Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il valore del Rispetto nelle Organizzazioni

Il rispetto non costa nulla ed è capace di generare valore. Perché allora, nelle organizzazioni, viene distribuito come se fosse una risorsa scarsa: riservata a poche persone, come se non ce ne fosse abbastanza per tutti? Rispetto e somiglianza Nella nostra cultura esiste un ideale di rispetto fondato sul riconoscersi simili. Ma è ragionevole rispettare […]

Psicolab — Il valore del Rispetto nelle Organizzazioni
Il rispetto non costa nulla ed è capace di generare valore. Perché allora, nelle organizzazioni, viene distribuito come se fosse una risorsa scarsa: riservata a poche persone, come se non ce ne fosse abbastanza per tutti?

Rispetto e somiglianza

Nella nostra cultura esiste un ideale di rispetto fondato sul riconoscersi simili. Ma è ragionevole rispettare solo chi ci assomiglia?

Le disuguaglianze sono d’altronde inevitabili. Basti pensare alle differenze di talento: inteso non come eccellenza assoluta, ma come “saper fare”: attitudine organizzativa, capacità di risolvere problemi, creatività, abilità pratica.

Il problema è che risulta difficile concepire il rispetto al di là di queste differenze.

Il rispetto come riconoscimento

Mancanza di rispetto significa in sostanza mancanza di riconoscimento: la persona non viene vista come essere umano pieno, e diventa quasi invisibile.

Gli esempi proposti sono efficaci proprio perché ordinari. Può diventare invisibile chi svolge funzioni organizzative, guardato solo attraverso ciò che non sa. Può diventarlo chi possiede competenze tecniche notevoli ma un lessico meno curato.

In entrambi i casi il meccanismo è lo stesso: si guarda a una persona attraverso la sua mancanza rispetto a un criterio, anziché attraverso ciò che sa fare.

Quando in un’organizzazione il riconoscimento circola solo tra poche persone si genera una carenza: come se il rispetto fosse una sostanza troppo preziosa per essere distribuita.

Ma il rispetto, a differenza delle risorse materiali, non costa nulla. Ed è capace di generare valore. La domanda è dunque perché continuiamo ad alimentare questa scarsità artificiale.

I tre modi per meritare rispetto

La nostra cultura ha elaborato tre vie attraverso cui una persona viene considerata meritevole di rispetto.

La crescita professionale

Sviluppare abilità e competenze. È interessante notare come funzioni il criterio: una persona di grande intelligenza che spreca il proprio talento non ispira rispetto, a differenza di una meno dotata che utilizza pienamente le proprie capacità.

Il criterio, in altre parole, non è il livello raggiunto ma l’uso efficiente delle risorse disponibili. La società condanna lo spreco.

La cura di sé

Non diventare un onere per gli altri: l’autosufficienza come titolo al rispetto. Deriva da un’avversione culturale verso ciò che viene percepito come richiesta non giustificata.

Dare agli altri

È indicata come la fonte più universale e profonda.

Con una precisazione importante: non significa essere acriticamente buoni o generosi. Significa avere carattere, saper comunicare attraverso strumenti sociali condivisi e saper interpretare i diversi registri disponibili in ciascuna situazione.

Perché il dare genera rispetto

La spiegazione è precisa. Crescita professionale e autosufficienza possono restare a un livello autoreferenziale: riguardano solo chi le esercita.

Il dare, invece, crea reciprocità: produce uno scambio, e lo scambio è il principio che anima il carattere di chi contribuisce a una comunità.

Lo scambio richiede disuguaglianza

Ed ecco il passaggio più controintuitivo dell’intero ragionamento: lo scambio esiste solo in presenza di disuguaglianza, di informazioni, competenze, opportunità, risorse.

Quegli elementi sono distribuiti in modo diseguale: è un dato di fatto. La domanda non è come eliminarlo, ma cosa farne.

Il dono liberamente offerto nasce dalla considerazione che l’altro manchi di qualcosa di cui ha bisogno, ed è capace di innescare circoli relazionali di lungo periodo: trasmetto una competenza, e nel tempo ne ricevo un’altra; offro un’occasione, e più avanti ricevo un aiuto.

Va distinto nettamente dal dono manipolatorio, che usa il dare come strumento per acquisire potere su chi riceve.

Il riferimento antropologico

Le ricerche di Marcel Mauss sulle società melanesiane mostrarono che, dove le risorse erano diseguali e gli scambi asimmetrici, il donare creava uno squilibrio, ed era proprio quello squilibrio a generare le relazioni che garantivano la vita sociale.

Ne discende un principio applicabile ovunque: le relazioni mettono radici nel momento in cui cessano di avere un’equivalenza.

Perché uno scambio continui e coinvolga emotivamente, deve restare asimmetrico. È la differenza sostanziale rispetto alla transazione economica, che nasce e si esaurisce nell’atto stesso della permuta.

Cosa si può donare in un’organizzazione

Circoscritto all’ambito professionale, il repertorio è più ampio di quanto si creda.

Elementi immateriali: fornire informazioni, rispondere a richieste di aiuto, interpretare i bisogni altrui, ascoltare, contribuire al raggiungimento di obiettivi, impegnarsi nel lavoro di gruppo, mediare in situazioni controverse.

Elementi materiali: piccoli gesti quotidiani, strumenti prestati, spazi condivisi temporaneamente.

Sono cose che nella maggior parte delle organizzazioni non vengono contabilizzate, ed è precisamente per questo che possono generare relazione anziché transazione.

Il debito che lega

Chi riceve contrae un debito psicologico sano: dovrà ricambiare, pur senza poter offrire un equivalente. E lo farà per meritare rispetto agli occhi degli altri e ai propri.

Vale però anche il rovescio, ed è il punto più delicato: se non ci si attende nulla in cambio (non una richiesta calcolata, ma un’attesa implicita e non necessariamente immediata) non si sta riconoscendo alcuna relazione reciproca con chi ha ricevuto.

È un’osservazione sottile: un dono che non lascia spazio a una restituzione mantiene l’altro in posizione subordinata. La reciprocità, non la generosità, sta alla base del rispetto reciproco.

Come ha scritto l’antropologa Mary Douglas, non esistono doni gratuiti. Lo scambio vincola sempre a qualche forma di restituzione, simbolica o materiale, ed è proprio quel vincolo a creare legami prolungati che, potenzialmente, non finiscono mai.

Dovrebbero essere, conclude l’articolo, la linfa vitale delle organizzazioni.

Domande frequenti

Cosa significa che il rispetto è riconoscimento?

Che la sua mancanza rende una persona quasi invisibile: la si guarda attraverso ciò che le manca rispetto a un criterio, anziché attraverso ciò che sa fare. Accade tipicamente con ruoli valutati solo per le loro lacune.

Quali sono i tre modi per meritare rispetto?

La crescita professionale (valutata non sul livello raggiunto ma sull’uso efficiente delle proprie risorse) la cura di sé intesa come autosufficienza, e il dare agli altri, indicato come la fonte più profonda.

Perché lo scambio richiede disuguaglianza?

Perché uno scambio tra equivalenti si esaurisce nell’atto stesso, come una transazione economica. L’asimmetria genera invece uno squilibrio che chiede di essere ricambiato nel tempo, creando relazione.

Perché è importante attendersi una restituzione?

Perché un dono che non lascia spazio a un ricambio mantiene l’altro in posizione subordinata e non riconosce una relazione reciproca. È la reciprocità, non la generosità unilaterale, a fondare il rispetto.

Il rispetto è riconoscimento: la sua mancanza rende una persona invisibile, guardata attraverso ciò che le manca anziché attraverso ciò che sa fare. Nelle organizzazioni viene spesso distribuito come risorsa scarsa, benché non costi nulla e generi valore. Tre sono le vie attraverso cui si merita rispetto: la crescita professionale (valutata sull’uso efficiente delle proprie risorse, non sul livello assoluto) l’autosufficienza e il dare agli altri, l’unica che crea reciprocità anziché restare autoreferenziale. Lo scambio richiede però disuguaglianza: solo l’asimmetria genera relazioni durature, a differenza della transazione tra equivalenti. E chi dona deve lasciare spazio a una restituzione, altrimenti non riconosce una relazione reciproca.
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