chat line”. Un ambiente sintetico ed artificiale che però aiuta ad avere consapevolezza di sé.
In questo contesto, un tentativo di giustificazione psicologica della mancata socializzazione e liberazione dell’urbanizzato, inevitabilmente riduttiva e parziale, può essere introdotto proponendo l’analisi della percezione che il nostro cervello oggettivizza della realtà fenomenica. L’attività cerebrale di organizzazione del dato esterno, che un soggetto senziente esaustivizza, non funziona, come ormai sembra avallare la scienza moderna e la gnoseologia neopositivista, come uno specchio che, pedissequamente, riproduce anastaticamente la realtà esterna. Tale percezione non si configura come passiva ricezione di messaggi sensoriali ma come attiva ricerca di informazioni da confrontare con la memoria storica e genetica. Un evento, per quanto possa di fatto esistere, non è interpretabile col modello classico della fisica moderna finché non sia effettivamente osservabile dal soggetto e dalla sua capacità di trasformarlo: pur accettando l’esistenza di una realtà indipendente da noi, dobbiamo oggi capire come essa venga conosciuta per mezzo della elaborazione che il soggetto pensante ne fa.
Il pensiero si promuove, ad esempio, artefice della architettura dello spazio esterno, utilizzando dei recettori come interfacce che stimolano l’attivazione di processi di codificazione e decodificazione biochimica con cui confrontare l’informazione che proviene dal mondo esterno con quello interiorizzato sia come esperienza pregressa, sia come memoria genetica. Dobbiamo pertanto considerare il mondo come lo intuiamo e non perché sia effettivamente così. Questo modello di input/output delle relazioni cerebrali consente di delineare le relazioni che sussistono tra informazione mnestica e datità presentificata, controllati dalla informazione genetica, al fine di produrre la esternizzazione delle forme sensibili, in termini di progettazione virtuale dello spazio. Si tratta di rappresentazioni mentali che permettono di oltrepassare l’osservato per predire l’osservabile: una realtà virtuale che resta aperta alla creatività per tradursi in realtà reale.
Volendosi occupare di realtà urbana, e segnatamente di quella verde e non edificata, connettivale (giardini, orti e boschi pubblici), funzionale, vediamo che l’interpretazione di questo dato viene subordinata al processo di dissezione dell’anatomia metropolitana. Il paesaggio urbano, infatti, non può essere utilizzato come mera sommatoria di costituendi variabilmente computabili: la stima dei complementi di cui si fa organo, le variabili da cui trae compiutezza, si intersecano e sincretizzano a formulare un tutt’uno su cui il soggetto pensante può operare una selezione qualitativa degli ingredienti che concorrono a tale complessità.
Questo lavoro di selezione, condotto con rigore tassonomico, disincastra i mattoni del compiuto ed atomizza i costituenti, rescindendo i legami dell’unità preesistente e rigenerando il loro costume greggio di potenziale aggregando. Alla classificazione di questi materiali di resulta si ha la rivelazione di come, dal grigio dell’edificato, risulti lo spazio vuoto del verde. Verde come negativo dell’edificato, come margine a latere dell’insediamento cementificato, subordinato e complementare ad esso.
Si tratta di rendere possibile il pensabile attraverso la conoscibilità dell’inavvertibile, il che non significa costruire astratte teoresi ludico-cerebrali, ma esplorare l’universo del sensibile mediante l’alterazione del conoscibile, attivando processi di esplorazione mentale da sostanziare, realizzandone i precetti nell’ambito delle attività cerebrali reali.
Il pensiero si fa così demiurgo dello spazio.
Il pensiero, cioè il soggetto pensante, si fa promotore del possibile ed in questo percorso di acquisizione dei dati non percepisce più l’autorità del degrado come coartazione disincantata e rassegnata. Nella soluzione anamnestica degli ingredienti del paesaggio metropolitano, il pensiero ha così foggiato il substrato dialettico per la formulazione dell’aggregando possibile, partendo proprio dall’architettura virtuale che questi ingredienti possono sviluppare.
Il degrado non è più fisiologico, ma è il risultato di una mancata organizzazione virtuale dei parametri della progettazione; il verde non è più negativo fotografico immoto, ma cinematico divenire.
Si è detto e si è scritto che migliaia di cittadini hanno perduto il posto di lavoro e sono in ambasce per le prospettive in nero stabile. Anime pronte ad un riciclaggio, nobilitante, se ne possono reclutare ovunque. Dalle opzioni industriali alle cave dismesse, dalle schegge in frantumi delle piccole attività private alle drenate aule scolastiche. Un capitale umano da investire nei cantieri, da aprire tra le aiuole del verde pubblico, tra i parchi urbani e periurbani, tra le macerie delle città, i ripopolamenti animali, i rimboschimenti, le sistemazioni idrauliche montane, la difesa antincendio, il ripristino delle colture collinari, il monitoraggio ambientale, la bioedilizia, l’architettura del paesaggio, la divulgazione scientifica, la potabilizzazione delle acque, la difesa da inquinamento acustico, la selvicoltura, l’ecologia urbana, umana e domestica.
Investimenti dell’uomo per l’uomo.
Ed in questa esternazione delle idee incomincia a trovar sfogo il disagio, ricompare la socializzazione della città, dove l’intimità di ogni cittadino è pregiata dal valore d’uso di un nuovo, pervasivo, significato reale del verde virtuale.