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Il valore del Rispetto nelle Organizzazioni

Breve Estratto

Nella nostra società esiste un ideale di rispetto: solo considerandoci come simili riusciamo ad affermare il rispetto reciproco. Ma è possibile, o meglio, è ragionevole, rispettare solo chi dimostra di essere simile a noi?
Le diseguaglianze sono inevitabili: pensiamo alle differenze di talento. Talento che non va confuso con l’eccellenza assoluta e con la fama che può derivarne (Mozart, Einstein, Leonardo da Vinci, ecc.) ma che va inteso come un “saper fare”: attitudine organizzativa, capacità di problem solving, creatività artistica, abilità fisica, ecc. Il problema è che ci riesce difficile concepire il rispetto al di là di queste differenze.
Mancanza di rispetto significa mancanza di riconoscimento: la persona coinvolta non viene vista come essere umano pieno e diventa quasi invisibile. Invisibile, per il manager, può diventare la segretaria con le sue capacità organizzative e le sue lacune culturali. Invisibile, con le sue abilità pratiche e le sue imperfezioni lessicali , può diventare il tecnico che aggiusta e aggiorna il mio pc.
Quando in una organizzazione il riconoscimento viene accordato solo a poche persone e circola solo tra poche persone si crea una carenza di rispetto, come se fosse una sostanza troppo preziosa per essere distribuita a tutti. Ma il rispetto, a differenza del cibo, non costa http:\\/\\/psicolab.neta. E non solo è gratuito, ma è anche capace di generare valore. Perché, allora, continuiamo ad alimentare questa carestia?
La società occidentale ha elaborato tre modalità capaci di portare le persone a meritare o meno rispetto:
La crescita professionale, sviluppando abilità e competenze. La persona di grande intelligenza che spreca il suo talento non ispira rispetto, a differenza di una meno dotata che sfrutta le proprie capacità. Lo sviluppo personale diventa una fonte di stima sociale in quanto la società condanna lo spreco e premia l’uso efficiente delle risorse.
La cura personale. Nel senso di non diventare un onere per gli altri. La persona autosufficiente merita rispetto. Questo modo di guadagnare rispetto deriva dall’avversione per il parassitismo. La società non ama la dissipazione di energie e non desidera essere assillata da richieste ingiustificate.
Il terzo modo per meritare rispetto è dare agli altri: E’ la fonte più universale e profonda con cui una persona può ottenere rispetto.
Dare agli altri non significa essere acriticamente buoni, generosi o altruisti. Significa avere carattere, ossia saper comunicare con gli altri attraverso strumenti sociali condivisi (leggi, regole, riti, media, relazioni,ecc) e saper interpretare continuamente le varie “partiture” sociali che si hanno a disposizione.
Ma in che modo dare agli altri genera rispetto? A differenza dello sviluppo professionale e dell’autosufficienza, che possono rimanere ad un livello autoreferenziale, il dare agli altri crea reciprocità, sviluppa una relazione. Il dare, infatti, produce uno scambio. E lo scambio è il principio sociale che anima il carattere di chi contribuisce alla comunità.
Lo scambio sussiste solo quando c’è disuguaglianza (di informazioni, di denaro, di talento, di potenzialità, di opportunità, di cultura, di competenza, di intelligenza, di bellezza, di ricchezza ecc.). Questi elementi sono distribuiti in maniera disuguale (egualitarismo realistico). Dato questo, il problema è cosa fa la società e cosa facciamo noi.
Il dono fatto liberamente è centrato sulla considerazione che gli altri mancano di qualcosa di cui hanno bisogno ed è capace di innescare circoli relazionali vitali e virtuosi di lungo termine (io so nuotare e ti trasmetto la mia competenza – molto probabilmente, tra qualche tempo, mi insegnerai a cucinare le lasagne o mi inviterai a cena – scopriamo un interesse comune per il cinema d’autore, ma so che non puoi permetterti di andare alla Biennale – ho due biglietti e ti invito alla Biennale- probabilmente, tra qualche tempo, mi aiuterai a fare il trasloco, ecc). A differenza del dono manipolatorio che consiste nell’usare il dono come mezzo per acquisire potere sugli altri.
Facciamo un salto geografico e temporale. Dalle ricerche dell’antropologo Marcel Mauss emerse che nelle isole Trobriand le risorse della gente erano disuguali e gli scambi asimmetrici. Con il donare si creava uno squilibrio. E proprio questo squilibrio creava relazioni che garantivano la vita sociale della società.
Le nostre relazioni mettono radici solo nel momento in cui cessano di avere un’equivalenza. Gli scambi, per sussistere, continuare e coinvolgerci emotivamente, devono essere asimmetrici. I trobriandesi scambiavano conchiglie rosse e conchiglie bianche di diverso valore, mentre noi, circoscrivendo l’ambito dello scambio all’interno della nostra organizzazione o del network al quale partecipiamo, possiamo dare agli altri una quantità illimitata di “oggetti immateriali”: fornire informazioni, esaudire le richieste di aiuto, interpretare i bisogni altrui, ascoltare, far raggiungere obiettivi, impegnarsi nel lavoro di gruppo, negoziare all’interno di situazioni controverse, ecc ; o anche“materiali”: caffè, sigarette, cibo, libri, apparecchi tecnologici, spazi (ti dono temporaneamente il mio studio per la tua attività formativa), ecc.
Coloro che ricevono “subiscono” un sano debito psicologico: devono dare qualcosa in cambio, anche se non possono dare un equivalente. Devono dare per meritare rispetto agli occhi degli altri e ai propri. Allo stesso modo, se non chiediamo (richiesta non prevista, né calcolata, ma implicitamente attesa e non necessariamente sincronica) http:\\/\\/psicolab.neta in cambio non riconosciamo alcuna relazione reciproca fra noi stessi e la persona a cui abbiamo dato. La reciprocità , infatti, sta a fondamento del mutuo rispetto.
“Non esistono doni gratuiti” dichiara l’antropologa Mary Douglas. E in questa sintesi illuminante risiede il senso e il valore della reciprocità. Lo scambio ci vincola con qualche forma di restituzione, simbolica o materiale che sia. E lo scambio asimmetrico (a differenza di quello economico che è una transazione breve, che nasce e muore nell’atto della permuta) crea relazioni e legami prolungati, che potenzialmente non hanno mai fine e che dovrebbero diventare la linfa vitale delle organizzazioni.

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