Cultura, Scuola

L’odio e l’ipertecnologismo generazionale

La prima domanda che occorre porsi è: da dove nasce l’odio?

Secondo lo psicoanalista Massimo Recalcati, che rielabora il pensiero freudiano, all’interno di ogni individuo è presente una dimensione aggressiva e distruttiva potenzialmente pronta a emergere; Freud, con una formula cruda, osservava che «noi non siamo altro che una masnada di assassini», e questo nucleo pulsionale, anziché esaurirsi in conflitti fisici, trova oggi spesso espressione attraverso parole, commenti e comportamenti digitali che feriscono a distanza.

Aggressività, pulsione distruttiva e disinibizione digitale

L’ipertecnologismo — inteso come la presenza pervasiva e quotidiana delle tecnologie di comunicazione — ha trasformato profondamente le pratiche relazionali: lo schermo funge da filtro che attenua l’empatia, favorisce la disinibizione e altera il senso di responsabilità, determinando condizioni in cui l’offesa e l’attacco possono essere prodotti, amplificati e consumati con straordinaria facilità.

Il giurista Giovanni Ziccardi individua tre criticità fondamentali.
In primo luogo, l’esposizione precoce dei minori agli strumenti digitali: come ha documentato Ellen A. Wartella, un numero significativo di bambini accede a uno smartphone in età sempre più giovane, spesso prima degli otto anni; questa precoce familiarità con il virtuale può interferire con lo sviluppo cognitivo e relazionale, favorendo dipendenza, isolamento e una precoce esposizione a linguaggi aggressivi.
In secondo luogo, l’amplificazione dell’odio: i social media non si limitano a consentire l’espressione di sentimenti ostili, ma trasformano tali manifestazioni in contenuti suscettibili di viralizzazione; riprendendo le intuizioni di Gustave Le Bon sulle dinamiche delle masse, le piattaforme digitali agiscono come megafoni che moltiplicano emozioni intense e polarizzanti, e gli algoritmi ottimizzati per l’engagement tendono a premiare contenuti controversi o estremi, con effetti di radicalizzazione e contagio emotivo.
In terzo luogo, la persistenza della memoria digitale: a differenza di una parola detta in un contesto privato, l’offesa pubblicata in rete può rimanere accessibile nel tempo, riaffiorare e nuocere ripetutamente alla reputazione e al benessere psicologico della vittima; le conseguenze possono tradursi in disturbi d’ansia, depressione, isolamento sociale e, nei casi estremi, in esiti tragici come il suicidio. Di fronte a questi fenomeni, il diritto appare spesso in ritardo.

Ipertecnologismo e dinamiche di massa nell’ecosistema digitale

Strumenti normativi tradizionali, come la Legge Mancino del 1993 contro i crimini d’odio o l’articolo 595 del Codice Penale sulla diffamazione, sono stati concepiti in un’altra era e risultano insufficienti a disciplinare efficacemente pratiche quali il cyberbullismo e l’hate speech; la legge italiana sul cyberbullismo del 2017 ha introdotto misure specifiche, ma non risolve l’esigenza di un quadro normativo agile e reattivo. In proposito, Friedrich Carl von Savigny sosteneva che le leggi dovessero adattarsi allo «spirito del popolo» (Volksgeist): questa idea va oggi ampliata e aggiornata nel senso che le norme devono rispecchiare il periodo storico e, conseguentemente, l’insorgere di nuove tecnologie, cercando soluzioni coerenti e imminenti per le problematiche del nostro secolo. Tale adeguamento richiede non soltanto interpretazioni giurisprudenziali innovative ma anche interventi legislativi tempestivi e coerenti con le trasformazioni tecnologiche in atto.

Il ritardo del diritto di fronte alla trasformazione tecnologica

A complicare l’azione normativa è il profilo della governance delle piattaforme: si stima che una quota rilevante dei dati e delle infrastrutture digitali sia gestita da grandi imprese tecnologiche globali, spesso sottoposte a regimi costituzionali e giuridici differenti che possono ostacolare interventi regolatori esterni; questa concentrazione di potere pone problemi di responsabilità, trasparenza e tutela dei diritti fondamentali. Le risposte efficaci non possono essere esclusivamente repressive: è necessaria una strategia multilivello che coniughi prevenzione, educazione e regolazione.

Educazione digitale e prevenzione dell’odio online

L’educazione alla cittadinanza digitale deve essere un pilastro della formazione sin dall’infanzia, promuovendo competenze critiche, rispetto reciproco e consapevolezza circa le tracce che ogni atto online lascia. L’Unione Europea, attraverso il GDPR e iniziative regolatorie volte a responsabilizzare le piattaforme, fornisce strumenti importanti, ma occorre che gli Stati nazionali accelerino l’adeguamento normativo, investano in formazione digitale e migliorino la cooperazione internazionale sulla governance dei dati. Parallelamente, le piattaforme devono essere chiamate a un ruolo attivo: progettare sistemi di moderazione più trasparenti e responsabili, introdurre principi di privacy by design, rendere pubblici i criteri algoritmici che influenzano la diffusione dei contenuti e collaborare con istituzioni accademiche e civiche per studiare e mitigare gli effetti nocivi. In conclusione, l’odio in rete va considerato come un fenomeno complesso che intreccia dimensioni psicologiche, tecnologiche, giuridiche e culturali; la sua limitazione richiede un approccio integrato che unisca conoscenza teorica, politiche pubbliche tempestive, educazione civica digitale e responsabilità tecnologica. Solo attraverso un impegno congiunto e coordinato sarà possibile arginare la corrente di violenza che, spesso inconsapevolmente, scorre tra le nostre dita e costruire uno spazio digitale che tuteli la dignità, i diritti e la qualità delle relazioni sociali.

Fonti: valutazione e integrazioni consigliate

Fonti teoriche già presenti:

  • Psicoanalisi (Freud, Recalcati)
  • Psicologia delle masse (Le Bon)
  • Studi su media e infanzia (Wartella)
  • Filosofia del diritto (Savigny)

Integrazioni strategiche consigliate

  • Suler, J. – The Online Disinhibition Effect
  • Bauman, Z. – Modernità liquida e responsabilità
  • European Commission – governance delle piattaforme digitali
  • APA – linee guida su cyberbullying e hate speech

Immagine di ASSEN POMPOSELLI

ASSEN POMPOSELLI

ASSEN POMPOSELLI : studente presso il liceo Classico “ Alfonso Gatto “ di Agropoli si dedica allo studio di temi politici , filosofici e sociologici. Ha fatto innumerevoli pubblicazioni presso testate accreditate.

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