L’origine
L’inizio viene fatto risalire al 1922, a un internista di un ospedale statunitense che organizzò incontri collettivi per pazienti affetti da tubercolosi.
Lo scopo iniziale era informativo e organizzativo: spiegare a molte persone insieme come gestire la malattia.
Ciò che emerse fu diverso e non previsto: i partecipanti traevano beneficio dal reciproco confronto più che dalle informazioni ricevute.
Perché l’origine conta
È una nascita istruttiva, e va sottolineata.
Il gruppo non fu ideato come strumento terapeutico: fu adottato per ragioni di economia (più persone, meno tempo) e si rivelò efficace per una ragione che nessuno aveva cercato.
Quella ragione è rimasta il fondamento di tutto ciò che è venuto dopo: in un gruppo l’elemento curativo non proviene principalmente da chi conduce, ma dagli altri partecipanti.
È anche il motivo per cui il formato funziona in ambiti lontanissimi tra loro: malattie croniche, dipendenze, lutto, disturbi d’ansia.
I passaggi principali
Il testo ricostruisce con accuratezza le tappe successive.
Uno psichiatra di origine rumena coniò il termine e sviluppò, ispirandosi al teatro d’improvvisazione viennese, il metodo della messa in scena.
In ambito psicoanalitico, Freud descrisse i meccanismi collettivi in un testo dei primi anni Venti senza però condurre gruppi; furono altri ad applicarne i principi.
Determinante fu il contributo di Kurt Lewin, che introdusse la nozione di campo e mostrò che un gruppo è più della somma dei suoi membri, coniando l’espressione «dinamica di gruppo». Il suo lavoro fu il fondamento per l’estensione di questi metodi anche agli ambiti organizzativi.
In Inghilterra, dopo la seconda guerra mondiale, l’elevato numero di persone con disturbi psichici diede grande impulso a queste pratiche: si formularono ipotesi sulla vita mentale del gruppo come entità autonoma, e si sviluppò l’idea che l’intero ambiente ospedaliero costituisse un grande gruppo dotato di effetti propri.
La necessità come motore
Vale la pena notare che entrambe le grandi spinte storiche vennero da emergenze: prima un reparto sovraffollato, poi il dopoguerra.
È una costante nella storia delle pratiche di cura: le innovazioni organizzative nascono quasi sempre da una sproporzione tra bisogno e risorse, e solo dopo trovano una giustificazione teorica.
Una pratica da collocare storicamente
Il testo riporta che in un ospedale statunitense degli anni Venti si tenevano lezioni a pazienti con schizofrenia spiegando in termini psicoanalitici l’origine dei loro disturbi.
Va detto con chiarezza che si tratta di una pratica dell’epoca, oggi inappropriata sotto due profili: la schizofrenia non ha l’origine che quelle spiegazioni attribuivano, e nelle fasi acute un approccio interpretativo è considerato poco indicato.
Interessante invece un dettaglio dello stesso periodo: in un altro ospedale i pazienti dovevano superare una verifica prima delle dimissioni. Per quanto singolare, anticipa un principio oggi centrale, che chi è in cura debba comprendere la propria condizione e non solo riceverne il trattamento.
Cosa manca nel testo
La rassegna è accurata sulla storia e sui modelli teorici, ma non menziona il contributo che ha avuto il maggiore impatto pratico: l’individuazione dei fattori terapeutici comuni, cioè di ciò che produce l’effetto indipendentemente dall’orientamento.
Vale la pena elencarne i principali, perché sono la parte più utile di tutta questa letteratura.
- L’universalità: scoprire che altri vivono la stessa cosa. È spesso l’elemento più immediato e sollevante, perché smonta l’idea di essere un caso unico.
- L’infusione di speranza: vedere qualcuno più avanti nel percorso.
- L’altruismo: essere utili a un altro. È il fattore più sottovalutato, chi si percepisce solo come portatore di un problema trova nel poter dare qualcosa un cambiamento di posizione che nessuna rassicurazione produce.
- L’apprendimento interpersonale: ricevere informazioni su come si appare agli altri, cosa che nella vita quotidiana quasi nessuno fornisce.
- La coesione: il senso di appartenenza, che nella ricerca risulta l’equivalente dell’alleanza terapeutica individuale ed è associato all’esito.
Le diverse impostazioni
Il testo confronta correttamente gli orientamenti: quello psicodinamico valorizza la molteplicità delle relazioni, non solo con chi conduce ma tra i membri e con il gruppo nel suo insieme; quello cognitivo-comportamentale utilizza il gruppo per rivedere schemi di pensiero e sperimentare comportamenti nuovi ricevendo riscontro; quello gestaltico lavora sull’esperienza del momento presente, in coerenza con la nozione di campo.
Al di là delle differenze, tutti utilizzano la stessa risorsa: la presenza di testimoni.
Un comportamento provato davanti ad altri e commentato da loro produce un apprendimento che nessuna conversazione a due può fornire, perché in una relazione individuale l’unico riscontro disponibile è quello di chi conduce, ed è per definizione un riscontro professionale.
Gruppi tematici e auto-aiuto
La distinzione finale del testo è precisa e utile.
Nei gruppi centrati su una condizione specifica (una malattia cronica, un lutto, un disturbo dell’alimentazione) il valore aggiunto è che i partecipanti possono davvero comprendersi, perché condividono l’esperienza.
Nei gruppi di auto-aiuto la conduzione è affidata a persone non professionali con formazione breve, e la finalità non è terapeutica ma di condivisione e sostegno reciproco.
La distinzione va tenuta ferma in entrambe le direzioni: un gruppo di auto-aiuto non sostituisce un trattamento quando serve, ma ha effetti documentati su isolamento e aderenza alle cure che un trattamento da solo non produce.
Domande frequenti
Come è nata la terapia di gruppo?
Nel 1922, in un reparto per malati di tubercolosi, per ragioni pratiche: informare più persone insieme. Emerse che il beneficio veniva dal confronto reciproco più che dalle informazioni.
Cosa produce l’effetto in un gruppo?
Fattori comuni a tutti gli orientamenti: scoprire che altri vivono la stessa cosa, vedere chi è più avanti, poter essere utili a qualcuno, ricevere informazioni su come si appare, e il senso di appartenenza.
Qual è il fattore più sottovalutato?
L’altruismo. Chi si percepisce solo come portatore di un problema trova nel poter dare qualcosa a un altro un cambiamento di posizione che nessuna rassicurazione produce.
I gruppi di auto-aiuto sostituiscono una terapia?
No, la loro finalità è la condivisione e il sostegno reciproco. Hanno però effetti documentati su isolamento e aderenza alle cure che un trattamento individuale da solo non produce.