Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Nuova e la Vecchia Squadra

Una serie televisiva accusata di essere «troppo umana». L’accusa suona strana, e proprio per questo merita di essere presa sul serio: cosa deve essere accaduto perché l’attenzione alle persone diventi un difetto? Il testo riprende una riflessione personale su una serie televisiva italiana andata in onda per oltre un decennio. Una precisazione sul linguaggio: un […]

Psicolab — La Nuova e la Vecchia Squadra
Una serie televisiva accusata di essere «troppo umana». L’accusa suona strana, e proprio per questo merita di essere presa sul serio: cosa deve essere accaduto perché l’attenzione alle persone diventi un difetto?
Il testo riprende una riflessione personale su una serie televisiva italiana andata in onda per oltre un decennio. Una precisazione sul linguaggio: un personaggio vi è descritto come «reso quasi autistico» dal lutto. È un uso improprio del termine, che indica una condizione del neurosviluppo presente dalla prima infanzia e non causata da eventi. Qui si parla di ritiro depressivo dopo una perdita.

La serie come rito domestico

Il testo parte da un’esperienza privata: una famiglia che ha seguito la serie per dieci anni, e le riconosce un debito.

Durante l’adolescenza del figlio, l’appuntamento settimanale davanti al televisore era diventato una tregua: due ore insieme in territorio neutro, con qualcosa di buono da mangiare durante gli intervalli.

Perché funzionava

L’osservazione ha un valore che va oltre l’aneddoto.

Nell’adolescenza il conflitto con i genitori non è un incidente: è parte di un processo di separazione necessario. Ma serve comunque un luogo dove stare insieme senza che quel conflitto occupi tutto lo spazio.

Uno schermo condiviso svolge esattamente questa funzione, perché l’attenzione è rivolta a un terzo elemento. Non ci si guarda, non ci si deve dire nulla, e la vicinanza fisica non implica una richiesta.

È un principio generale: le conversazioni difficili avvengono più facilmente mentre si fa qualcos’altro, in auto, cucinando, camminando. Lo sguardo diretto aumenta la pressione, e in adolescenza la pressione produce ritiro.

L’accusa di eccesso di umanità

Il cuore del testo è la replica a una critica televisiva che aveva individuato nella dimensione umana della serie il suo principale difetto.

La risposta è netta: quando ciò che è umano diventa motivo di critica, qualcosa non funziona.

Cosa c’è dietro quella critica

Vale la pena ricostruire la logica, perché è riconoscibile.

Nella gerarchia dei giudizi culturali, l’attenzione ai sentimenti viene spesso associata al sentimentalismo, e quindi a un prodotto di minore qualità. La freddezza, al contrario, viene letta come rigore.

È un pregiudizio con una storia lunga, ed è particolarmente radicato nei confronti dei generi popolari: le stesse dinamiche relazionali che in un romanzo vengono definite introspezione, in una serie televisiva diventano smanceria.

Va detto che una critica sensata esiste: un racconto può usare l’emozione come scorciatoia, evitando di costruire le situazioni che la giustificherebbero. Ma questa è una questione di costruzione, non di quantità di sentimento.

I personaggi

Il testo si sofferma su alcune figure, e sono le pagine migliori.

C’è il poliziotto più anziano, cinico e sentenzioso, capace però di ascoltare: nella prima serie aiuta una ragazza chiusa nel silenzio dopo la morte del fidanzato, senza luoghi comuni né discorsi consolatori, ma con la propria presenza paziente e la cucina della sua terra.

C’è il dirigente arrivato come il capo che tutti vorrebbero, il cui primo rimprovero riguarda la leggerezza con cui i suoi dimenticano i giubbotti protettivi, e che nello scontro decisivo quel giubbotto non lo indossa.

C’è l’agente impulsivo e insofferente alle regole, fedele all’amicizia anche contro l’evidenza.

Il dettaglio più preciso

Il primo episodio descrive con esattezza qualcosa che vale ben oltre la finzione.

Davanti a chi si è chiuso dopo una perdita, la risposta abituale è verbale: spiegare, consolare, incoraggiare. Ed è quasi sempre inefficace, perché chiede alla persona una prestazione (rispondere, reagire) che in quel momento non è disponibile.

Ciò che funziona è di solito più modesto: una presenza che non chiede nulla, ripetuta nel tempo, e gesti concreti. Preparare da mangiare per qualcuno è un atto di cura che non domanda nulla in cambio, e che riapre un canale (quello del bisogno fisico elementare) quando gli altri sono chiusi.

Una nota necessaria: il ritiro prolungato dopo un lutto, con perdita dell’alimentazione e della comunicazione, è una condizione che richiede una valutazione professionale. La presenza affettuosa è preziosa e non basta.

Il capo senza giubbotto

L’osservazione su quel personaggio è acuta: assomiglia a quei pochi responsabili che si preoccupano tanto degli altri da trascurare se stessi.

Vale la pena aggiungere che non si tratta solo di un tratto ammirevole. Chi si prende cura di tutti senza prendersi cura di sé finisce per non essere disponibile proprio quando serve, ed è il modo in cui molte persone generose si logorano, nelle organizzazioni come nelle famiglie.

Le storie che non si chiudono

Il passaggio più interessante riguarda una caratteristica narrativa della serie: i casi non si risolvono mai del tutto, non c’è un lieto fine, e ciò che sembra concluso lascia qualcosa di irrisolto su cui prima o poi si torna.

Il testo lo collega alla nozione, di ambito gestaltico, secondo cui è ingenuo pensare di chiudere un’esperienza e ricominciare con energie intatte: resta sempre un residuo con cui fare i conti.

Perché la struttura è realistica

Il racconto poliziesco classico funziona in modo opposto: un ordine viene turbato, l’indagine lo ristabilisce, l’episodio si chiude.

È una struttura rassicurante e falsa. Nella vita reale la risoluzione di un problema non riporta allo stato precedente: lascia conseguenze, cambia le persone coinvolte, apre questioni nuove.

Una serie che rifiuta la chiusura completa chiede allo spettatore qualcosa di più impegnativo (accettare che le cose continuino) ed è probabilmente questa, più del sentimento, la ragione per cui risulta scomoda a chi cerca nel genere una soddisfazione ordinata.

L’accidentalità dell’esperienza

Il testo chiude su un’espressione presa in prestito da un saggio: le storie nascono dall’accidentalità dell’esperienza, e ogni persona che entra in un commissariato è l’inizio di un racconto diverso.

Vengono richiamati alcuni autori che hanno costruito la propria opera su questo: il sasso che fa inciampare quando meno lo si aspetta, la giornata di pioggia o l’incontro casuale che rovescia un destino, il fischio di un treno che apre uno squarcio nella vita di un uomo.

È un’osservazione giusta sul modo in cui le vite cambiano davvero: non per decisioni, ma per circostanze che non si erano previste. E spiega anche perché il racconto seriale, che segue le stesse persone attraverso molte di quelle circostanze, riesca a mostrare qualcosa che una storia chiusa non può mostrare.

Domande frequenti

Perché guardare qualcosa insieme facilita la relazione con un adolescente?

Perché l’attenzione è rivolta a un terzo elemento: si sta vicini senza doversi dire nulla e senza guardarsi. Lo sguardo diretto aumenta la pressione, e in adolescenza la pressione produce ritiro.

Cosa aiuta davvero chi si è chiuso dopo una perdita?

Una presenza che non chiede nulla, ripetuta nel tempo, e gesti concreti come cucinare. I discorsi consolatori chiedono una prestazione (rispondere, reagire) che in quel momento non è disponibile.

Perché la mancanza di lieto fine è più realistica?

Perché risolvere un problema non riporta allo stato precedente: lascia conseguenze, cambia le persone e apre questioni nuove. La struttura che chiude ogni episodio è rassicurante ma falsa.

L’attenzione ai sentimenti è un difetto narrativo?

No. Una critica sensata riguarda l’emozione usata come scorciatoia, senza costruire le situazioni che la giustificano: è una questione di costruzione, non di quantità di sentimento.

La difesa di questa serie contro l’accusa di essere «troppo umana» smaschera un pregiudizio persistente: nella gerarchia dei giudizi culturali la freddezza passa per rigore e l’attenzione ai sentimenti per debolezza, tanto più nei generi popolari. Restano due osservazioni preziose: davanti a chi si è chiuso dopo una perdita funziona una presenza che non chiede nulla, non i discorsi consolatori; e una narrazione che rifiuta la chiusura completa è più fedele al vero, perché risolvere qualcosa non riporta mai allo stato precedente. Un’ultima nota sul linguaggio: il ritiro dopo un lutto non ha nulla a che vedere con l’autismo.
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