Sarebbe immensamente bello poter scrivere ciò che nella mente è perfettamente sovrapposto e mischiato, e riuscire altresì a far cogliere l’intimo significato che da ciò emana senza sosta, far cogliere le intuizioni dagli altrui pensieri.
Premessa
Ciò che è chiaro nel pensiero non sempre trova subitanea traduzione linguistica, e se incontrando qualche simbolo, pienamente la si ritrova in esso, difficilmente si riesce a tradurlo in altro modo; lo sforzo sarebbe inutile poiché il risultato il medesimo. Ecco perché spesso nella trattazione si incontreranno citazioni, poiché molte riflettono intuizioni, pensieri e conclusioni che da tempo sono venute in me creandosi, e che non avrebbero potuto trovare espressione migliore.
Prologo (a mo’ di cornice)
“Nel 1935, tre anni prima di morire, Edmund Husserl tenne, a Vienna e a Praga, alcune famose conferenze sulla crisi dell’umanità europea. L’aggettivo ‘europeo’ designava per lui quell’identità spirituale che si estende al di là dell’Europa geografica (all’America, per esempio) e che è nata con la filosofia greca classica. Questa, secondo lui, per la prima volta nella Storia, intese il mondo (il mondo nel suo insieme) come una questione da risolvere. Lo interrogava non per soddisfare questo o quel bisogno pratico, ma perché l’umanità era ‘pervasa dalla passione del conoscere’.
Così profonda sembrava a Husserl questa crisi, che egli si chiedeva se l’Europa fosse ancora in grado di sopravviverle. Le radici della crisi erano per lui situabili all’inizio dei Tempi moderni, in Galileo e in Descartes, nel carattere unilaterale delle scienze europee, che avevano ridotto il mondo a un semplice oggetto di esplorazione tecnica e matematica e avevano escluso dal loro orizzonte il mondo concreto della vita, die Lebenswelt, come egli diceva.
Il progresso scientifico aveva spinto l’uomo nei tunnel delle discipline specializzate. Più aumentava il suo sapere, più egli perdeva di vista tanto l’insieme del mondo quanto se stesso, affondando così in quello che Heidegger, discepolo di Husserl, chiamava, con una formula bella e quasi magica, ‘l’oblio dell’essere’.
Quello stesso uomo che Descartes aveva eretto un tempo a ‘signore e padrone della natura’ diventa una semplice cosa per le forze (della tecnica, della politica, della Storia) che lo superano, lo travalicano, lo possiedono. Il suo essere concreto, il suo ‘mondo della vita’ (die Lebenswelt) per queste forze non ha più nessun valore e nessun interesse: è eclissato, è già caduto nell’oblio.
Credo però che sarebbe ingenuo considerare la severità di questa visione dei Tempi moderni come una semplice condanna. Direi piuttosto che i due grandi filosofi hanno svelato l’ambiguità di un’epoca che è insieme degradazione e progresso e che, come tutto ciò che è umano, contiene il germe della sua fine nella sua stessa nascita.” [M. Kundera, L’arte del romanzo]
Il ritrovamento dei valori
“Che faresti se un giorno o una notte un demone si introducesse di soppiatto nella tua solitudine più solitaria e ti dicesse: ‘Questa vita, quale la stai vivendo adesso e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte; e in essa non ci sarà niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e ogni cosa incredibilmente piccola e grande della tua vita dovrà per te ritornare, e tutto nello stesso ordine e successione – e così pure questo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e così anche questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello di polvere!’. – Non ti getteresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così avrebbe parlato? Oppure hai vissuto una volta un attimo prodigioso, per cui gli diresti: ‘Tu sei un dio e mai ho sentito una cosa più divina!’? Se questo pensiero acquistasse potere su di te, avrebbe su di te, quale sei, l’effetto di trasformarti e forse di schiacciarti; la domanda di fronte a tutto e ogni cosa: ‘Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?’ graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! O quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare nient’altro che quest’ultima conferma e suggello?” [F. Nietzsche, Il peso più grande – aforisma 341; La gaia scienza]
Dobbiamo essere molto sinceri, non possiamo certo dire di amare noi stessi, e ancora meno sentire di amare la vita, perché quando si ama, se si ama, se si può amare, i pregi e i difetti non esistono, esiste solo la cosa che si ama; l’unica qualità che la cosa amata possiede, è di essere ciò che è, e così com’è, viene amata. E viene amata proprio fino a quando quei pregi e quei difetti cominciano ad emergere. E quando ci si trova a soppesare proprio quei pregi e quei difetti, per convincersi se valga la pena oppure no, l’amore è già cosa passata. Quindi non possiamo proprio dire di amare noi stessi, e ancora meno di amare la vita. Ammettere ciò significherebbe non avere pregi né difetti, e vivere in un mondo senza pregi né difetti; e aldilà dell’assurdità della cosa, poniamo pure che ciò possa avvenire, si perderebbe tutto. Perché verrebbe a mancare ogni sorta di sfumatura, ogni sorta di identità-diversità assieme ad altre identità-diversità tra tante identità-diversità che ognuno di noi rappresenta e che la vita stessa rappresenta, in un tutto amalgamato.
“L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in partenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano http:\\/\\/psicolab.neta. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato http:\\/\\/psicolab.neta sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte fra torture indicibili.
E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell’eterno ritorno?
Sì, qualcosa cambierà: essa diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio.
Se la rivoluzione francese dovesse ripetersi all’infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una sola volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi.
Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie: mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte davanti a una fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo che non sarebbe più tornato?
Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.” [M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere]
È la vita di questo mondo; è scelta; è azione; ed è moltitudine; ed è stare insieme; e proprio perché siamo moltitudine e siamo insieme scegliamo e dobbiamo scegliere; da soli non si sceglie.
È la vita di questo mondo, “un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno”, un mondo in cui “tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso”.
Non si può non concordare sulla giustezza di entrambi questi capoversi, sull’inconciliabilità di entrambi questi capoversi. Non si può non domandarsi, perché posso agire, scegliere, perché sento che è fondamentale che io scelga ed agisca, perché “il peso più grande” lo sento sempre qui, sulla bocca dello stomaco, là in fondo, nelle viscere del corpo e della mente, se tanto tutto è permesso. Non si può non domandarsi che senso abbia il prendersela tanto a cuore, il comportarsi rettamente. E ancora chiedersi che significato abbia l’avverbio rettamente, o se siano sinonimi malamente e rettamente.
Ma forse dipende dal contesto.
Ciò che può essere assolutamente vero in un contesto può non esserlo in un altro, la geometria ne è un esempio lampante. Il risultato è che una sola verità non esiste; ciò non vuol dire che non esista alcuna verità; dipende appunto dal contesto.
Nietzsche e Kundera dicono il vero quando affermano l’assenza del ritorno, con tutto ciò che questo sublime e terrificante concetto può comportare, ma si riferiscono ad un contesto ben più ampio del nostro “normale” agire quotidiano. In fin dei conti, e non c’è ironia in quel che dico, mi chiedo che senso abbia tutto questo “agitarsi” per poter vivere e procreare, così da permettere ad altri di vivere e procreare, e senza sosta, sempre e comunque. Vorrei poter dire nessuno, e in effetti non molto tempo fa avrei proprio detto questo, ma sinceramente ora non lo so; e forse è peggio. In pochi ce ne curiamo. La maggior parte, qualora soltanto vagamente dovesse incontrare tale pensiero, lo rifuggirebbe nei luoghi più reconditi della propria mente, in quei luoghi ai quali non si accede, dai quali soltanto si può fare ritorno. E anche questo rifuggire tali pensieri, o il fatto di non esserne mai stati sfiorati, non può essere condannato. Al limite può essere invidiato, ma in ultima analisi neppure questo.
Proviamo allora a ridurre tale contesto, prendiamo in considerazione l’uomo in quanto tale. Proviamo a chiederci quale possa mai essere il senso ultimo dell’uomo in quanto tale. È la conservazione della specie; i mezzi sono la procreazione e la cura della prole. L’uomo, volente o nolente, cosciente o incosciente, ogni giorno investe la maggior parte delle proprie energie in azioni che gli permettano di portare avanti, e in avanti – in avanti? – il perseguimento di tale obiettivo.
Questo è certamente un senso.
A questo punto, ci troviamo di fronte ad un contesto in cui c’è un senso, inserito, non si sa dove esattamente, in un altro contesto che, ribadisco, non sappiamo se un senso l’abbia oppure no. E certamente non si può dire che sarebbe assurdo ci fosse una situazione sensata all’interno di una invece priva di senso, sostenendo così che anche tale contesto più ampio debba avere un suo senso; e neppure potrebbe dirsi il contrario. Sarebbero inutili e alquanto sciocche congetture. Per ora, non si può sapere.
Proviamo adesso a saltare (si tratta a mio avviso di un vero e proprio salto e non di un passaggio) ad un altro contesto ancora; da notare che non parlo in tal caso di riduzione poiché non so se di riduzione si stia trattando, potrei anche essere saltato di lato o addirittura al di fuori.
Vorrei provare a prendere in considerazione quella parte della vita di ognuno di noi che non sembra essere legata a quel senso ultimo dell’uomo in quanto tale di cui si è appena parlato. Innanzitutto, mi domando se è possibile che una tale parte della vita possa realmente esistere. Credo di sì, dev’essere quella parte nella quale l’uomo ha in qualche modo trasceso la vita stessa, dev’essere quel qualcosa inizialmente visto o percepito come un eccesso rispetto alla vita vera e propria, come un qualcosa di inutile e superfluo, ma assai svagante, e che poi si è saputo radicare a tal punto in ognuno di noi fino ad essere percepito da tempo, invece, come qualcosa di essenziale per riuscire a riconoscere nella vita la Vita. Il contesto del quale stiamo parlando, dunque, è quello che comprende tutto quanto non inerisca il senso ultimo dell’uomo in quanto tale, e che si è oramai preso a tal punto spazio nella percezione della realtà da essere erroneamente considerato tutto ciò che di necessario ed unico possa servire a sentirsi soddisfatti, felici e sereni.
A mio modo di vedere, è tale contesto che necessita d’essere sinceramente, seriamente e costantemente preso in considerazione. Abbiamo detto che esso è per sua natura trascendente rispetto all’uomo in quanto tale, e per questo slegato dal suo senso ultimo, dunque dobbiamo chiederci se tale contesto ha un suo senso. No, considerato in questi termini assolutamente no.
E allora, dimentichi o insoddisfatti del vivere per preservare la specie andiamo alla ricerca, in tale contesto trascendente e trascendentale, di una qualsiasi parvenza di senso che possa metterci in rapporto con una qualche consapevolezza, sempre falso derivato dell’originale, che sia in grado di farci in un qualsiasi modo sentire che esistiamo. Così, tentativo dopo tentativo, rimozione dopo rimozione, apriamo una nera voragine in quello stesso mondo che percepivamo come l’unico capace di farci sentire presenti alla Vita, e ci cadiamo dentro, e a quel punto non c’è più niente da fare, non c’è più http:\\/\\/psicolab.neta.
Ma a chi di noi fosse così fortunato, poiché credo che in fin dei conti unicamente di fortuna si tratti, da accorgersi in tempo, da intuire, che forse il suo “normale” agire stia inesorabilmente aprendo sotto di sé una profonda fossa, nella quale è destinato a cadere poiché non può trovare punti d’appiglio, io scrivo quanto segue, esponendo ciò che, a mio modo di vedere, potrebbe rappresentare l’unica tra le molte possibilità. Ma non voglio nascondere http:\\/\\/psicolab.neta: è tutt’altro che facile, forse inattuabile, il compromesso onnipresente.
A questo punto permettetemi di accennare alla mia personale esperienza. Ho confrontato tale esperienza con quella di persone che negli ultimi anni ho conosciuto, arrivando insieme, senza sforzo, a scoprirne l’incredibile affinità.
Dovete sapere che è oramai qualche tempo che scrivo, e ho sempre pensato di trovare in questo una sorta di soddisfazione e di senso, ma il malessere interiore, a volte forte, a volte meno, non veniva, e non viene tuttora, in alcun modo lenito, anzi, malessere e scrittura si alimentavano e si alimentano vicendevolmente, e continuamente reciprocamente si accrescono. Ora, lungi da me il voler ripudiare e abbandonare una parte essenziale del mio essere, che a piccole dosi provoca in me un indescrivibile piacere, è in altro che forse ho trovato un più valido palliativo al mio “male di vivere”. Apparirà un po’ come mentire a sé stessi, e forse è proprio così, ma sono convinto che una reale e più concreta parvenza di senso la si possa trovare nel vivere per l’altro. È una questione di intima natura dell’essere umano. Le donne e gli uomini, come detto più sopra, non sono che prodotti per la produzione di prodotti che produrranno altri prodotti. E ciò che di più lontano può esserci da questa loro intima natura, e dunque di più vicino al contesto trascendentale di cui si è detto, pur rimanendone legata perché semplicemente e potentemente ai loro sfuggenti margini estremi, è il vivere per l’altro. Così come la donna e l’uomo hanno un loro intrinseco senso nell’essere due identità-diversità atte alla creazione di altre identità-diversità, e si prendono cura di queste, per permettere loro, un domani, di creare ancora altre identità-diversità, e via di seguito, così ognuno di noi può trovare, per traslato nel contesto trascendentale, una parvenza di senso in questo vivere per l’altro, che altri non è che un vero derivato del senso ultimo dell’uomo.
È necessario però che spieghi bene cosa si intende con il vivere per l’altro. Non voglio dire che un individuo debba per forza essere un penitente, oppure un missionario, o che debba fare volontariato, oppure altro che si avvicini a tali attività per potersi salvare dalla profonda e perenne caduta nella voragine dell’insensato, ma molto più semplicemente, anche se facile non è, di provare a “sensificare” il fragile pavimento che copre tale voragine. A tale scopo, unico mezzo necessario è una reale consapevolezza. Credo però che tale consapevolezza non possa essere trovata se non nel medesimo istante in cui è lei stessa a trovare noi, dunque forse, come sopra detto, per pura fortuna. La qual cosa non esclude, e anzi, a mio avviso, obbliga chi ne è entrato in possesso (intendo dire che è entrato nel possesso della consapevolezza) a promuoverne la capacità d’essere lei sola in grado di risolvere la maggior parte, se non tutti, i problemi che ognuno di noi e che noi tutti assieme inevitabilmente incontriamo. Ci obbliga, poiché “un solitario sarà sobrio, pio, porterà un cilicio; ebbene, egli sarà santo: ma io non lo chiamerò virtuoso che quando avrà compiuto qualche atto di virtù da cui gli uomini avranno tratto beneficio. Fintanto che è solo, non agisce né bene né male; per noi non è niente” [Voltaire, Dizionario filosofico].
È forse per pura fortuna, dicevo, che questa reale consapevolezza può trovarci, e questo è molto probabilmente il solo motivo a causa del quale questo unico mezzo a nostra disposizione non si è ancora manifestato in maniera risolutiva.
Ma di nuovo è necessario, e altresì doveroso, che su questo punto provi a spiegarmi meglio, chiarendo cosa si intenda con reale consapevolezza. Con tale espressione si vuole sottolineare ciò a cui ognuno di noi si spera possa giungere, così da comprendere che nel nostro vivere non può esistere un “io solo”, bensì ciò che va dal “noi due” al “noi tutti”. E questo non sta certo a significare che un individuo debba per forza interagire con un altro individuo, perché fisicamente presenti nello stesso luogo e nello stesso tempo. Più semplicemente ci dice che, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, nessuno di noi può dirsi slegato dal resto dell’umanità. O meglio, chiunque potrebbe dirsi slegato da tale costante interazione, a patto di non essere nato, di non aver vissuto e di non essere morto, dunque a patto di non essere esistito. E ancora, questo esistere tra il “noi due” e il “noi tutti” vincola il nostro agire a quello di chiunque altro – in primis ad ognuno dei nostri “io”; di qui anche la grandissima importanza di porsi costantemente come altro da sé, per potersi riconoscere e ricongiungere. In sostanza, l’effetto della nostra azione non è dato dalla nostra stessa singola azione, bensì dall’unione di questa con le tante e innumerevoli altre, e in ultima istanza da tutte quante prese assieme. E dall’unione di tutte le azioni simili che noi tutti abbiamo compiuto, compiamo e compiremo nascono e continuano inesorabilmente a crescere dei blocchi che svettano e perdurano, invisibili a chi non è in grado di vederli, ma che rappresentano “il peso più grande” per chi, portato a sé dalla reale consapevolezza, li può scorgere e sentire, e ne coglie l’immensa portata mortifera e vivificante a seconda si tratti del blocco delle “azioni sbagliate” o del blocco delle “azioni giuste”.
Ecco che, di nuovo, tutto dipende dal contesto, e in quello che abbiamo provato a definire come trascendente e trascendentale, allora, la ripetizione, a mio modo di vedere, può dirsi esistente e concreta. Certo è una ripetizione a prescindere dal tempo, è una ripetizione di azioni, un ripetizione d’intenti, che accresce costantemente i due più grandi blocchi che svettano e perdurano, ognuno dei quali composto da tanti blocchi più piccoli, a loro volta costituiti da altri blocchi ancora più piccoli, e così di seguito, fino al singolo agire di ciascun individuo. In tale contesto, ognuno di noi può essere, e una volta che ha potuto lo è già, privato di qualsiasi circostanza attenuante, e le nostre azioni non possono più essere considerate alla luce della fugacità, poiché fugaci, qui, non sono più; poiché effimere, qui, non sono più.
Sorgono però alcuni quesiti, decisamente non trascurabili. Quali sono le azioni sbagliate? Quali quelle giuste? Esistono azioni che giuste e sbagliate non sono? Se sì, come le poniamo all’interno della nostra analisi? E poi, le azioni giuste sono sempre giuste o in taluni casi possono rivelarsi sbagliate? E viceversa? E ancora, le azioni possono essere giuste e sbagliate nel medesimo istante in cui vengono agite? A quale livello esistenziale dobbiamo fare riferimento per decidere? Dobbiamo decidere ogni volta o si tratta di un meccanismo inconscio?
Ancora una volta viene in aiuto ciò che abbiamo definito reale consapevolezza, la cui più grande potenza è quella di permettere, a coloro i quali sono entrati in suo possesso, di compiere ogni azione dopo averla analizzata da tutti i diversi punti di vista, così da trovare proprio quella che rappresenti il giusto punto d’equilibrio. Non diciamo che l’errore può essere ammesso, diciamo che sicuramente si sbaglierà; la più grande potenza non può certo essere acquisita tutta in un colpo e tutta insieme, anzi, forse non si arriverà neppure mai a possederla per intero, o non la si possederà affatto, ma ciò che conterà sarà l’aver sinceramente provato.
È vero che è la consapevolezza che può trovarci, e non il contrario, è sempre lei, la sua più piccola parte, che per prima ci trova. Tuttavia non è vano il cercarla, sempre e dovunque, interiormente ed esteriormente, in ciò che osserviamo, anche solo con la coda dell’occhio; in ciò che udiamo, anche solo da lontano; in ciò che sentiamo, anche se ci rende tristi, cosicché una volta che ci siamo fatti trovare, perché forse anche di questo si tratta, di farsi trovare, possiamo aggrapparci a quella sua più piccola parte e sforzarci in ogni modo per accrescerne la grande potenza. E ciò è ancora più importante, ancora più utile, ancora più doveroso da compiersi nella sua totalità in un mondo oramai davvero globale, nel quale, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, tutti quanti assieme noi viviamo. È dunque attraverso la conoscenza del mondo, che altro non è che l’incontro col mondo stesso e con i suoi innumerevoli mondi, che dobbiamo riconoscerci per conoscerci e quindi accrescerci. Questa è la via in un mondo globale come il nostro. E tale mondo globale altro non è che una concreta e mutevole estrinsecazione di quel contesto trascendente e trascendentale di cui tanto si è parlato.
È stata chiamata globalizzazione.
L’avvenire di una nuova cultura
Vediamo brevemente qualcosa di ciò che è stato detto sul concetto di globalizzazione, per poter così continuare nella nostra ricerca.
In senso lato, con il termine globalizzazione si intende il legame esistente tra le azioni e le sorti di ogni individuo, organizzazione complessa e comunità, e quelle di altri individui, organizzazioni e comunità. Tale fenomeno porta con sé numerose, diverse e cangianti conseguenze, non facilmente isolabili e analizzabili, cosicché numerose, diverse e cangianti sono anche le interpretazioni che di tale fenomeno vengono date.
Martin Khor, per esempio, sostiene che la globalizzazione è semplicemente una versione attuale del colonialismo. Secondo tale punto di vista, la globalizzazione non sarebbe più “naturale”, bensì rappresenterebbe un progetto preciso per rendere governi ed individui subalterni rispetto alle forze di mercato. Thomas Friedman, del New York Times, invece, identifica la globalizzazione con “l’inesorabile integrazione di mercati, stati-nazione e tecnologie a un livello mai prima raggiunto, con la conseguenza di permettere agli individui, alle imprese e agli stati-nazione di estendere la propria azione in giro per il mondo più velocemente, più profondamente e a minor costo di quanto sia mai stato possibile in precedenza”. John Mickelthwait e Adrian Wooldridge, del Financial Times, a loro volta, sostengono che l’integrazione dei mercati deve essere celebrata per il suo contributo alla libertà: un mondo meglio connesso e più aperto può rendere universalmente accessibili nuove idee e nuovi prodotti, e rendere dunque migliore la vita. Tom Peters, guru del management, infine, definisce la globalizzazione come “la forza che con maggior potenza contribuisce al progresso sulla faccia della terra”.
Risulta difficile non ammettere che tutte queste interpretazioni-definizioni possono essere, e lo sono effettivamente, rappresentative di eventi reali.
Ma sono altri due i punti di vista che qui preme sottolineare, e che appartengono a due famosi sociologi: Zygmunt Bauman ed Anthony Giddens.
Per Anthony Giddens la globalizzazione sta a significare l’intensificazione delle relazioni sociali su scala mondiale in modo tale da far dipendere ciò che accade a livello locale da eventi che accadono a grande distanza e viceversa; così che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia basterebbe a scatenare un tornado in Texas (Edward Lorenz, matematico).
Per Zygmunt Bauman la globalizzazione divide più che unire, creando un divario sempre più ampio tra chi possiede e chi non ha http:\\/\\/psicolab.neta. Inoltre, piuttosto che una cultura ibrida e multietnica, la globalizzazione starebbe creando un mondo più omogeneo. Bauman definisce il fenomeno della globalizzazione come “la svalutazione dell’ordine in quanto tale”
A questo punto vorrei spostarmi da un’interpretazione, direi, immediata, di tale definizione, per cui “la svalutazione dell’ordine” porta l’individuo ad essere uno spettatore passivo della continua e imprevedibile trasformazione delle frontiere, delle istituzioni e delle fedeltà, ad una forse più sfuggente, ma a mio modo di vedere altrettanto essenziale. Vorrei allora provare a scorgere in questa “svalutazione dell’ordine in quanto tale” un semplice, ma terribile, smarrimento dei valori. Questo è, molto probabilmente, il più grande rischio, fase terminale di un processo sorto indipendentemente dalla globalizzazione, ma che questa, con la rilevanza che oggi ha acquisito, sarebbe in grado di accelerare e definitivamente, brutalmente concludere. È un rischio, è il più grande, ma è un rischio, non una logica conseguenza. Esiziale è, dunque, ancora una volta, provare a comprendere quali possano essere tali valori, e coglierne la portata in un mondo globalizzato.
A tale scopo riprenderei immediatamente in considerazione la definizione di globalizzazione data da Giddens. Questi afferma, mi ripeto ma è necessario, che la globalizzazione sta a significare l’intensificazione delle relazioni sociali su scala mondiale in modo tale da far dipendere ciò che accade a livello locale da eventi che accadono a grande distanza e viceversa; così che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia basterebbe a scatenare un tornado in Texas.
Ognuno di noi è una farfalla, o meglio, ognuno di noi è a volte una farfalla, a volte parte di essa; farfalla piccola o grande, parte piccola o grande, non ha alcuna importanza. Ogni nostra azione potrebbe scatenare un tornado, ma anche, con un soffio, allontanare la tempesta. Ogni nostra azione potrebbe essere l’ultima goccia o l’esigua forza di quel topino che in una fiaba raccontatami nell’infanzia serviva a spostare le cose tutte da un lato. La nostra forza, forse più esigua di quella di tale topino, deve servire, poiché effettivamente serve, a spostare gli eventi dell’intero mondo dal lato giusto. Il lato giusto è quello del rispetto dell’altro, il vivere per l’altro, che poi è la nostra stessa potenza, generata nel medesimo istante in cui veniamo trovati dalla reale consapevolezza. La consapevolezza di ciò che sono io perché so chi sono gli altri, la consapevolezza di essere tutti ugualmente diversi, e in ciò tutti uguali, la consapevolezza che dobbiamo renderci, poiché già lo siamo, tutti quanti parte di un qualcosa che tutti include e che tutti deve responsabilizzare, poiché tutti già responsabilizza. In quanto sono io, appartengo-definisco me stesso; ma sono figlio, sono padre, sono madre e appartengono-definisco la mia famiglia; ma sono bresciano e appartengo-definisco la mia città; ma sono lombardo e appartengo-definisco la mia regione; ma sono italiano e appartengo-definisco la mia nazione; ma sono europeo e appartengo-definisco il mio continente; ma sono anche nel mondo e del mondo, sono mondiale, sono globale, e quindi appartengo-definisco il mio mondo; e poi di nuovo sono io, poi di nuovo sono figlio, poi di nuovo sono padre, poi di nuovo sono madre. E questi sono solo alcuni dei nostri innumerevoli modi di essere, soltanto alcuni dei nostri innumerevoli e cangianti mondi esistenziali.
Non dobbiamo aver paura di diventare un insieme omogeneo. Poiché siamo già tutti quanti affini, perché non riscoprirci anche ben armonizzati gli uni con gli altri? Tutto ciò non esclude la possibilità di affermare noi stessi in quanto singolo, anzi, amplifica tale possibilità.
In quanto uomini siamo tutti omogenei.
In quanto uomini siamo tutti eterogenei.
Nel nostro caso tali opposti non si escludono vicendevolmente.
Questo è il cancello che dobbiamo aprire, un cancello attraverso il quale possiamo e dobbiamo guardare, e che dobbiamo deciderci a varcare in ogni direzione e in ogni verso. La posta in gioco è la nostra vita, la serratura è semplicemente paura, la chiave la consapevolezza, la mano il dialogo.
“È irragionevole credere che gli individui possano essere d’accordo su tutto. Non è però impossibile anticipare le conseguenze di un conflitto che, portato all’esasperazione, nasce da una cattiva, se non assente, comunicazione”, “la qualità della nostra intera vita è determinata dal tipo e dalla qualità della nostra comunicazione”, poiché “la comunicazione è un atto esistenziale senza del quale non può esservi esistenza, sia cosciente sia incosciente” [A. Bertirotti – A. Larosa, Umanità abissale]. Senza comunicazione non può esserci conoscenza, perché ogni conoscenza è comunicata da noi a noi medesimi, e da noi medesimi a tutti gli altri, e da questi a loro stessi, e da loro stessi a noi stessi. E senza conoscenza non ci si può conoscere, non si può riconoscere, non si può riconoscersi. E senza conoscere-riconoscere noi stessi e conoscere-riconoscere tutti gli altri può esistere unicamente un “io solo”, e quindi niente, e quindi vuoto, e quindi il http:\\/\\/psicolab.neta.
E senza comunicazione, senza conoscenza, senza conoscerci e senza riconoscerci non potrebbe mai emergere una cultura che tutti quanti assieme possa accomunare.
Ma a questo punto qualcuno potrebbe dissentire, obiettando tra sé e sé, che non è comunque detto che da tali presupposti debba necessariamente seguire l’avvento di quella cultura che tutti accomuni. A costoro farei notare principalmente due cose. Innanzitutto che la cultura della quale si tratta, come ogni tipo di cultura, non consegue, ma nasce con l’avvento della comunicazione, della conoscenza, del conoscersi e del riconoscersi. In secondo luogo ciò già accade, e da non poco tempo, e accade proprio in quel mondo esistenziale che più si avvicina all’essenza della Vita. Parlo del mondo dell’arte. Nell’arte il vecchio e il nuovo sanno incontrarsi e dare origine a qualcosa che non è più né vecchio né nuovo, è semplicemente altro, pur comprendendoli entrambi, potendo certamente comprendere il meglio di entrambi. In ciò l’arte è l’esempio di un processo che può e quindi deve essere positivo. Cos’è l’arte se non un incontro tra culture? Quando ascoltiamo una musica, osserviamo un quadro, leggiamo un libro, un romanzo, una raccolta di poesie, quando ci immergiamo in un film o in un’opera teatrale noi assistiamo ad una mediazione tra i mondi di due o più persone e alla creazione di un nuovo mondo, di un nuovo baricentro, di una nuova esistenza, in sostanza, di una nuova cultura. L’arte allora è un esempio lampante della possibilità reale che c’è in ognuno di noi. Poiché l’arte è dell’uomo, ed è una rappresentazione di mondi, una rappresentazione di culture, l’arte è l’uomo. E l’uomo dunque è questi mondi, queste culture, tutte quante assieme indispensabili, soprattutto oggi, per “riafferrare la nostra vita, e anche la vita altrui: giacché lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, bensì di visione. Esso è la rivelazione, impossibile con mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo come ci appare il mondo: differenza che, se non ci fosse l’arte, resterebbe l’eterno segreto di ognuno. Solo grazie all’arte ci è dato uscire da noi stessi, sapere quel che un altro vede di un universo non identico al nostro e i cui paesaggi ci rimarrebbero altrimenti ignoti come quelli che possono esserci nella Luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi; e, quanti più sono gli artisti originali, tanti più sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei mondi roteanti dell’infinito” [M. Proust, Il tempo ritrovato].
Appendice (a mo’ di cornice)
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo avrebbe condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani da passero, che si presentò col nome di Melquíades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo ricomparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquíades. ‘Le cose hanno vita propria’ proclamava lo zingaro con aspro accento, ‘si tratta soltanto di risvegliargli l’anima’.
José Arcadio Buendía, la cui smisurata immaginazione andava sempre più lontano dell’ingegno della natura, e ancora più in là del miracolo e della magia, pensò che era possibile servirsi di quella invenzione inutile per sviscerare l’oro della terra. Melquíades, che era un uomo onesto, lo prevenne: ‘Per quello non serve’. Ma a quel tempo José Arcadio Buendía non credeva nell’onestà degli zingari, e così barattò il suo mulo e una partita di capri coi due lingotti calamitati. Ursula Iguarán, sua moglie, che faceva conto su quegli animali per rimpinguare il deteriorato patrimonio domestico, non riuscì a dissuaderlo. ‘Molto presto ci avanzerà tanto oro da lastricarne la casa’ ribatté suo marito. Per parecchi mesi si ostinò a dimostrare la veracità delle sue congetture. Esplorò la regione a palmo a palmo, compreso il fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando ad alta voce l’esorcismo di Melquíades. L’unica cosa che riuscì a dissotterrare fu un’armatura del quindicesimo secolo con tutte le sue parti saldate da una crostaccia di ruggine, la cui cavità aveva la risonanza vacua di un’enorme zucca piena di sassi. Quando José Arcadio Buendía e i quattro uomini della sua spedizione riuscirono a disarticolare l’armatura, vi trovarono dentro uno scheletro calcificato che portava appeso al collo un reliquiario di rame con un ricciolo di donna.
A marzo tornarono gli zingari. Questa volta traevano un cannocchiale e una lente grande come un tamburo, che esibirono come l’ultima scoperta degli ebrei di Amsterdam. Misero a sedere una zingara a un’estremità del villaggio e collocarono il cannocchiale sull’entrata della tenda. Per cinque reales, la gente poteva chinarsi sul cannocchiale e vedere la zingara a portata di mano. ‘La scienza ha eliminato le distanze’ proclamava Melquíades. ‘Tra poco, l’uomo potrà vedere quello che succede in qualsiasi luogo della terra, senza muoversi da casa sua’. In un mezzogiorno ardente fecero una mirabile dimostrazione con la lente gigantesca: misero un mucchio di erba secca in mezzo alla strada e le appiccarono il fuoco mediante la concentrazione dei raggi solari. José Arcadio Buendía, che ancora non era riuscito a consolarsi dell’insuccesso delle sue calamite, concepì l’idea di utilizzare quell’invenzione come arma di guerra. Melquíades, di nuovo cercò di dissuaderlo. Ma finì per accettare i due lingotti calamitati e tre pezzi di denaro coloniale in cambio della lente. Ursula pianse di costernazione. Quel denaro faceva parte di un cofano di monete d’oro che suo padre aveva accumulato in tutta una vita di privazioni, e che lei aveva seppellito sotto il letto in attesa di una buona occasione per investirle. José Arcadio Buendía non cercò nemmeno di consolarla, completamente assorto nei suoi esperimenti tattici con l’abnegazione di uno scienziato e perfino a rischio della propria vita. Mentre cercava di dimostrare gli effetti della lente sulla truppa nemica, espose se stesso alla concentrazione dei raggi solari e patì scottature che si trasformarono in ulcere e guarirono solo dopo parecchio tempo. Nonostante le proteste di sua moglie, messa in apprensione da un’invenzione così pericolosa, poco mancò non incendiasse la casa. Passava lunghe ore nella sua stanza, facendo calcoli sulle possibilità strategiche di quella sua arma inusitata, finché riuscì a comporre un manuale di una stupenda chiarezza didattica e di un irresistibile potere di convinzione. Lo spedì alle autorità, allegandovi numerose testimonianze sulle sue esperienze e vari fascicoli di disegni illustrativi, affidandolo a un messaggero che attraversò la sierra, si perse tra pantani smisurati, risalì fiumi impetuosi e fu sul punto di perire sotto il flagello delle belve, del paludismo e della disperazione, prima di riuscire a raggiungere una strada di allacciamento con le mule della posta. Nonostante il viaggio alla capitale fosse in quei tempi poco meno che impossibile, José Arcadio Buendía si riprometteva di intraprenderlo non appena il governo glielo avesse ordinato, allo scopo di dare dimostrazioni pratiche della sua invenzione alle autorità militari, e addestrarle personalmente nelle arti complicate della guerra solare. Per molti anni attese una risposta. Alla fine, stanco di aspettare, si lamentò con Melquíades del fallimento della sua iniziativa, e lo zingaro diede allora una prova convincente di onestà: gli restituì i dobloni in cambio della lente, e gli lasciò inoltre delle mappe portoghesi e diversi strumenti di navigazione. Scrisse di suo pugno una succinta sintesi degli studi del monaco Hermann, che lasciò a sua disposizione perché potesse servirsi dell’astrolabio, della bussola e del sestante. José Arcadio Buendía trascorse i lunghi mesi di pioggia chiuso in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno disturbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un’insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno. Quando fu esperto nell’uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l’abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell’orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l’igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione. Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a se stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio. Alla fine, un martedì di dicembre, verso l’ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l’augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
‘La terra è rotonda come un’arancia’.
Ursula perse la pazienza. ‘Se devi diventare pazzo, diventalo per conto tuo’ gridò. ‘Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro’. José Arcadio Buendía, impassibile, non si lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l’astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente. Tutto il paese era convinto che Josè Arcadio Buendía avesse perduto il senno, quando arrivò Melquíades a mettere le cose a posto. Esaltò pubblicamente l’intelligenza di quell’uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.” [Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine]