Personalità

Il peso delle cose non dette: adolescenti e fragilità del mondo adulto 

“Le cose non dette”

Quanto è faticoso diventare adulti!

di Giuseppina Calvo

resta forte durante il dolore
fanne un’aiuola di fiori
tu hai aiutato me
a fare un’aiuola del mio perciò
sboccia in bellezza
pericolosamente
ad alta voce
sboccia piano
o in qualunque altro modo
ma sboccia

– a chi legge 

Rupi Kaur

Lo sguardo vivace di Vittoria, una ragazzina di 13 anni, si posa velocemente sugli adulti che ha di fronte; è evidentemente incuriosita dalla conversazione che si tiene in quell’altrove che è il mondo che l’attende e che ancora lo rifiuta spingendola indietro: “Sei ancora una bambina!” La sgrida la madre quando Vittoria con le sue domande cerca di partecipare. 

Il film “Le cose non dette” di Muccino, apparentemente narra la crisi della coppia, della fatica a costruire legami che resistano agli attacchi della società contemporanea, consumistica e narcisista. 

In realtà, sono diversi gli spunti di riflessione che sollecita la narrazione di Muccino; in particolare troviamo il confronto fra generazioni diverse, dove gli adulti non riescono a costituirsi come riferimenti significativi e significanti lasciando l’emotività anarchica degli adolescenti e dei giovani senza contenimento.

Carlo ed Elisa si perdono, allontanano le proprie strade perché incapaci di tenere la verità delle proprie imperfezioni. Costruiti intorno ad un nucleo narcisistico che li sostiene in modo inautentico, si ritrovano soli e disperati nell’impossibilità di condividere intimamente e in modo complice le proprie esistenze. Non generano, non c’è spazio pulito dalle ipocrite consuetudini per accedere a una creatività libera e nutriente, l’altro è oggetto di riconoscimento egosintonico non soggetto di confronto e di dialogo.

Paolo e Anna cadono nel percorso accidentato della genitorialità che scuote intimamente le strutture personologiche mettendo in luce le presenti fragilità, i nodi non ancora sciolti, la necessità di una funzione paterna che normi caldamente e non sadicamente né seduttivamente, aiutando la coppia madre-figlia a individuarsi. 

L’adolescenza di Vittoria, come ogni fase adolescenziale, si configura come un terremoto che fa emergere ciò che non è stato dicibile quindi pensabile in passato, richiedendo una drammatica quanto inevitabile risoluzione.

La bellissima Blu, con la sua esplosiva femminilità chiede spazio, visibilità, attenzione ma è percepita come pericolosamente distruttiva dal mondo adulto che non riesce a coglierne gli elementi vitali e creativi.

In uno scenario così delineato, dove gli adulti abdicano la loro funzione di riferimento, di stabilità, di significazione, i ragazzi e i giovani agiscono la loro forza che dapprima si presenta in una forma devastante per il precario equilibrio del mondo adulto, per poi rivolgerla verso sé stessi e in tal modo, fuori da ogni forma di contenimento, divenire uno tsunami che miete vittime innocenti.

“Le cose non dette” mostra che le parole connesse agli eventi hanno necessità di albergare nei pensieri di qualcuno; è vitale per lo sviluppo sano dell’essere umano trovare una mente capace di reverie (W. Bion), in grado di accogliere gli elementi beta, le sensazioni per digerirli, trasformarli in possibilità, in pensieri che costruiscano un senso, proteggano la sperimentazione di una continuità dell’esistenza (D. Winnicott) tale da fornire alle nuove generazioni una base sicura sulla quale sostare, radicarsi, rifugiarsi e poi dalla quale partire verso l’adultità.

“Il non detto” (non il silenzio che è terreno fertile e pausa nutriente) è un territorio buio, abitato da spettri, da vampiri che succhiano il nettare vitale, l’essenza dell’esserci. Gli adolescenti, inquieti e in cerca di un percorso che permetta la manifestazione autentica di sé, non hanno la forza di opporsi ai fantasmi del passato, anzi ne divengono rappresentanti, ne esprimono con violenza i bisogni, fino a soccombere.

I bimbi prima, i ragazzi e i giovani dopo necessitano, per la propria individuazione, di un ambiente relazionale che regoli l’emotività, che insegni con atteggiamenti stabili  e responsivi l’arte della regolazione (Tronick , Beebe e Lachman) che si apprende all’interno di rapporti con un Altro capace di empatizzare, di accogliere le proiezioni e di bonificare le parti distruttive restituendole in una forma assimilabile e costruttiva per il pensiero.“Mi sono convinto che gli adolescenti non hanno domande: sono domande. Riformulano con i loro silenzi gli stessi “perché” reiterati tipici dei bambini, ma su un piano diverso: il bambino chiede come mai ci sono le stelle, l’adolescente chiede come ci si arriva, perché la speranza è desiderio (de-sidera, distanza dalle stelle), la sua mancanza è un disastro (dis-astro, assenza di stelle).” Alessandro D’Avenia

Immagine di Caffeone

Caffeone

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