Il peso delle nostre scelte
Nietzsche, con l’immagine dell’eterno ritorno, ci mette di fronte a un pensiero capace di schiacciarci o di elevarci: e se ogni istante della nostra vita, con ogni dolore e ogni gioia, dovesse ripetersi identico infinite volte? La domanda “vorresti viverlo ancora e ancora?” farebbe di ogni nostra azione il “peso più grande”. Diventerebbe impossibile liquidare qualcosa come effimero e privo di conseguenze.
È il rovescio dell’idea, sviluppata da Milan Kundera, secondo cui una vita che scorre una volta sola, senza ritorno, rischia di apparire leggera, quasi priva di peso. Se ciò che accade non torna mai, allora anche l’orrore tende a stemperarsi nel tempo, a trasformarsi in parola, in ricordo attenuato dalla nostalgia. È la “circostanza attenuante” della fugacità: proprio perché tutto passa, fatichiamo a pronunciare un verdetto netto. Ma questa leggerezza nasconde un rischio: se nulla torna e nulla pesa, allora tutto sembra permesso.
Cercare il senso, a diversi livelli
Da qui una domanda inevitabile: perché sentiamo che è importante scegliere e agire “rettamente”, se tanto tutto passa? La risposta, forse, dipende dal contesto. Una stessa affermazione può essere vera in un ambito e non in un altro, come accade in geometria: non esiste una sola verità assoluta, ma questo non significa che non esista alcuna verità. Dipende dal livello a cui ci collochiamo.
Possiamo provare a restringere il campo. Qual è il senso “ultimo” dell’uomo in quanto essere vivente? La conservazione della specie, attraverso la procreazione e la cura della prole. È un senso concreto, in cui investiamo gran parte delle nostre energie. Ma accanto a questo esiste un’altra dimensione della vita, apparentemente slegata da quel fine biologico: tutto ciò che l’uomo ha “in più”, ciò che inizialmente poteva sembrare un eccesso superfluo, e che invece si è radicato al punto da farci riconoscere, nella vita, la Vita.
È questa dimensione “trascendente” che merita di essere presa sul serio. Presa in sé, potrebbe non avere un senso proprio. E allora, dimentichi del solo vivere per preservare la specie, andiamo cercando in essa una qualche parvenza di senso che ci faccia sentire di esistere. Ma se questa ricerca gira a vuoto, tentativo dopo tentativo, rischia di aprire sotto di noi una voragine, in cui si può cadere senza appigli.
Il “vivere per l’altro”
A chi ha la fortuna di accorgersene in tempo, di intuire che il proprio agire abituale sta scavando quella fossa, si può proporre una possibilità. Non è facile, forse è persino inattuabile fino in fondo, ma vale la pena tentarla: la si potrebbe chiamare il vivere per l’altro.
Non si tratta necessariamente di diventare missionari o di dedicarsi al volontariato, ma di qualcosa insieme più semplice e più difficile: “dare senso” al fragile pavimento che copre la voragine dell’insensato. Se l’uomo trova un senso intrinseco nel generare altre vite e nel prendersene cura, allora, per analogia, ciascuno di noi può trovare una parvenza di senso nel prendersi cura dell’altro. È come un derivato, spostato su un altro piano, di quel senso “ultimo”: non più solo dare la vita, ma dare valore alla vita, propria e altrui.
Come osservava Voltaire, un uomo isolato può anche essere sobrio e devoto, ma lo diremo virtuoso solo quando avrà compiuto qualche atto da cui gli altri abbiano tratto beneficio: finché resta solo, non agisce né bene né male. La virtù, insomma, esiste solo nella relazione.
La “reale consapevolezza”
Lo strumento di questo cammino è ciò che potremmo chiamare reale consapevolezza: la comprensione che nel nostro vivere non esiste davvero un “io solo”, ma qualcosa che va dal “noi due” al “noi tutti”. Non significa dover interagire di continuo con qualcuno, ma riconoscere che nessuno di noi è slegato dal resto dell’umanità. Si potrebbe dirsi separati solo a patto di non essere mai nati, mai vissuti, mai morti: cioè di non essere mai esistiti.
Da questo discende un’idea potente: l’effetto della nostra azione non nasce dalla singola azione isolata, ma dalla sua unione con innumerevoli altre. Dall’insieme di tutte le azioni simili che l’umanità ha compiuto, compie e compirà, si formano dei “blocchi” che crescono e perdurano, invisibili a chi non sa vederli, ma reali. E qui, in questo contesto, l’eterno ritorno riacquista concretezza: non nel tempo, ma nella ripetizione degli intenti, che alimenta di continuo il blocco delle “azioni giuste” o quello delle “azioni sbagliate”. Le nostre scelte, viste così, perdono l’attenuante della fugacità.
Restano naturalmente domande aperte, e difficilissime: quali sono le azioni giuste e quali le sbagliate? Possono un’azione essere entrambe le cose insieme? La consapevolezza non fornisce risposte automatiche, ma permette di analizzare ogni azione da più punti di vista, cercando un punto di equilibrio. Non elimina l’errore, anzi: si sbaglierà di sicuro. Ciò che conta è averci sinceramente provato.
Il mondo globale come banco di prova
Tutto questo diventa ancora più urgente in un mondo ormai davvero globale. Con globalizzazione, in senso ampio, si intende il legame tra le azioni e le sorti di ogni individuo e comunità e quelle di tutti gli altri. Un fenomeno che riceve interpretazioni molto diverse: c’è chi vi vede una nuova forma di dominio dei mercati sugli individui, chi un’integrazione senza precedenti di mercati e tecnologie, chi una forza di libertà e progresso.
Due sguardi sociologici aiutano a mettere a fuoco. Per Anthony Giddens la globalizzazione è l’intensificazione delle relazioni sociali su scala mondiale, tale da rendere ciò che accade a livello locale dipendente da eventi lontani, e viceversa: come nell’immagine del “battito d’ali di una farfalla” capace di scatenare, in teoria, una tempesta dall’altra parte del mondo. Per Zygmunt Bauman, invece, la globalizzazione rischia di dividere più che unire, allargando il divario tra chi possiede e chi non ha nulla, e producendo, più che una ricca ibridazione, un mondo omogeneo. Bauman parla, in questo senso, di una “svalutazione dell’ordine”.
È proprio in questa svalutazione che si annida il pericolo più grande: uno smarrimento dei valori. Non una conseguenza inevitabile, ma un rischio, che la globalizzazione può accelerare. Eppure l’immagine della farfalla può essere ribaltata. Ognuno di noi è, a volte, quella farfalla: ogni nostra azione potrebbe scatenare una tempesta, ma anche, con un soffio, allontanarla. La nostra forza, per quanto esigua, serve a spostare gli eventi del mondo “dal lato giusto”: quello del rispetto e della cura dell’altro.
Uguali e diversi insieme
La consapevolezza ci mostra che siamo tutti “ugualmente diversi”, e proprio in questo tutti uguali. Ciascuno appartiene a cerchi concentrici che lo definiscono: sono io, ma sono anche figlio, genitore, cittadino di una città, di una regione, di una nazione, di un continente, e infine del mondo. Non dobbiamo temere di diventare un insieme omogeneo: possiamo riscoprirci affini e insieme ben armonizzati, senza rinunciare ad affermarci come singoli. In quanto uomini siamo tutti omogenei e tutti eterogenei, e questi opposti, nel nostro caso, non si escludono.
La chiave per varcare questa soglia è la comunicazione. Senza comunicazione non c’è conoscenza, perché ogni conoscenza è comunicata da noi a noi stessi e agli altri; e senza conoscere e riconoscere noi stessi e gli altri resterebbe solo un “io solo”, cioè il vuoto. Anticipare le conseguenze di un conflitto che nasce da una cattiva o assente comunicazione è possibile: la qualità della nostra vita dipende in larga parte dalla qualità del nostro comunicare.
L’arte come incontro tra mondi
Che una cultura capace di accomunarci possa nascere non è solo un auspicio: accade già, e da tempo, nel mondo che più si avvicina all’essenza della vita, quello dell’arte. Nell’arte il vecchio e il nuovo si incontrano e generano qualcosa che non è più né l’uno né l’altro, ma “altro”, capace di comprendere il meglio di entrambi.
Che cos’è l’arte, in fondo, se non un incontro tra culture? Quando ascoltiamo una musica, guardiamo un quadro, leggiamo un romanzo, entriamo in un film, assistiamo alla mediazione tra i mondi di più persone e alla nascita di un mondo nuovo. Come suggeriva Proust, è grazie all’arte che possiamo uscire da noi stessi e vedere l’universo con gli occhi di un altro: invece di un solo mondo, il nostro, ne vediamo molti moltiplicarsi. L’arte è così l’esempio più limpido della possibilità reale che è in ciascuno di noi: riconoscerci diversi e, proprio per questo, capaci di creare insieme qualcosa di più grande. È questa, forse, “una possibilità”: non l’unica certezza, ma una via da tentare.
Domande frequenti
Cos’è l'”eterno ritorno” di Nietzsche?
È l’idea, proposta come esperimento di pensiero, che ogni istante della vita possa ripetersi identico infinite volte. Serve a soppesare il valore delle nostre azioni: se tutto tornasse, ogni scelta acquisterebbe un peso enorme, perdendo l'”attenuante” della fugacità.
Cosa significa “vivere per l’altro”?
Non necessariamente dedicarsi al volontariato, ma dare senso alla propria esistenza attraverso la cura e il rispetto dell’altro. È visto come un “derivato” del senso ultimo dell’uomo: non solo generare vita, ma dare valore alla vita, propria e altrui, riconoscendo di non essere mai davvero soli.
Cos’è la “reale consapevolezza”?
È la comprensione che non esiste un “io solo”, ma che ciascuno è legato a tutti, dal “noi due” al “noi tutti”. Permette di analizzare le proprie azioni da più punti di vista, cercando un equilibrio, e di riconoscere che l’effetto di ogni gesto si somma a quello di innumerevoli altri.
Perché l’arte è vista come modello?
Perché è, per sua natura, un incontro tra culture e tra mondi diversi: fa nascere qualcosa di nuovo che comprende il meglio di ciò che unisce. Come diceva Proust, l’arte ci permette di vedere il mondo con gli occhi di un altro, moltiplicando i mondi a nostra disposizione.
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