Perché la religione nasce con la società
La religione fa parte da sempre della società umana. Essa nasce di pari passo con le prime aggregazioni sociali, per rispondere all’esigenza di dare un senso alla vita, esigenza che dobbiamo appagare per evitare di cadere nella nevrosi. È un’osservazione che vale la pena prendere sul serio, perché sposta subito il discorso dal piano della fede a quello del funzionamento mentale: il bisogno di senso non è un ornamento della vita psichica, è una sua condizione di equilibrio.
Un primo legame tra buddismo e psicologia si può trovare nella teoria della reincarnazione che prevede si possa ereditare un piccolo gene dalla persona che si era in una vita precedente. Questo elemento combinato con due grandi geni che vengono ereditati dai genitori contribuisce a creare il profilo fisico e spirituale del nuovo essere. Al di là della lettura letterale, il punto che interessa la psicologia è l’idea che ciascuno arrivi al mondo già portando qualcosa che non ha scelto, e che su quel fondo ereditato si costruisca il resto.
L’insegnamento del Budda come metodo psicologico
L’insegnamento originale del Budda, prima ancora che assumesse la forma di religione, poteva essere considerato un metodo psicologico per liberare ogni singola persona dalla sofferenza psichica, rendendola capace di vivere costantemente in uno stato di serenità. Secondo il Budda la sofferenza è prodotta da una visione errata della realtà, l’ignoranza sulla vera natura delle cose.
È una tesi che ha un parallelo evidente con buona parte della psicologia clinica contemporanea, dove la sofferenza viene ricondotta non tanto agli eventi in sé quanto al modo in cui vengono letti e rappresentati. Cambiano il vocabolario e il contesto culturale, ma la direzione è la stessa: si lavora sulla visione, non sugli accadimenti.
I cinque aspetti dello stato di Buddità
Ogni essere umano ha in sé la natura di Budda (Stato di Buddità), che è semplicemente lo stato naturale di non-nevrosi e che si manifesta con lo sviluppo di cinque aspetti propri dell’essere umano, ma che questi non è consapevole di avere:
- il controllo della mente;
- la presenza della realtà;
- la consapevolezza del cambiamento;
- il non-attaccamento;
- la compassione e dedizione verso gli altri.
Va sottolineata la formulazione: questi aspetti sono propri dell’essere umano, non sono qualcosa da acquisire dall’esterno. Il problema non è che manchino, è che la persona non è consapevole di averli. Lo stato di non-nevrosi non è un traguardo esotico, è la condizione naturale a cui si torna quando cade ciò che la copre.
La causa della sofferenza: il Sé separato e l’impermanenza
La causa della sofferenza è, secondo la filosofia buddista, la falsa nozione della permanenza di un “Sé separato”: è l’esistenza di tutte le cose (natura interdipendente) a rendere possibile l’esistenza di ognuna di esse. La realtà è in continuo cambiamento e ogni cosa è condizionata da tutte le altre.
Accettare la vita significa accettare l’impermanenza e l’assenza di un Sé, essere consapevoli della continua trasformazione della vita e di conseguenza liberarsi da ogni attaccamento. L’illuminazione del Budda non è altro che la retta comprensione o conoscenza della realtà. Detta in termini psicologici, la sofferenza nasce dal tentativo di trattare come stabile e separato qualcosa che è invece mutevole e connesso: è un errore di rappresentazione, non una fatalità.
Il qui e ora e il controllo della mente
Dato che la nostra serenità non dipende dalle situazioni ma dalla nostra reazione ad esse, sradicando le visioni erronee, praticando la coscienza del respiro e del pensiero si può arrivare ad ottenere, per quanto possibile, il vuoto mentale e la conseguente cancellazione delle sofferenze, rivolgendo la propria attenzione al presente, al qui e ora.
Dunque, è il pensiero la causa della nostra sofferenza psichica ed è ad esso che deve applicarsi il controllo della mente. Questa frase è il cuore del ponte tra le due discipline: individua il bersaglio dell’intervento. Non le circostanze, non gli altri, non il passato in quanto tale, ma l’attività di pensiero che li rielabora senza sosta.
Il pensiero involontario e la memoria
Il pensiero che produce sofferenza non è volontario ma è prodotto automaticamente dalla nostra memoria (inconscio): il pensiero involontario è la manifestazione della tensione derivante dai traumi registrati dal ricordo. È un passaggio decisivo, perché toglie il problema dal terreno della colpa. Chi soffre non sta scegliendo di rimuginare: subisce un’attività mentale che parte da sola.
Nella condizione di nevrosi il pensiero che dà sofferenza è la quasi totalità della nostra attività psichica. Regola importante della meditazione è infatti “pensare di non pensare a niente, essere privo di pensieri” ed arrivare così ad un controllo quasi totale della mente. La meditazione, in questa lettura, non è un esercizio di misticismo: è un allenamento a interrompere un automatismo.
Le tre cause immediate della sofferenza
La sofferenza ha tre cause immediate: le aspettative, la paura e i sensi di colpa. Tutti e tre infondati, prodotti della nostra mente. Vale la pena notare come i tre puntino a tre tempi diversi: le aspettative guardano al futuro, i sensi di colpa al passato, la paura a un futuro immaginato come minaccia. Nessuno dei tre abita il presente, ed è esattamente per questo che l’antidoto proposto è il ritorno al qui e ora.
Una volta svuotato il pensiero sarà spontaneo rivolgere l’attenzione alla realtà, che è l’ambiente che ci circonda, l’unico reale. Conseguenza quasi naturale, è l’attenzione agli altri: il Budda insegna infatti che gli uomini dovrebbero prendersi cura degli altri esseri viventi per favorire l’armonia nel mondo. La compassione, in questo schema, non è un dovere morale aggiunto dall’esterno: è ciò che accade da sé quando l’attenzione smette di essere occupata dal proprio rimuginio.
Dal mondo della mente al mondo della realtà
Lo stato di Buddità comporta la consapevolezza della distinzione tra il mondo della mente e il mondo della realtà. Questa consapevolezza deve diventare permanente, è essa che ci induce ad abbandonare il mondo della mente ed entrare nel mondo della realtà.
L’“Illuminazione”, apice dell’evoluzione della personalità e spirituale dell’essere umano, comporta dunque una crescita psicologica dalla personalità infantile a quella adulta, un abbandono delle aspettative e la conquista del potere del non-attaccamento, che non è altro che desiderio di ciò che non c’è. Qui il ponte si chiude: l’illuminazione viene descritta con le categorie dello sviluppo psicologico, come passaggio dall’infantile all’adulto. Non un’uscita dal mondo, ma una maturazione dentro di esso.
Domande frequenti
Perché l’insegnamento del Budda può essere letto come psicologia?
Perché nella sua forma originale, prima di diventare religione, poteva essere considerato un metodo psicologico per liberare la persona dalla sofferenza psichica e renderla capace di vivere in uno stato di serenità. Il suo bersaglio è la visione errata della realtà, cioè un problema di rappresentazione, che è anche il terreno di lavoro della psicologia clinica.
Che cos’è lo stato di Buddità?
È semplicemente lo stato naturale di non-nevrosi. Si manifesta con lo sviluppo di cinque aspetti che ogni essere umano già possiede senza esserne consapevole: il controllo della mente, la presenza della realtà, la consapevolezza del cambiamento, il non-attaccamento, la compassione e dedizione verso gli altri.
Quali sono le cause immediate della sofferenza secondo il buddismo?
Le aspettative, la paura e i sensi di colpa. Tutte e tre sono infondate e sono prodotti della nostra mente. Nessuna riguarda il presente: le aspettative guardano al futuro, i sensi di colpa al passato, la paura a una minaccia immaginata. Per questo l’indicazione è rivolgere l’attenzione al qui e ora.
Perché si dice che il pensiero che fa soffrire non è volontario?
Perché è prodotto automaticamente dalla memoria, cioè dall’inconscio: il pensiero involontario è la manifestazione della tensione derivante dai traumi registrati dal ricordo. Nella condizione di nevrosi questo tipo di pensiero arriva a occupare la quasi totalità dell’attività psichica, ed è a esso che si applica il controllo della mente attraverso la meditazione.
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