Abstract: La conservazione di un adeguato livello di autostima è da ricondurre alla coerenza di due facoltà inscindibili dell’individuo, la volontà e la conoscenza, in rapporto dinamico fra loro. Per quanto la perdita di autostima sia soggettivamente vissuta come esperienza negativa, essa mette in rilievo una fase nell’autodeterminazione della coscienza, definita pre – learning, nella quale si configura l’importante momento d’incontro tra gli aspetti immanenti e trascendenti dell’esistenza umana.
Parole chiave: coscienza, autostima, learning, empowerment, problem solving, personalismo.
Parole chiave: coscienza, autostima, learning, empowerment, problem solving, personalismo.
Introduzione
“Quello che vale la pena di fare,
vale la pena di farlo imperfettamente”
G. K. CHESTERTON
vale la pena di farlo imperfettamente”
G. K. CHESTERTON
Gli interventi in campo socio-assistenziale nascono da specifiche esigenze culturali, sia di ordine interpretativo (olismo, strutturalismo) che metodologico (wholeness, reciprocità, networking, strumentalismo), tanto da doversi intendere non come semplici attività sostenute dalla conoscenza, bensì veri e propri “atti di conoscenza”, la cui realizzazione riconosce basi teoriche ed etiche. Secondo l’insegnamento di Thoma Khun, le controversie che originano dall’analisi dei fenomeni, naturali e sociali, non possono essere eliminate ricorrendo al rasoio di Occam (entia praeter necessitatem non esse multiplicanda), bensì devono essere storicizzate nel loro contesto scientifico, religioso, socio-economico e politico. L’accrescersi dei punti di riferimento culturale evita che il sapere assuma un carattere ipotetico e provvisorio: alimentare la dialettica tra opinioni diverse significa promuovere, in ogni attività professionale, quella modalità di formazione che potremmo definire “cultura dell’apprendimento”.
La Classificazione ICF – 2001 è un “sistema di informazioni”, che consente una completa descrizione dell’Uomo basata su un modello bio – psico – sociale (De Fazi, De Stasio, Malfitano, 2005) e finalizzata alla valutazione di competenze e prestazioni. D. Ianes e U. Biasioli (2005), in riferimento alla nostra analisi, sottolineano che tale terminologia sembra acquisire il significato delle espressioni inglesi di capacity e performance.
Mediante lo studio delle variabili individuate dalla ICF, possiamo affermare che la Scienza osserva l’Uomo, la Società lo valuta. In questo scenario vengono ridefinite le basi epistemologiche del termine “salute”, che attraverso una analisi cognitivista viene posto come una modalità di rappresentazione e organizzazione delle conoscenze biologiche, psicologiche e sociali dell’individuo in una data popolazione. Perché la conoscenza deve essere organizzata? Indubbiamente, se non si avessero a disposizione i concetti dovremmo necessariamente ricordare ogni istante ed ogni luogo della nostra vita; al limite, sarebbe una quotidiana sorpresa guardarci allo specchio ed a stento riconoscerci! Non basta, quindi, acquisire esperienza e memorizzarla. Un concetto è un modo per semplificare la conoscenza, ovvero un approccio economico alla memorizzazione delle esperienze acquisite: ad esempio, noi riuniamo gli oggetti in categorie per non dover ricordare ogni elemento dello stesso tipo (animali, piante, numeri, ecc.). Il concetto di Salute è ontologico, connesso ad una conoscenza specifica e disegnata per esprimere una conoscenza condivisa (o condivisibile), consentendo ragionamenti astratti, al di là delle proprie esperienze e persino in assenza di malattia. In questo modo, l’Uomo diventa una struttura concettuale, entro cui si riuniscono la condizione soggettiva ed oggettiva delle proprie esperienze.
Siamo di fronte ad un processo di razionalizzazione del destino, percepito dall’individuo come capacità di agire sulla realtà e nella realtà, non mera speculazione letteraria che trae giustificazione nell’interiorità della coscienza: “Egli (l’uomo) soltanto può … utilmente congiungere quanto è disperso” (W. Goethe, Inni, Il divino, 1873). Lo strumento indicato dalla ICF – 2001 può contribuire ad emanciparci dalle malattie, al fine di migliorare la progettazione di noi stessi, l’acquisizione di nuove competenze e motivazioni professionali. Come affermava Galileo, “non puoi insegnare qualcosa a un uomo, lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé”.
La Classificazione ICF – 2001 è un “sistema di informazioni”, che consente una completa descrizione dell’Uomo basata su un modello bio – psico – sociale (De Fazi, De Stasio, Malfitano, 2005) e finalizzata alla valutazione di competenze e prestazioni. D. Ianes e U. Biasioli (2005), in riferimento alla nostra analisi, sottolineano che tale terminologia sembra acquisire il significato delle espressioni inglesi di capacity e performance.
Mediante lo studio delle variabili individuate dalla ICF, possiamo affermare che la Scienza osserva l’Uomo, la Società lo valuta. In questo scenario vengono ridefinite le basi epistemologiche del termine “salute”, che attraverso una analisi cognitivista viene posto come una modalità di rappresentazione e organizzazione delle conoscenze biologiche, psicologiche e sociali dell’individuo in una data popolazione. Perché la conoscenza deve essere organizzata? Indubbiamente, se non si avessero a disposizione i concetti dovremmo necessariamente ricordare ogni istante ed ogni luogo della nostra vita; al limite, sarebbe una quotidiana sorpresa guardarci allo specchio ed a stento riconoscerci! Non basta, quindi, acquisire esperienza e memorizzarla. Un concetto è un modo per semplificare la conoscenza, ovvero un approccio economico alla memorizzazione delle esperienze acquisite: ad esempio, noi riuniamo gli oggetti in categorie per non dover ricordare ogni elemento dello stesso tipo (animali, piante, numeri, ecc.). Il concetto di Salute è ontologico, connesso ad una conoscenza specifica e disegnata per esprimere una conoscenza condivisa (o condivisibile), consentendo ragionamenti astratti, al di là delle proprie esperienze e persino in assenza di malattia. In questo modo, l’Uomo diventa una struttura concettuale, entro cui si riuniscono la condizione soggettiva ed oggettiva delle proprie esperienze.
Siamo di fronte ad un processo di razionalizzazione del destino, percepito dall’individuo come capacità di agire sulla realtà e nella realtà, non mera speculazione letteraria che trae giustificazione nell’interiorità della coscienza: “Egli (l’uomo) soltanto può … utilmente congiungere quanto è disperso” (W. Goethe, Inni, Il divino, 1873). Lo strumento indicato dalla ICF – 2001 può contribuire ad emanciparci dalle malattie, al fine di migliorare la progettazione di noi stessi, l’acquisizione di nuove competenze e motivazioni professionali. Come affermava Galileo, “non puoi insegnare qualcosa a un uomo, lo puoi solo aiutare a scoprirla dentro di sé”.
1 Costruzione del sé e autostima
1a L’autostima
L’auto-potenziamento comprende la consapevolezza, dettata dal buon senso, che chiunque sia dotato di un alto livello di sicurezza in se stesso, di doti e competenza personali nonché di capacità nei rapporti interpersonali, possiede un maggior potenziale di successo. Per potenziare qualcuno, è necessario agire sulla capacità di prendere decisioni in autonomia; ciò significa permettere alle persone di usare la loro intelligenza, esperienza, intuizione e creatività.
La persona self-empowered ha le migliori probabilità di raggiungere obiettivi, d’istaurare relazioni efficaci col prossimo e di godersi la vita nella sua totale pienezza, possiede cioè un maggior potenziale di successo. Il successo è un processo continuo di porsi obiettivi e raggiungerli. Il successo è un’esperienza continua e non una meta lontana da conseguire un giorno o l’altro. (Lloyd, Berthelot, 1994)
Gli obiettividevono essere chiaramente definiti sulla base dei propri valori personali e bisogna avere la costanza e le capacità di raggiungerli. Una persona autopotenziata ha un alto senso di autostima.
E’ difficile immaginare come qualcuno privo di autorispetto e fiducia in se stesso possa essere considerato una persona autopotenziata. Costruirsi un senso di autostima è un fattore importante per diventare autopotenziati.
L’autostima è la stima di sé per le qualità positive che tutti abbiamo e che troppo spesso diamo per scontate. La persona che ha un sano amore per se stessa ammette con serenità sia i suoi pregi che i suoi limiti cercando di migliorare:“Amo me stesso per quello che sono, ma posso migliorare”. (Strocchi, 2002)
Non va, ovviamente, confusa con un atteggiamento di superiorità, infatti può essere posta al centro di un continuum alle cui estremità sono collocate le due manifestazioni estreme della bassa autostima, ovvero la sottovalutazione di sé (la persona vede solo i suoi difetti) e la sopravvalutazione (la persona vede solo i suoi pregi). L’autostima è l’atteggiamento che ciascuno di noi ha nei confronti di se stesso. Comprende:
– l’aspetto cognitivo, ossia le opinioni che ognuno ha di sé e che riguardano: il suo aspetto fisico, le sue emozioni, la sua vita affettiva e sociale, le sue conoscenze, la sua professione, la sua moralità, il raggiungimento degli obiettivi prefissati; in altre parole la sua autorealizzazione;
– l’aspetto emotivo, ossia cosa la persona prova nei propri confronti, come ad esempio: affetto, indifferenza, ostilità;
– l’aspetto comportamentale, ovvero come la persona si comporta nei suoi riguardi: se ha rispetto di sé, se soddisfa i suoi bisogni, se sa creare delle condizioni soddisfacenti per se stessa, se cura la sua salute, ecc.
La persona self-empowered ha le migliori probabilità di raggiungere obiettivi, d’istaurare relazioni efficaci col prossimo e di godersi la vita nella sua totale pienezza, possiede cioè un maggior potenziale di successo. Il successo è un processo continuo di porsi obiettivi e raggiungerli. Il successo è un’esperienza continua e non una meta lontana da conseguire un giorno o l’altro. (Lloyd, Berthelot, 1994)
Gli obiettividevono essere chiaramente definiti sulla base dei propri valori personali e bisogna avere la costanza e le capacità di raggiungerli. Una persona autopotenziata ha un alto senso di autostima.
E’ difficile immaginare come qualcuno privo di autorispetto e fiducia in se stesso possa essere considerato una persona autopotenziata. Costruirsi un senso di autostima è un fattore importante per diventare autopotenziati.
L’autostima è la stima di sé per le qualità positive che tutti abbiamo e che troppo spesso diamo per scontate. La persona che ha un sano amore per se stessa ammette con serenità sia i suoi pregi che i suoi limiti cercando di migliorare:“Amo me stesso per quello che sono, ma posso migliorare”. (Strocchi, 2002)
Non va, ovviamente, confusa con un atteggiamento di superiorità, infatti può essere posta al centro di un continuum alle cui estremità sono collocate le due manifestazioni estreme della bassa autostima, ovvero la sottovalutazione di sé (la persona vede solo i suoi difetti) e la sopravvalutazione (la persona vede solo i suoi pregi). L’autostima è l’atteggiamento che ciascuno di noi ha nei confronti di se stesso. Comprende:
– l’aspetto cognitivo, ossia le opinioni che ognuno ha di sé e che riguardano: il suo aspetto fisico, le sue emozioni, la sua vita affettiva e sociale, le sue conoscenze, la sua professione, la sua moralità, il raggiungimento degli obiettivi prefissati; in altre parole la sua autorealizzazione;
– l’aspetto emotivo, ossia cosa la persona prova nei propri confronti, come ad esempio: affetto, indifferenza, ostilità;
– l’aspetto comportamentale, ovvero come la persona si comporta nei suoi riguardi: se ha rispetto di sé, se soddisfa i suoi bisogni, se sa creare delle condizioni soddisfacenti per se stessa, se cura la sua salute, ecc.
1b Il condizionamento operante
Perché abbiamo poca autostima? La risposta ci viene data da uno dei paradigmi di apprendimento, ossia delle modalità attraverso cui apprendiamo: il condizionamento operante, scoperto da Skinner. L’individuo, posto in una determinata situazione, emette un certo comportamento che può dar luogo a diversi effetti: a) attenzione, lode, affetto; b) sollievo dall’ansia; c) punizione; d) indifferenza. Secondo questo paradigma di apprendimento il nostro comportamento viene consolidato dagli effetti che produce sugli altri. Comunemente si pensa che la punizione sia l’unico mezzo per eliminare un comportamento indesiderato, in realtà l’unico effetto che elimina completamente un comportamento indesiderato è l’indifferenza. L’attenzione, infatti, è un fondamentale bisogno umano. La mancanza di attenzione è uno degli eventi più dolorosi della vita a qualsiasi età.
“Quando ci comportiamo bene nessuno ci dice http:\\/\\/psicolab.neta perché “abbiamo fatto il nostro dovere”, quindi i comportamenti positivi sono dati per scontati e producono indifferenza. Quando sbagliamo, tutti sono pronti a sottolineare il nostro errore, difetto o mancanza e, in tal modo, ci danno attenzione. A causa di questo condizionamento, siamo portati a dare per scontate le nostre qualità, i nostri pregi e quelli altrui, mentre siamo attenti ai difetti, alle mancanze e agli errori nostri e delle persone che ci circondano.” (Strocchi, 2002)
E’ possibile cambiare e acquisire una maggiore stima di sé per la propria salute e per la propria autorealizzazione, anche se la modificazione di sé può essere solo graduale. La bassa autostima è causa di: paure e fobie, difficoltà interpersonali, ansia e insicurezza, dipendenza dal giudizio altrui, depressione, mancata realizzazione delle proprie potenzialità La persona che ha stima di sé: non ha paura di sbagliare, stabilisce buone relazioni con gli altri, sa affrontare meglio le difficoltà e gli insuccessi della vita, non dipende dal giudizio degli altri e sa farsi rispettare, sviluppa le sue potenzialità. Per comprendere meglio come si sviluppi l’autostima la scomponiamo in tre componenti: immagine di sé, dialogo interiore ed autodeterminazione.
L’immagine di sé: è probabile che non abbiamo una consapevolezza quotidiana dell’immagine di noi stessi, tuttavia è certo che ne abbiamo una ed essa influenza il modo in cui viviamo ogni giorno la nostra vita. L’immagine che abbiamo di noi stessi influenza il modo in cui interpretiamo quello che la gente dice e fa, come scegliamo di agire in una situazione e quello che sentiamo nei nostri confronti e in quelli degli altri.
Il dialogo interiore: parlare con se stessi è qualcosa che ciascuno di noi fa con una certa frequenza, ma…come parliamo con noi stessi? Ci diciamo cose positive e incoraggianti oppure ci biasimiamo e ci facciamo rimproveri? Se ci diciamo abitualmente cose negative, manteniamo il nostro senso di autostima a un livello inferiore rispetto a quello che potrebbe essere: in media più o meno l’80% delle persone hanno un dialogo interiore negativo.
Molte delle etichette negative che ognuno di noi assegna a se stesso ci sono state attribuite in tenera età da altre persone. Alcuni dei messaggi di disapprovazione che abbiamo udito diventano parte della nostra auto-immagine e della nostra percezione della realtà.
L’autodeterminazione: molte persone trascorrono la vita permettendo che gli avvenimenti ed altri fattori determinino il modo in cui la vivono. A questo genere di persone, la vita sembra un accadimento rispetto al quale rimangono passivi anziché determinarlo loro stessi.
In realtà, la vita di ciascuno di noi è autodeterminata. Chi è passivo nel suo approccio di fronte ad essa, reagisce passivamente di fronte agli eventi e permette agli altri di avere la priorità ed è quindi responsabile di aver scelto di vivere la propria vita in modo passivo:se si è auto-determinati si è in grado di identificare attivamente i valori personali, i desideri e bisogni, definire gli obiettivi e tracciare il percorso attraverso la vita.
“Quando ci comportiamo bene nessuno ci dice http:\\/\\/psicolab.neta perché “abbiamo fatto il nostro dovere”, quindi i comportamenti positivi sono dati per scontati e producono indifferenza. Quando sbagliamo, tutti sono pronti a sottolineare il nostro errore, difetto o mancanza e, in tal modo, ci danno attenzione. A causa di questo condizionamento, siamo portati a dare per scontate le nostre qualità, i nostri pregi e quelli altrui, mentre siamo attenti ai difetti, alle mancanze e agli errori nostri e delle persone che ci circondano.” (Strocchi, 2002)
E’ possibile cambiare e acquisire una maggiore stima di sé per la propria salute e per la propria autorealizzazione, anche se la modificazione di sé può essere solo graduale. La bassa autostima è causa di: paure e fobie, difficoltà interpersonali, ansia e insicurezza, dipendenza dal giudizio altrui, depressione, mancata realizzazione delle proprie potenzialità La persona che ha stima di sé: non ha paura di sbagliare, stabilisce buone relazioni con gli altri, sa affrontare meglio le difficoltà e gli insuccessi della vita, non dipende dal giudizio degli altri e sa farsi rispettare, sviluppa le sue potenzialità. Per comprendere meglio come si sviluppi l’autostima la scomponiamo in tre componenti: immagine di sé, dialogo interiore ed autodeterminazione.
L’immagine di sé: è probabile che non abbiamo una consapevolezza quotidiana dell’immagine di noi stessi, tuttavia è certo che ne abbiamo una ed essa influenza il modo in cui viviamo ogni giorno la nostra vita. L’immagine che abbiamo di noi stessi influenza il modo in cui interpretiamo quello che la gente dice e fa, come scegliamo di agire in una situazione e quello che sentiamo nei nostri confronti e in quelli degli altri.
Il dialogo interiore: parlare con se stessi è qualcosa che ciascuno di noi fa con una certa frequenza, ma…come parliamo con noi stessi? Ci diciamo cose positive e incoraggianti oppure ci biasimiamo e ci facciamo rimproveri? Se ci diciamo abitualmente cose negative, manteniamo il nostro senso di autostima a un livello inferiore rispetto a quello che potrebbe essere: in media più o meno l’80% delle persone hanno un dialogo interiore negativo.
Molte delle etichette negative che ognuno di noi assegna a se stesso ci sono state attribuite in tenera età da altre persone. Alcuni dei messaggi di disapprovazione che abbiamo udito diventano parte della nostra auto-immagine e della nostra percezione della realtà.
L’autodeterminazione: molte persone trascorrono la vita permettendo che gli avvenimenti ed altri fattori determinino il modo in cui la vivono. A questo genere di persone, la vita sembra un accadimento rispetto al quale rimangono passivi anziché determinarlo loro stessi.
In realtà, la vita di ciascuno di noi è autodeterminata. Chi è passivo nel suo approccio di fronte ad essa, reagisce passivamente di fronte agli eventi e permette agli altri di avere la priorità ed è quindi responsabile di aver scelto di vivere la propria vita in modo passivo:se si è auto-determinati si è in grado di identificare attivamente i valori personali, i desideri e bisogni, definire gli obiettivi e tracciare il percorso attraverso la vita.
1c Le relazioni interpersonali
Un altro aspetto importante dell’essere auto-potenziati è quello di avere la capacità di interagire efficacemente con il prossimo. Anche la persona più positiva e dotata di fiducia in se stessa non otterrà molto, se non possiede le capacità necessarie per comunicare e collaborare con gli altri. (Lloyd, Berthelot, 1994)
E’ per questo necessario essere consapevoli delle proprie qualità, preferenze e dei propri desideri, essere capaci di esprimerli chiaramente, cercando di non essere passivi nelle vostre interazioni col prossimo: assertività.
Per comportamento assertivo si intende non l’ostinato atteggiamento di chi vuole ottenere a tutti i costi ciò che vuole, ma la decisa volontà di far valere i propri diritti, di esprimere le proprie opinioni, sentimenti, desideri quando lo si ritenga opportuno, in modo chiaro, sincero, diretto, appropriato e rispettoso senza violare i diritti del proprio interlocutore.
Il comportamento assertivo si basa sul rispetto di sé e dell’altro, sulla considerazione dei propri bisogni e sulla possibilità di negoziare in caso di conflitto: nei rapporti interpersonali, invece, le persone oscillano tra due atteggiamenti opposti, la passività e l’aggressività. Il passivo non esprime le sue opinioni, i suoi bisogni e non difende i suoi diritti perché ha paura di incrinare il rapporto con l’altro, di sembrare cattivo o egoista o di fare soffrire l’altro. Può anche arrivare ad esprimere le sue critiche, ma lo fa in modo poco chiaro e incisivo per cui difficilmente viene preso in considerazione. L’aggressivo è colui che esprime i suoi diritti, bisogni e critiche in modo inappropriato, attaccando, opprimendo, colpevolizzando o umiliando l’interlocutore.
Si parla di Sindrome del pendolo quando si passa da una modalità all’altra. La persona può essere prevalentemente passiva o aggressiva o passiva con qualcuno ed aggressiva con altri.
Il passivo-aggressivo impone, invece, le sue opinioni usando mezzi indiretti (manipolazione attraverso i sensi di colpa o attraverso un’apparente dolcezza o simpatia) E’ importante saper distinguere tra quelli che sono i diritti degli altri e i loro desideri o aspettative: non è giusto ledere i diritti degli altri, ma non è altrettanto giusto andare contro se stessi per soddisfare i desideri altrui. Come abbiamo appreso ad essere in un modo, possiamo apprendere comportamenti più adattivi, purchè ci si ponga obiettivi graduali per raggiungere la meta.
E’ per questo necessario essere consapevoli delle proprie qualità, preferenze e dei propri desideri, essere capaci di esprimerli chiaramente, cercando di non essere passivi nelle vostre interazioni col prossimo: assertività.
Per comportamento assertivo si intende non l’ostinato atteggiamento di chi vuole ottenere a tutti i costi ciò che vuole, ma la decisa volontà di far valere i propri diritti, di esprimere le proprie opinioni, sentimenti, desideri quando lo si ritenga opportuno, in modo chiaro, sincero, diretto, appropriato e rispettoso senza violare i diritti del proprio interlocutore.
Il comportamento assertivo si basa sul rispetto di sé e dell’altro, sulla considerazione dei propri bisogni e sulla possibilità di negoziare in caso di conflitto: nei rapporti interpersonali, invece, le persone oscillano tra due atteggiamenti opposti, la passività e l’aggressività. Il passivo non esprime le sue opinioni, i suoi bisogni e non difende i suoi diritti perché ha paura di incrinare il rapporto con l’altro, di sembrare cattivo o egoista o di fare soffrire l’altro. Può anche arrivare ad esprimere le sue critiche, ma lo fa in modo poco chiaro e incisivo per cui difficilmente viene preso in considerazione. L’aggressivo è colui che esprime i suoi diritti, bisogni e critiche in modo inappropriato, attaccando, opprimendo, colpevolizzando o umiliando l’interlocutore.
Si parla di Sindrome del pendolo quando si passa da una modalità all’altra. La persona può essere prevalentemente passiva o aggressiva o passiva con qualcuno ed aggressiva con altri.
Il passivo-aggressivo impone, invece, le sue opinioni usando mezzi indiretti (manipolazione attraverso i sensi di colpa o attraverso un’apparente dolcezza o simpatia) E’ importante saper distinguere tra quelli che sono i diritti degli altri e i loro desideri o aspettative: non è giusto ledere i diritti degli altri, ma non è altrettanto giusto andare contro se stessi per soddisfare i desideri altrui. Come abbiamo appreso ad essere in un modo, possiamo apprendere comportamenti più adattivi, purchè ci si ponga obiettivi graduali per raggiungere la meta.
2 Il diritto alla realizzazione personale
2a La globalità dei bisogni
La Teoria Generale dei Sistemi si fonda sulla consapevolezza della fondamentale interdipendenza fra tutti i fenomeni fisici, biologici, psicologici, sociali e culturali: tutte le strutture viventi possono essere descritte come incluse in sistemi più ampi e composte a loro volta da sottosistemi in costante interazione reciproca. In pratica questo cambiamento epistemologico può essere semplificato dicendo che ogni effetto in ambito sociale si ripercuote anche in ambito familiare, individuale e viceversa. La visione eco-sistemica comporta profonde implicazioni se applicata all’ambito della salute dell’individuo e della società.
La salute viene promossa attraverso l’empowerment degli individui, i quali sono ritenuti responsabili e capaci di attuare provvedimenti che tutelino la propria salute. La mente e il corpo sono considerati un unico elemento, ciascuno in grado di influenzare fortemente l’altro (Capra, 2001). Secondo questo modello gli individui sono visti come largamente responsabili per la propria salute e i professionisti della salute appaiono valide risorse umane con le quali interagire. L’articolazione del processo metodologico, condiviso fra diversi professionisti nel campo assistenziale, è basato sulla personalizzazione dell’assistenza, modellato sulla globalità dei bisogni. Il percorso non è da intendersi in modo rigido, ma come una realtà fluida che si costruisce via via in relazione alle diverse caratteristiche dei soggetti e delle risorse. Il processo è stato pensato per sviluppare l’empowerment, il potere delle persone di poter condividere il percorso che si vuole intraprendere. E i progetti individualizzati di assistenza, hanno una impostazione di tipo sistemico, in cui le diverse parti interagiscono fra loro, valorizzando le caratteristiche del singolo. Nei servizi alle persone ci si prende cura di aspetti importanti di tipo assistenziali, che si esplicano soprattutto attraverso la “relazione di aiuto”. Entrare nella prospettiva della relazione di aiuto richiama il principio del rispetto per l’altro, il diritto alla realizzazione personale, che costituisce un fondamento della convivenza umana.
È interessante comprendere e fondare la dignità della persona umana , cogliendone lo spessore metafisico e la ricchezza fenomenologico-esistenziale, già dal significato latino di persona (maschera teatrale e personaggio); dai giuristi romani proviene l’uso del termine per indicare il soggetto di diritti, in contrapposizione per es. allo schiavo (e di qui l’opposizione fondamentale delle persone alle cose). San Tommaso definisce persona, in generale, ogni individuo dotato di natura razionale e nel pensiero moderno prima Locke e poi Kant indicano l’uomo come portatore della legge morale e capace di autonomia, e perciò degno di rispetto, dotato di dignità e senza prezzo. Nel nostro secolo Scheler definisce la persona in base al suo rapporto col mondo per la capacità di agire su di esso, sostenendo una corrispondenza tra ogni persona e il proprio mondo(Russo, 2003).
La salute viene promossa attraverso l’empowerment degli individui, i quali sono ritenuti responsabili e capaci di attuare provvedimenti che tutelino la propria salute. La mente e il corpo sono considerati un unico elemento, ciascuno in grado di influenzare fortemente l’altro (Capra, 2001). Secondo questo modello gli individui sono visti come largamente responsabili per la propria salute e i professionisti della salute appaiono valide risorse umane con le quali interagire. L’articolazione del processo metodologico, condiviso fra diversi professionisti nel campo assistenziale, è basato sulla personalizzazione dell’assistenza, modellato sulla globalità dei bisogni. Il percorso non è da intendersi in modo rigido, ma come una realtà fluida che si costruisce via via in relazione alle diverse caratteristiche dei soggetti e delle risorse. Il processo è stato pensato per sviluppare l’empowerment, il potere delle persone di poter condividere il percorso che si vuole intraprendere. E i progetti individualizzati di assistenza, hanno una impostazione di tipo sistemico, in cui le diverse parti interagiscono fra loro, valorizzando le caratteristiche del singolo. Nei servizi alle persone ci si prende cura di aspetti importanti di tipo assistenziali, che si esplicano soprattutto attraverso la “relazione di aiuto”. Entrare nella prospettiva della relazione di aiuto richiama il principio del rispetto per l’altro, il diritto alla realizzazione personale, che costituisce un fondamento della convivenza umana.
È interessante comprendere e fondare la dignità della persona umana , cogliendone lo spessore metafisico e la ricchezza fenomenologico-esistenziale, già dal significato latino di persona (maschera teatrale e personaggio); dai giuristi romani proviene l’uso del termine per indicare il soggetto di diritti, in contrapposizione per es. allo schiavo (e di qui l’opposizione fondamentale delle persone alle cose). San Tommaso definisce persona, in generale, ogni individuo dotato di natura razionale e nel pensiero moderno prima Locke e poi Kant indicano l’uomo come portatore della legge morale e capace di autonomia, e perciò degno di rispetto, dotato di dignità e senza prezzo. Nel nostro secolo Scheler definisce la persona in base al suo rapporto col mondo per la capacità di agire su di esso, sostenendo una corrispondenza tra ogni persona e il proprio mondo(Russo, 2003).
2b Personalismo ed autoformazione
Il personalismo incentra la sua riflessione sull’uomo inteso come persona (si sviluppa inizialmente in Francia con E.Mounier nel 1932, attorno alla rivista Esperit). Tale modello filosofico afferma il principio secondo cui l’uomo è “originariamente” persona, meritevole fin dall’inizio della propria vita di tutela e dignità e che diventa sempre più persona nel suo crescere, mutare e svilupparsi, in un continuo divenire nella propria progressione della vita. In questa indicazione si sottolinea il concetto di autonomia come compiutezza interiore. L’uomo non può vivere al di fuori della società, dei rapporti sociali ed economici, in quanto elementi necessari alla sua realizzazione e ciò che definisce la persona è il suo rapporto con gli altri.
L’analisi coglie il fondamento ontologico dell’uomo, cioè la base costitutiva dell’essere personale in quanto tale, nella quale sono contenute in germe le potenzialità che l’uomo esplica nella sua vita. E la persona non sarebbe comprensibile senza considerare il modo in cui è in relazione con gli altri, esercita la libertà e dona se stessa, vive la temporalità e la storia, realizza se stessa e trasforma il mondo circostante.
La dignità della persona umana o il suo essere personale non possono venir fatti dipendere dal raggiungimento o dal possesso di una determinata capacità o caratteristica: i diritti fondamentali della persona (quello alla vita o alla libertà religiosa, ad esempio) non dipendono dalle doti individuali e neppure dall’onestà o rettitudine morale del singolo, ma dall’essere stesso della persona, ontologicamente identico in ogni uomo (Cambi, 2005).
L’attuale scienza dell’educazione ha da tempo riconosciuto che la formazione è scarsamente efficace se non viene accompagnata da una appropriazione personale da parte del soggetto, da una organizzazione autonoma di quanto appreso nelle strutture di chi apprende. Una formazione basata sull’esperienza, sul problem solving, sulla capacità di riconoscere la complessità, sulla ricerca, dovrebbe avvenire attraverso percorsi imitativi, euristici e creativi. Pertanto non si sottolinea solo l’utilità dell’imparare facendo, ma quello di “fare” a partire da problemi di cui occorre trovare una soluzione, nel quadro di un apprendimento per scoperta.
La possibilità di una riflessione personale e l’attivazione di un processo di autoformazione, come pure un pluralismo di azioni educative (formali e informali) spingono l’individuo a consegnarsi a tali processi e a farlo nella maniera più giusta e consapevole. L’acquisizione di nuove competenze, con la relativa consapevolezza, migliora l’immagine del sé e rafforza l’autostima e la sicurezza.
La condizione attuale dell’educazione diventa così insieme di crisi e di crescita, di sviluppo problematico e di proiezione critica, dove la stessa alterità può rivelarsi una risorsa. Allora tale condizione va vista come possibilità, come occasione, come passaggio verso un “fare autoformazione” con una scelta di dispositivi ( dalla cura di sé al Lifelonglearning) che sta all’uomo attuare, regolamentare in funzione di un progetto emancipativo.
Coinvolgere in un progetto emancipativo i soggetti che nel mondo si collocano in culture diverse e perfino poco sensibili ai processi di crescita, vuol dire non di “formare a” (Morin, 2001), ma di risvegliare i soggetti attraverso il confronto e, con questo, disporli in quello “spazio dell’incontro” dove il dialogo e la ragione, guidati dalla comunicazione e dall’agire argomentativo, sono i veri principi più propriamente umani della realizzazione personale.
L’analisi coglie il fondamento ontologico dell’uomo, cioè la base costitutiva dell’essere personale in quanto tale, nella quale sono contenute in germe le potenzialità che l’uomo esplica nella sua vita. E la persona non sarebbe comprensibile senza considerare il modo in cui è in relazione con gli altri, esercita la libertà e dona se stessa, vive la temporalità e la storia, realizza se stessa e trasforma il mondo circostante.
La dignità della persona umana o il suo essere personale non possono venir fatti dipendere dal raggiungimento o dal possesso di una determinata capacità o caratteristica: i diritti fondamentali della persona (quello alla vita o alla libertà religiosa, ad esempio) non dipendono dalle doti individuali e neppure dall’onestà o rettitudine morale del singolo, ma dall’essere stesso della persona, ontologicamente identico in ogni uomo (Cambi, 2005).
L’attuale scienza dell’educazione ha da tempo riconosciuto che la formazione è scarsamente efficace se non viene accompagnata da una appropriazione personale da parte del soggetto, da una organizzazione autonoma di quanto appreso nelle strutture di chi apprende. Una formazione basata sull’esperienza, sul problem solving, sulla capacità di riconoscere la complessità, sulla ricerca, dovrebbe avvenire attraverso percorsi imitativi, euristici e creativi. Pertanto non si sottolinea solo l’utilità dell’imparare facendo, ma quello di “fare” a partire da problemi di cui occorre trovare una soluzione, nel quadro di un apprendimento per scoperta.
La possibilità di una riflessione personale e l’attivazione di un processo di autoformazione, come pure un pluralismo di azioni educative (formali e informali) spingono l’individuo a consegnarsi a tali processi e a farlo nella maniera più giusta e consapevole. L’acquisizione di nuove competenze, con la relativa consapevolezza, migliora l’immagine del sé e rafforza l’autostima e la sicurezza.
La condizione attuale dell’educazione diventa così insieme di crisi e di crescita, di sviluppo problematico e di proiezione critica, dove la stessa alterità può rivelarsi una risorsa. Allora tale condizione va vista come possibilità, come occasione, come passaggio verso un “fare autoformazione” con una scelta di dispositivi ( dalla cura di sé al Lifelonglearning) che sta all’uomo attuare, regolamentare in funzione di un progetto emancipativo.
Coinvolgere in un progetto emancipativo i soggetti che nel mondo si collocano in culture diverse e perfino poco sensibili ai processi di crescita, vuol dire non di “formare a” (Morin, 2001), ma di risvegliare i soggetti attraverso il confronto e, con questo, disporli in quello “spazio dell’incontro” dove il dialogo e la ragione, guidati dalla comunicazione e dall’agire argomentativo, sono i veri principi più propriamente umani della realizzazione personale.
3 Interpretazione dell’esperienza
3a I modelli teorici
Il rapporto che il soggetto dell’esperienza instaura con l’oggetto che la rende possibile, sia nel “costituirsi” dell’esistenza che nel “prodursi” della conoscenza, comprende tre fasi didatticamente distinte:
1. Descrizione:
– indicazione delle proprietà che l’oggetto B presenta al soggetto A nel corso dell’azione;
– consapevolezza delle proprietà che consentono ad A di compiere azioni su B;
– indicazione delle proprietà che l’oggetto B presenta al soggetto A nel corso dell’azione;
– consapevolezza delle proprietà che consentono ad A di compiere azioni su B;
2. Apprendimento:
– complesso di informazioni costituito dalle proprietà di A, di B e dalle relazioni tra A e B;
– suddivisione della conoscenza acquisita in distinti livelli semantici;
– complesso di informazioni costituito dalle proprietà di A, di B e dalle relazioni tra A e B;
– suddivisione della conoscenza acquisita in distinti livelli semantici;
3. Sviluppo e utilizzazione di un modello teorico:
– analogo concettuale dell’oggetto studiato, che al tempo stesso è descrittivo, istruttivo e predittivo del fenomeno osservato.
– analogo concettuale dell’oggetto studiato, che al tempo stesso è descrittivo, istruttivo e predittivo del fenomeno osservato.
In ambito scientifico, qualsiasi oggetto di studio costituito da diversi elementi interagenti, fra loro e con l’ambiente, e che reagisce ed evolve come un tutt’uno con proprie leggi generali è un “sistema”. Nell’accezione comune, sistema è un attributo impiegato per indicare un complesso di elementi che presentano caratteristiche comuni da qualche punto di vista: tali caratteristiche possono riferirsi alla similitudine dei componenti (ad es. un sistema montuoso o monetario), oppure alla complementarietà funzionale (ad es. s. cardiovascolare).
La scienza dà privilegio al secondo aspetto. L’interazione soggetto – oggetto ha luogo entro un sistema S, che assume formalmente la seguente struttura:
La scienza dà privilegio al secondo aspetto. L’interazione soggetto – oggetto ha luogo entro un sistema S, che assume formalmente la seguente struttura:
S = {A1, A2, … , An ; B1, B2, … , Bn ; R(A, B)}
dove An sono i determinanti del soggetto A, Bn quelli dell’oggetto B e R(A, B) le relazioni fra entrambi. E’ utile ricordare che Kant (1783) aveva distinto la condizione soggettiva e oggettiva che rendono possibile l’esperienza umana, definite rispettivamente vita e natura. Nel contesto bio-umanistico, la nozione di sistema rappresenta l’evoluzione della monade leibniziana (De Fazi, 2004), dal momento che proprio entro l’unità strutturale si esprimono in azioni tutte le potenzialità funzionali del “molteplice”. L’analisi fenomenologia di Edmund Husserl (1931), sia pur affermando il paradosso dell’essere umano come soggetto e oggetto di conoscenza (Ales Bello, 2005), tende a demolire ogni certezza apodittica sull’esistenza del mondo, la cui costituzione si determina nell’esercizio stesso delle facoltà cognitive del soggetto. Questa posizione epistemologica riunisce immanenza e trascendenza della realtà: solo così l’essere umano si rivela come un essere corporeo, psichico e spirituale. L’utilizzazione di modelli è una procedura essenziale tanto nell’indagine scientifica quanto nell’apprendimento quotidiano (von Bertalanffy, 1967). Si hanno due modi principali per descrivere un sistema:
A) Descrizione interna
definisce un sistema mediante un insieme di misure indicate come “variabili”, stabilendo la loro
interdipendenza. La descrizione interna è di tipo “strutturale”, legata agli elementi costitutivi;
definisce un sistema mediante un insieme di misure indicate come “variabili”, stabilendo la loro
interdipendenza. La descrizione interna è di tipo “strutturale”, legata agli elementi costitutivi;
B) Descrizione esterna
definisce un sistema rispetto al suo comportamento ed alla sua interazione con l’ambiente esterno. La descrizione esterna è di tipo “funzionale” e la sua forma generale è data da funzioni di trasferimento, che collegano ingresso e uscita.
definisce un sistema rispetto al suo comportamento ed alla sua interazione con l’ambiente esterno. La descrizione esterna è di tipo “funzionale” e la sua forma generale è data da funzioni di trasferimento, che collegano ingresso e uscita.
La ICF – 2001 ci fornisce una descrizione interna dell’Uomo in quanto “organismo vivente” ed una descrizione esterna, come “membro di una organizzazione”. Quando possiamo attribuire ad un generico sistema il significato di organizzazione? Quest’ultima consiste di elementi che hanno e possono esercitare la propria volontà. In realtà, ogni sistema vivente è un “organismo”, non una organizzazione, dal momento che gli elementi di cui è costituto agiscono con autonomia, coerenza, ma non esprimono alcuna volontà.
A proposito dei limiti della teoria dei sistemi nella sua applicabilità all’Uomo, Ludwig von Bertalanffy (1967) afferma: “I valori reali dell’umanità non sono quelli che essa ha in comune con le entità biologiche, ma quelli che sorgono dalla mente individuale. La società umana non è una comunità di formiche, che è governata da un istinti intrinseco; essa si fonda sulla realizzazione dell’individuo ed è condannata se l’individuo è reso pari a un ingranaggio della macchina sociale”. Una determinata organizzazione sociale, politica o economica, si basa essenzialmente sul controllo del rapporto tra la propria struttura e gli obiettivi da raggiungere. Gli operatori percepiscono gli effetti di tale controllo come “aumento di efficienza”, mentre gli utenti interpretano le funzioni svolte dall’organizzazione stessa in termini di “aumento di libertà”. Ogni organizzatore, che possa ritenersi intelligente, è interessato a come le cose realmente funzionano e a come possono andare meglio. A questo punto è lecito porsi il seguente interrogativo: perché le nostre organizzazioni hanno tante difficoltà a raggiungere i propri obiettivi? Quello che sembra essere un problema attuale della società, in effetti era già stato analizzato da Dante Alighieri: “Ma perché l’ovra tanto è più gradita/da l’operante, quanto più appresenta/de la bontà del core ond’ell’è uscita,/la divina bontà che ‘l mondo imprenta,/di proceder per tutte le sue vie,/a rilevarvi suso, fu contenta”(Divina Commedia, Paradiso, VII, 106 – 111).
A proposito dei limiti della teoria dei sistemi nella sua applicabilità all’Uomo, Ludwig von Bertalanffy (1967) afferma: “I valori reali dell’umanità non sono quelli che essa ha in comune con le entità biologiche, ma quelli che sorgono dalla mente individuale. La società umana non è una comunità di formiche, che è governata da un istinti intrinseco; essa si fonda sulla realizzazione dell’individuo ed è condannata se l’individuo è reso pari a un ingranaggio della macchina sociale”. Una determinata organizzazione sociale, politica o economica, si basa essenzialmente sul controllo del rapporto tra la propria struttura e gli obiettivi da raggiungere. Gli operatori percepiscono gli effetti di tale controllo come “aumento di efficienza”, mentre gli utenti interpretano le funzioni svolte dall’organizzazione stessa in termini di “aumento di libertà”. Ogni organizzatore, che possa ritenersi intelligente, è interessato a come le cose realmente funzionano e a come possono andare meglio. A questo punto è lecito porsi il seguente interrogativo: perché le nostre organizzazioni hanno tante difficoltà a raggiungere i propri obiettivi? Quello che sembra essere un problema attuale della società, in effetti era già stato analizzato da Dante Alighieri: “Ma perché l’ovra tanto è più gradita/da l’operante, quanto più appresenta/de la bontà del core ond’ell’è uscita,/la divina bontà che ‘l mondo imprenta,/di proceder per tutte le sue vie,/a rilevarvi suso, fu contenta”(Divina Commedia, Paradiso, VII, 106 – 111).
3b Procedure computazionali e ricorsività
Da quanto esposto, ogni particolare configurazione del rapporto (o sistema) soggetto – oggetto costituisce un problema reale, la cui risoluzione deve essere ascritta all’uso di procedure computazionali definite algoritmi.
Dato un problema, la prima cosa da fare è capire se è decidibile, ovvero se esiste almeno un algoritmo (Niklaus, 1984) in grado di risolverlo. Un algoritmo viene descritto come una serie di operazioni che trasformano i dati di ingresso (input) nei dati di uscita (output). Una procedura ricorsiva è una procedura che richiama se stessa e consiste essenzialmente di tre passi:
1) dividi il problema principale in sottoproblemi;
2) conquista, cioè risolvi e/o controlla i sottoproblemi;
3) combina i risultati dei sottoproblemi ottenendo un risultato per il problema principale.
La complessità C(n) di una procedura ricorsiva spesso viene espressa con una equazione del tipo
Dato un problema, la prima cosa da fare è capire se è decidibile, ovvero se esiste almeno un algoritmo (Niklaus, 1984) in grado di risolverlo. Un algoritmo viene descritto come una serie di operazioni che trasformano i dati di ingresso (input) nei dati di uscita (output). Una procedura ricorsiva è una procedura che richiama se stessa e consiste essenzialmente di tre passi:
1) dividi il problema principale in sottoproblemi;
2) conquista, cioè risolvi e/o controlla i sottoproblemi;
3) combina i risultati dei sottoproblemi ottenendo un risultato per il problema principale.
La complessità C(n) di una procedura ricorsiva spesso viene espressa con una equazione del tipo
C(n) = aC(n/b) + f(n)
dove è descritta la complessità dell’algoritmo che divide un problema di dimensione n in a sottoproblemi ognuno di dimensione n/b. Il costo della divisione del problema e della combinazione delle soluzioni dei sottoproblemi è f(n). Solitamente, un algoritmo è efficiente se la sua complessità è al massimo polinomiale (ad es. nk, con k maggiore o uguale a 1), un algoritmo è inefficiente se la sua complessità è almeno esponenziale (ad es. 2n). Un esempio di struttura algoritmica ricorsiva è il concetto di “tempo presente” descritto da Sant’Agostino nelle Confessioni. Se da un lato afferma che il tempo è “una specie di estensione” (Libro XI, cap. XXIV) e per questo suscettibile di misura, dall’altro rileva che “il presente, invero, non ha estensione” (ivi, cap. XXVII). Per Sant’Agostino, posto che il passato e il futuro non hanno esistenza assoluta, sarebbe più esatto dire: “Tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro” (ivi, cap. XX): si danno tre strutture concettuali che il filosofo definisce, rispettivamente, memoria, intuizione diretta e attesa.
Il presente è descritto, nel contesto metafisico dell’anima, come l’effetto di un trasduttore operante lungo il vettore fisico del tempo. Il trasduttore non può che essere l’anima, che “attende, presta attenzione, ricorda: in modo che quello che attende, attraverso il suo sviluppo nel presente, passi poi nel ricordo” (ivi, cap. XXVIII).
E’ questa la chiave di lettura dei primi versi de Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi. La perplessità del Pascoli sulla poesia (Ficara, 1987) era rivolta al fatto che rose e viole, nella realtà, non fioriscono nella medesima stagione. La “donzelletta” raffigura l’unione simbolica di ricordo e attesa nell’irrevocabile attualità del giorno, trascorso novellando: ciò dimostra la scarsa influenza che ha avuto su Leopardi il dibatto tra realismo e idealismo, promosso da Schopenhauer ed emergente nella cultura europea della prima meta del XIX secolo.
Il concetto di “tempo presente” è assimilabile ad una procedura computazionale, che l’intelletto utilizza non soltanto per trasformare i dati percettivi in passato e futuro, co-determinati e co-determinanti, ma per consentire all’individuo di riferire al proprio patrimonio esistenziale l’intera esperienza fisica del tempo.
Sant’Agostino afferma, inoltre, “la mia vita è dissipazione”, ma contempla Dio “non in dissipazione, ma in tensione di spirito” (ivi, cap. XXIX). Questa tensione di spirito è un archetipo di ciò che successivamente definiremo fase pre – learning dell’autocoscienza. L’uomo descritto da Sant’Agostino – essendo simultanea in Dio la creazione del mondo (ivi, Libro XIII, cap. XXXIII) – agisce simultaneamente per volontà e conoscenza, mantenendo l’unicità della configurazione antropologica cristiana, sia nell’immanenza della percezione fisica che nella trascendenza del vissuto psichico. L’ipotesi può essere schematizzata in due proposizioni non tautologiche:
– Schema A, che descrive il soggetto della volontà: “Io ho visto e per questo conoscerò”;
– Schema B, che descrive il soggetto della conoscenza: “Io vedo e per questo conosco”.
Si noti che l’uso del verbo “vedere” è del tutto arbitrario, ma utile ad esprimere il ruolo della percezione come fonte privilegiata di conoscenza. Ricorrendo al principio di identità degli indiscernibili di Leibniz, A è identico a B solo se esiste una proprietà P tale che P(A) implica P(B) e viceversa. La proprietà che rende A=B è descritta da Sant’Agostino come anima. L’esperienza di fede è vissuta, quindi, come la massima espressione di sviluppo dell’autocoscienza e del controllo di essa rispetto all’inferenza della vita stessa sull’ordinamento mentale.
Il presente è descritto, nel contesto metafisico dell’anima, come l’effetto di un trasduttore operante lungo il vettore fisico del tempo. Il trasduttore non può che essere l’anima, che “attende, presta attenzione, ricorda: in modo che quello che attende, attraverso il suo sviluppo nel presente, passi poi nel ricordo” (ivi, cap. XXVIII).
E’ questa la chiave di lettura dei primi versi de Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi. La perplessità del Pascoli sulla poesia (Ficara, 1987) era rivolta al fatto che rose e viole, nella realtà, non fioriscono nella medesima stagione. La “donzelletta” raffigura l’unione simbolica di ricordo e attesa nell’irrevocabile attualità del giorno, trascorso novellando: ciò dimostra la scarsa influenza che ha avuto su Leopardi il dibatto tra realismo e idealismo, promosso da Schopenhauer ed emergente nella cultura europea della prima meta del XIX secolo.
Il concetto di “tempo presente” è assimilabile ad una procedura computazionale, che l’intelletto utilizza non soltanto per trasformare i dati percettivi in passato e futuro, co-determinati e co-determinanti, ma per consentire all’individuo di riferire al proprio patrimonio esistenziale l’intera esperienza fisica del tempo.
Sant’Agostino afferma, inoltre, “la mia vita è dissipazione”, ma contempla Dio “non in dissipazione, ma in tensione di spirito” (ivi, cap. XXIX). Questa tensione di spirito è un archetipo di ciò che successivamente definiremo fase pre – learning dell’autocoscienza. L’uomo descritto da Sant’Agostino – essendo simultanea in Dio la creazione del mondo (ivi, Libro XIII, cap. XXXIII) – agisce simultaneamente per volontà e conoscenza, mantenendo l’unicità della configurazione antropologica cristiana, sia nell’immanenza della percezione fisica che nella trascendenza del vissuto psichico. L’ipotesi può essere schematizzata in due proposizioni non tautologiche:
– Schema A, che descrive il soggetto della volontà: “Io ho visto e per questo conoscerò”;
– Schema B, che descrive il soggetto della conoscenza: “Io vedo e per questo conosco”.
Si noti che l’uso del verbo “vedere” è del tutto arbitrario, ma utile ad esprimere il ruolo della percezione come fonte privilegiata di conoscenza. Ricorrendo al principio di identità degli indiscernibili di Leibniz, A è identico a B solo se esiste una proprietà P tale che P(A) implica P(B) e viceversa. La proprietà che rende A=B è descritta da Sant’Agostino come anima. L’esperienza di fede è vissuta, quindi, come la massima espressione di sviluppo dell’autocoscienza e del controllo di essa rispetto all’inferenza della vita stessa sull’ordinamento mentale.
3c La fase pre – learning
Il comportamento assertivo di Sant’Agostino (vedi par. 1c) non fa altro che attivare un processo, pluralistico e consapevole, di autoformazione (vedi par. 2b) orientato alla crescita nella fede. In questo percorso è fondamentale la sineresi di volontà e conoscenza, posta come risorsa educativa ed emancipativa.
Tuttavia, analogamente a quanto descritto nel processo di caregiving (De Fazi, De Stasio, Malfitano, Villa, 2006), non può aversi nessuna disposizione al cambiamento se il soggetto non opera, anche con il contributo esterno degli operatori, una scomposizione dello stato “attuale” della coscienza in soggetto e oggetto (ovvero il suo analogo gnostico). Questa indeterminazione dell’individuo è definibile come fase pre – learning, su cui agiscono gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali dell’autostima (vedi par. 1a). La relazione soggetto – oggetto si sviluppa nel tempo, piuttosto che nello spazio, e sebbene sia priva di estensione conserva tutto il significato aristotelico del tempo: “la misura del movimento nella prospettiva del prima e del poi” (Fisica, II, 219b). Platone è convinto che il pensiero sia “intelligenza di movimento e di flusso” (Cratilo, XXVI, 411d), ma sappiamo che le determinazioni su ciò che precede, o segue, una operazione del pensiero sono atti della volontà, a cui deve sottostare ogni forma di conoscenza. Schopenhauer (1847) afferma: “il soggetto conosce se stesso soltanto come soggetto che vuole, non come un soggetto che conosce. … Ma l’identità del soggetto del volere con il soggetto conoscente, in virtù del quale (e necessariamente) la parola Io include e designa entrambi, è il nodo cosmico e perciò inspiegabile”: la conoscenza è ipostatica alla volontà. In altre parole, la volontà genera l’oggetto, ovvero l’insieme di elementi da cui ha origine il processo di autodeterminazione ontologica del soggetto conoscente. La validità storico – filosofica delle idee di Schopenhauer è esemplificata dall’inferenza sull’intera cultura del Romanticismo: basti pensare al giovane sacerdote, protagonista de Il Rosso e il Nero di Stendhal, il quale legge Le Confessioni di Sant’Agostino con lo stesso entusiasmo e ammirazione che nutre nei confronti di Napoleone Bonaparte, oppure all’insolita sepoltura di Chopin (1810 – 1849). Il musicista polacco, morto a Parigi e sepolto nel cimitero di Père Lachaise (XX Arrondissement) dove tuttora riposa, aveva espresso il desiderio che il suo cuore venisse riportato nella terra natale (attualmente nella Chiesa di Santa Croce a Varsavia). Volontà e conoscenza riconoscono così due soggetti distinti ed intelligibili.
Tornando alla ICF – 2001, l’individuo può autodefinire il proprio stato di salute non prima di aver identificato il percorso che dalla “volontà di conoscere” giunge alla “consapevolezza di sapere”. Inoltre, si può descrivere la perdita di autostima come una deconnessione temporanea e reversibile tra i due soggetti, della volontà e della conoscenza. Tale indeterminazione (pre – learning) è seguita dalla fase di apprendimento (learning), che tende a definire le condizioni per il self – empowerment della coscienza. Lo schema che emerge è il seguente:
Tuttavia, analogamente a quanto descritto nel processo di caregiving (De Fazi, De Stasio, Malfitano, Villa, 2006), non può aversi nessuna disposizione al cambiamento se il soggetto non opera, anche con il contributo esterno degli operatori, una scomposizione dello stato “attuale” della coscienza in soggetto e oggetto (ovvero il suo analogo gnostico). Questa indeterminazione dell’individuo è definibile come fase pre – learning, su cui agiscono gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali dell’autostima (vedi par. 1a). La relazione soggetto – oggetto si sviluppa nel tempo, piuttosto che nello spazio, e sebbene sia priva di estensione conserva tutto il significato aristotelico del tempo: “la misura del movimento nella prospettiva del prima e del poi” (Fisica, II, 219b). Platone è convinto che il pensiero sia “intelligenza di movimento e di flusso” (Cratilo, XXVI, 411d), ma sappiamo che le determinazioni su ciò che precede, o segue, una operazione del pensiero sono atti della volontà, a cui deve sottostare ogni forma di conoscenza. Schopenhauer (1847) afferma: “il soggetto conosce se stesso soltanto come soggetto che vuole, non come un soggetto che conosce. … Ma l’identità del soggetto del volere con il soggetto conoscente, in virtù del quale (e necessariamente) la parola Io include e designa entrambi, è il nodo cosmico e perciò inspiegabile”: la conoscenza è ipostatica alla volontà. In altre parole, la volontà genera l’oggetto, ovvero l’insieme di elementi da cui ha origine il processo di autodeterminazione ontologica del soggetto conoscente. La validità storico – filosofica delle idee di Schopenhauer è esemplificata dall’inferenza sull’intera cultura del Romanticismo: basti pensare al giovane sacerdote, protagonista de Il Rosso e il Nero di Stendhal, il quale legge Le Confessioni di Sant’Agostino con lo stesso entusiasmo e ammirazione che nutre nei confronti di Napoleone Bonaparte, oppure all’insolita sepoltura di Chopin (1810 – 1849). Il musicista polacco, morto a Parigi e sepolto nel cimitero di Père Lachaise (XX Arrondissement) dove tuttora riposa, aveva espresso il desiderio che il suo cuore venisse riportato nella terra natale (attualmente nella Chiesa di Santa Croce a Varsavia). Volontà e conoscenza riconoscono così due soggetti distinti ed intelligibili.
Tornando alla ICF – 2001, l’individuo può autodefinire il proprio stato di salute non prima di aver identificato il percorso che dalla “volontà di conoscere” giunge alla “consapevolezza di sapere”. Inoltre, si può descrivere la perdita di autostima come una deconnessione temporanea e reversibile tra i due soggetti, della volontà e della conoscenza. Tale indeterminazione (pre – learning) è seguita dalla fase di apprendimento (learning), che tende a definire le condizioni per il self – empowerment della coscienza. Lo schema che emerge è il seguente:
indeterminazione > apprendimento > empowerment
Dal punto di vista della scienza della complessità, dato che la coscienza può essere definita un sistema amplificatore di informazione (Licata 2003, 2004), l’effetto della fase pre – learning consiste nel definirne la “sensibilità alle condizioni iniziali” (Prigogine, 1993). Ogni errore, sia pur minimo, può essere amplificato in modo esponenziale ed è in grado di avere conseguenze imprevedibili sul comportamento globale del sistema.
Conclusioni
L’indeterminazione (la fase pre-lerning) che precede la conoscenza vera e propria non è da intendersi come mancanza di conoscenza, ma come momento non strutturato ed organizzato in cui domina la volontà come “generatrice” della conoscenza. Questo ci pone all’interno di un’ottica metacognitiva. La volontà può essere intesa come una forma di conoscenza in embrione (l’individuo, inteso come persona, neanche nei suoi primi momenti di vita, può essere considerato una “tabula rasa”) e come motore di tutto il processo di apprendimento. L’apprendimento, per essere significativo, deve avere la possibilità di innestarsi sulle conoscenze precedenti e quindi essere “non totalmente estraneo”, ma anche avere delle caratteristiche di novità per poter stimolare la presa di coscienza, la curiosità e l’interesse.
La presa di coscienza rappresenta un salto di qualità nel processo di apprendimento poiché determina nell’individuo la consapevolezza della conoscenza acquisita ma anche delle modificazioni avvenute nella mente del soggetto (intenzioni, strategie utilizzabili) per affrontare adeguatamente i problemi della vita in generale, raffrontare le proprie possibilità e incrementare la propria autostima.
L’incremento e il potenziamento del momento iniziale della volontà, diventa dunque condizione determinante per l’azione educativa di quanti sono coinvolti nella promozione della salute come cultura, e nell’empowerment come sviluppo del processo formativo necessario alla corresponsabilizzazione dello stato di salute.
La presa di coscienza rappresenta un salto di qualità nel processo di apprendimento poiché determina nell’individuo la consapevolezza della conoscenza acquisita ma anche delle modificazioni avvenute nella mente del soggetto (intenzioni, strategie utilizzabili) per affrontare adeguatamente i problemi della vita in generale, raffrontare le proprie possibilità e incrementare la propria autostima.
L’incremento e il potenziamento del momento iniziale della volontà, diventa dunque condizione determinante per l’azione educativa di quanti sono coinvolti nella promozione della salute come cultura, e nell’empowerment come sviluppo del processo formativo necessario alla corresponsabilizzazione dello stato di salute.
Ringraziamenti
Riconoscendole capacità e competenza nel gestire l’importante rapporto tra attività lavorativa ed eventi formativi, in un clima collaborativo e di stima reciproca, ringraziamo la Sig.ra Lina Pizzinat, Presidente della Cooperativa Sociale di Servizi ONLUS “Nuova Era” di Civitavecchia(RM), che ha sempre saputo contestualizzare l’essenzialità della propria esperienza alle metodologie operative del nostro gruppo di studio.