“Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose.” (M.Recalcati)
È illuminante partire, per l’esplorazione del territorio della relazione fra femminile e psicoterapia, dalla parola “femmina” che presenta una duplice radice:
1. radice sanscrita dha-, successivamente in greco tha- ed in latino fa- che rimanda all’idea di allattare, per cui femmina è colei che allatta.
2. radice sanscrita bhu- da cui il greco φύω (fyo) = produco, faccio essere, genero; poi, in latino dall’unione del prefisso foe- + col suffisso participiale -mina abbiamo foemina = colei che nutre, che allatta, che genera.
Femminile è ciò che nutre
Il femminile è ciò che integra, che tiene insieme, che rende conto della complessità.
Nella società odierna, l’individuarsi come donna porta la necessità di confrontarsi con il modello maschile imperante e assolutizzante dove l’affermazione di sé passa troppo spesso attraverso la forza, l’estremizzazione e la semplificazione come metodo di lettura e di significazione.
Il femminile che tiene al proprio interno la potenza della connessione, della compenetrazione, della contaminazione nel rispetto della diversità (vissuta come risorsa), può essere percepito socialmente come una minaccia per l’identità perché richiede uno sforzo conoscitivo e complessificante molto faticoso, ma al tempo stesso generativo.
Ancora oggi, sovente, la donna si trova schiacciata e messa a tacere da comportamenti sostenuti dalla forza fisica e, ancor di più, da un linguaggio erotizzato segnato dall’oggettivizzazione del femminile.
Si prova a zittire il femminile come Tereo fece con Filomena: tagliandole la lingua tentò, inutilmente, di celare l’orrore dello stupro commesso.
«Ma se i celesti scorgono tutto ciò, se il loro potere
conta qualcosa, se non tutto col mio onore è perduto,
un giorno ne sconterai tu la pena. Gettato al vento il pudore,
io stessa racconterò le tue gesta; se concesso mi sarà,
andrò tra la gente; se prigioniera sarò tenuta nei boschi,
lo griderò ai boschi e i sassi chiamerò a testimoni.
Il cielo udrà la mia voce e l’udranno gli dei, se lì ve ne sono! »
The Rape of Philomela by Tereus, Johann Wilhelm Baur for a 1703, Ovid’s Metamorphoses
Il femminile, però, trova sempre una forma di narrazione e di manifestazione: dall’arte con la molteplicità dei suoi linguaggi, alla scelta di una professione e perfino una determinata sintomatologia parla e racconta l’eco di libertà calpestate.
Ascoltare e offrire riparo alla sofferenza, alla parola non espressa, al silenzio senza giudicare ma cullando il male patito è l’incipit del percorso di cura.
L’impervio viaggio conoscitivo che la psicoterapia rappresenta, offre l’occasione per visitare i luoghi più bui e ombrosi dell’anima dell’umano favorendo la consapevolezza e l’integrazione di una visione complessa e composita della realtà esperita. Scoprirsi Persona necessita un lungo lavoro di svelamento e di contaminazione fra gli aspetti maschili e quelli del femminile per il raggiungimento di un modo unico e soggettivo di stare in questo mondo.
Per me, integrare l’essere donna, l’essere femmina con la professione di psicoterapeuta è stato un movimento naturale, immediato, spontaneo.
Nella stanza della cura il femminile trova espressione nel tenere, nel mettere insieme, nel tollerare gli spigoli e le contraddizioni, nel significare all’interno del territorio della complessità e nell’incontrare il maschile come forza feconda e arricchente.
Il potere come sopraffazione rimane fuori dalla porta e rimane dentro la responsabilità, la consapevolezza, i limiti dettati dalla condizione umana di essere non perfetto e in continua evoluzione.
È possibile crescere con fiducia e creatività solamente all’interno di un ambiente nutriente, rispettoso, un utero flessibile e contenitivo dove sentire che c’è spazio per esserci a modo proprio; il giudizio negativo, l’umiliazione, la poca attenzione portano all’alienazione, all’allontanamento da sé, dal nucleo più autentico e quindi all’impossibilità di esistere in modo creativo e buono.
Voglio concludere con una commovente frase di una paziente di 65 anni che dopo aver calpestato i territori freddi del Nord Europa così come quelli caldissimi dell’equatore passando per l’esotica e sofferente India, riposando solo per brevi periodi nelle isole del Mar Mediterraneo, ritorna alla propria terra madre e per definirsi afferma: “Io sono mare!”1