Personalità e Individuo

Il trauma è la trama del tessuto sociale

Guerre, disastri e persecuzioni non lasciano solo persone ferite: modificano il modo in cui una comunità ricorda, tace e trasmette. È l’area in cui la psicologia produce le affermazioni più suggestive e alcune delle meno verificate. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Esistono trattamenti efficaci per le conseguenze di eventi traumatici. Emergenze: 112. Telefono […]

Psicolab — Il trauma è la trama del tessuto sociale
Guerre, disastri e persecuzioni non lasciano solo persone ferite: modificano il modo in cui una comunità ricorda, tace e trasmette. È l’area in cui la psicologia produce le affermazioni più suggestive e alcune delle meno verificate.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione clinica. Esistono trattamenti efficaci per le conseguenze di eventi traumatici. Emergenze: 112. Telefono Amico: 02 2327 2327.

Cosa succede a una comunità

Gli effetti degli eventi collettivi hanno caratteristiche che non si riducono alla somma dei casi individuali.

Anzitutto un dato che contraddice l’attesa: nelle situazioni di emergenza collettiva prevalgono cooperazione e mutuo aiuto, e il panico generalizzato è raro. Le rassegne su disastri lo confermano con regolarità.

Sul versante individuale, la traiettoria più frequente resta la resilienza, mentre una minoranza consistente sviluppa quadri clinici persistenti.

Ciò che pesa di più, ed è la parte spesso trascurata, sono gli stressor secondari: perdita della casa, del lavoro, sfollamento, procedure prolungate. Il loro contributo agli esiti a distanza è maggiore di quello dell’evento in sé.

E si aggiunge un elemento specificamente collettivo: la rottura del tessuto sociale, reti di sostegno disperse, istituzioni che perdono credibilità, senso di sicurezza condiviso compromesso. È ciò che rende la ripresa lenta anche quando la ricostruzione materiale è rapida.

Il silenzio, e cosa produce

La difficoltà a parlare di ciò che è accaduto è documentata sia a livello familiare sia collettivo.

Nelle famiglie assume forme note: temi non nominabili, di cui tutti percepiscono l’esistenza. Va detto che ciò che pesa non è il contenuto ma la regola che vieta di nominarlo.

A livello sociale il silenzio può essere imposto, o può derivare dall’assenza di riconoscimento pubblico di ciò che è accaduto.

Va segnalato però un punto contro l’intuizione: il parlare non è automaticamente terapeutico. Le procedure che spingono le persone a raccontare subito dopo un evento (il debriefing singolo somministrato a tutti) non prevengono i disturbi e in alcuni studi si associano a esiti peggiori.

Ciò che risulta associato a esiti migliori è il riconoscimento (che quanto accaduto sia stato ammesso pubblicamente) più della quantità di racconto individuale.

La trasmissione fra generazioni

È il tema più suggestivo e quello che richiede più cautela.

Che i figli di persone esposte a eventi collettivi gravi presentino tassi più elevati di difficoltà è documentato in diversi contesti. Il fenomeno esiste.

I meccanismi con supporto migliore sono relazionali e sociali: lo stile genitoriale modificato dall’esperienza, i silenzi familiari, la trasmissione di una visione del mondo come pericoloso, e la persistenza delle condizioni materiali svantaggiate.

Va invece riportata con onestà la questione dell’epigenetica: l’idea di una trasmissione biologica del trauma alle generazioni successive è oggetto di grande attenzione mediatica ma di forti riserve scientifiche. Gli studi disponibili nell’uomo hanno campioni piccoli, risultati non replicati e difficoltà a separare l’effetto biologico da quello ambientale. Non è un fatto stabilito, e presentarla come tale è scorretto.

C’è anche una ragione etica per la cautela: attribuire a una discendenza un danno biologico ereditato produce un’identità di persona segnata, che è precisamente il contrario di ciò che serve.

Cosa aiuta

  • Nell’immediato: sicurezza, informazione, supporto pratico e ricongiungimento con i propri legami. Sono i principi condivisi degli interventi in emergenza.
  • Ridurre gli stressor secondari, che è la leva con più effetto sugli esiti a distanza.
  • Ricostruire le reti sociali, non solo gli edifici.
  • Riconoscere pubblicamente quanto accaduto, che incide più del racconto individuale.
  • E offrire trattamenti focalizzati sul trauma a chi sviluppa sintomi persistenti, che sono efficaci e disponibili.

Un’ultima nota, contro l’uso retorico del tema: descrivere un’intera popolazione come traumatizzata è impreciso e ha un costo. La maggioranza delle persone esposte non sviluppa un disturbo, e trattare tutti come pazienti rende meno visibili quelli che hanno davvero bisogno di cure.

Domande frequenti

Cosa accade a una comunita dopo un evento collettivo?

Prevalgono cooperazione e mutuo aiuto, non il panico. Cio che pesa di piu sugli esiti a distanza sono gli stressor secondari e la rottura delle reti sociali.

Parlare dell’accaduto aiuta sempre?

No. Il debriefing singolo somministrato a tutti non previene i disturbi e puo peggiorare gli esiti. Conta piu il riconoscimento pubblico di quanto accaduto.

Il trauma si trasmette alle generazioni successive?

Il fenomeno e documentato, ma i meccanismi con supporto migliore sono relazionali e sociali. La trasmissione biologica non e un fatto stabilito.

Una popolazione esposta e tutta traumatizzata?

No: la maggioranza non sviluppa un disturbo, e trattare tutti come pazienti rende meno visibili quelli che hanno davvero bisogno di cure.

Dopo un evento collettivo prevalgono cooperazione e resilienza, mentre gli stressor secondari e la rottura delle reti sociali pesano piu dell’evento stesso. Il silenzio familiare e sociale ha effetti, ma il racconto forzato non e terapeutico: conta di piu il riconoscimento pubblico. La trasmissione intergenerazionale esiste con meccanismi relazionali, mentre quella biologica non e stabilita. E descrivere tutti come traumatizzati nasconde chi ha davvero bisogno di cure.
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