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La Nuova e la Vecchia Squadra

Breve Estratto

Sono dieci anni ormai (dalle prime puntate) che a casa nostra si guarda La Squadra. Appassionatamente, a dispetto di chi vuole sminuirla, come se dovessimo per forza snobbare le fiction, sottoprodotti culturali da evitare con cura. (Non per dire, ma alcuni dei primi episodi sono stati scritti da Paolo Sorrentino!).
Noi la guardiamo da sempre, riconoscendole in più il nostro debito di gratitudine. Risale all’adolescenza del figlio, irritante come solo le adolescenze sanno essere. Grazie alla Squadra, una sera la settimana si firmava un brevissimo armistizio davanti alla tv, complice quel qualcosa di buono da gustare durante la pubblicità: un modo per stare due ore insieme in territorio neutro. Funzionava.
Poi, tre anni fa, ci siamo ostinati a vedere gli episodi della Nuova squadra, dicendoci delusi, mentre pian piano si elaborava il lutto per il commissariato Sant’Andrea, quel luogo vecchio stampo da cui tanti personaggi erano entrati e usciti. Fino a quando anche La nuova squadra ha preso il suo posto davanti al divano (il figlio è cresciuto; le tregue settimanali si sono fatte definitive, e, ovviamente, ora siamo rimasti in due sullo stesso divano). Sì, ogni tanto ricordiamo la vecchia Squadra: come un affetto duro a morire, che non merita di essere dimenticato.
Nella fiction, da un po’, siamo a Spaccanapoli e i personaggi sono quasi tutti cambiati, portati via dalla chiusura del Sant’Andrea. Altri sono morti (Pietro Taricone anche nella vita e ci è dispiaciuto, perché è stato qui, nella Squadra, che abbiamo avuto modo di conoscerlo); altri ancora hanno inseguito una promozione o dato retta a una crisi esistenziale.
Lasciateci però Salvatore Sciacca (Tony Sperandeo): il suo cinismo, le sentenze, la filosofia di vita, la capacità di ascoltare gli altri. E’ stato lui, nella prima serie, ad aiutare la figlia del vice-questore Cafasso (Renato Carpentieri), resa quasi autistica dalla morte del fidanzato. La ragazza non mangiava e non comunicava più, e lui è riuscito a farla rivivere, senza luoghi comuni, né discorsi consolatori: solo con la sua presenza, paziente, e la sua cucina palermitana.
Lasciatecelo, Sciacca, insieme alle rughe in più e alla profonda solitudine, e a quel suo, tutto suo “Ma che mischia stai dicendo?”. Lasciatecelo, perché, nonostante l’empatia e la saggezza nelle situazioni più intensamente emotive, non è proprio quello che si dice un guru. Perché è vero, sincero, autentico. Umano.
Basterebbe solo il personaggio di Sciacca (e i suoi versi dell’Orlando Furioso, recitati come un mantra) per dissentire dall’articolo che Aldo Grasso ha scritto qualche anno fa. Parlava dell’aspetto umano, troppo umano della serie, come fosse il suo principale difetto. Poi, provvidenzialmente, abbiamo trovato in rete un saggio di Salvatore Zingale, che per prima cosa ci ha ricordato un fan eccellente della Squadra (nientedimeno che Umberto Eco!), poi, in risposta ad Aldo Grasso, scriveva: “Quando il troppo umano diventa motivo di critica, qualcosa da qualche parte non funziona”.
Ora più che mai, infatti, abbiamo bisogno di narrazioni che sottolineino il lato umano e relazionale dei personaggi. Nell’ultima puntata il sovrintendente Alessia Marciano dice al collega Federico Coppola che ormai è diventato parte della sua famiglia. Smancerie? Federico ha rischiato la vita sul lavoro; è un ragazzo solo, spesso maltrattato da Alessia che approfitta della sua docilità e del suo ruolo da sottoposto. E non è troppo umano il nostro allargamento del cuore, di fronte alla dichiarazione commossa di Alessia, se pure dettata dai sensi di colpa. Troppo umani anche quelli?
Non è neanche disdicevole rappresentare simpatie, antipatie, amori e rancori, rotture, equivoci, solidarietà. E diffidenza, tutte le volte che nuove persone irrompono e interrompono i rapporti del Sant’Andrea prima, di Spaccanapoli ora. Ci si adatta sempre, in realtà, ai nuovi arrivati, che prima o poi si assimilano alla vecchia e alla nuova squadra, ciascuno a modo suo. Alcuni di loro restano antipatici, come Pettenella delle vecchie storie, e questo sì che è umano!
Nella nuova serie, invece, il vicequestore Lopez (Marco Giallini) è arrivato subito come il capo che tutti vorremmo avere: fascinoso e democratico, ma con un conto in sospeso che gli costerà la vita. Il primo, deciso, rimprovero ai suoi è stata un’attenzione nei loro confronti, per la leggerezza con cui dimenticano i giubbotti antiproiettile. Ma nello scontro finale con il nemico, atteso per anni, il giubbotto Lopez proprio non ce l’ha. Come quei capi, pochi, che si preoccupano troppo degli altri, trascurando se stessi.
“Umano, troppo umano” è anche Sergio Vitale (Rolando Rovello) nel modo di fare impulsivo e anarchico, nella fedeltà all’amicizia anche a costo dell’evidenza, quando voleva difendere a tutti i costi la memoria di un amico indifendibile o coprire i pasticci di Vito (Pietro Taricone). Nella sua ribellione al potere, alle regole, alla disciplina, e negli azzardi che solo lui può permettersi, perché a Spaccanapoli è di casa e conosce i delinquenti ad uno ad uno.
Cosa c’è allora che non va nell’umano, troppo umano? Cos’è quel qualcosa che non funziona, quando, anziché emozionare, si fa, come dice Zingale, motivo di critica?
Salvatore Zingale osserva anche, e noi con lui, che i casi della Squadra, come nella vita, non si risolvono mai del tutto. Non c’è lieto fine, e ogni volta si ricomincia da capo. Anche quando le situazioni sembrano definitivamente concluse, lasciano un che di irrisolto, sul quale prima o poi bisogna tornare. Lo dice anche la Gestalt (su apertura e chiusura dei cicli vitali è costruito tutto il suo sistema teorico) che sarebbe troppo ingenuo pensare di poter chiudere qualcosa e trovare le energie intatte per ricominciare. E’ il concetto del residuo gestaltico, con cui prima o poi ci tocca fare i conti: esperienze, anche queste, estremamente umane.
E per finire, siccome l’articolo di Salvatore Zingale ci è piaciuto davvero tanto, prendiamo ancora in prestito una sua affermazione : “Ogni poveraccio che si presenta al Sant’Andrea è l’incipit di un romanzo, continuamente diverso dal precedente. Le storie che insegnano e che curano hanno inizio da qui, dall’accidentalità dell’esperienza”.
L’accidentalità dell’esperienza: è quel sasso che fa inciampare quando meno se lo aspetta il personaggio di Simenon (per cui lui provava tanta pena); è “quella giornata di pioggia, o la persona che incontriamo per strada” che per Scerbanenco stravolgono i nostri progetti, il nostro destino; è il fischio importuno del treno di Pirandello.
Peccato che La nuova squadra abbia scelto ritmi così veloci, da telefilm americano, sacrificando l’attenzione ai personaggi secondari! Quelli centrali invece sono ancora osservati con cura, con i segreti, i dolori e le loro piccole gioie. Con uno spessore psicologico che non è proprio quello dei primi racconti, ma gli si avvicina.
Link degli articoli citati
http://archiviostorico.corriere.it/2007/maggio/18/Troppa_Umanita_nella_Squadra__co_9_070518033.shtml
http://www.salvatorezingale.itdoc/ZINGALE_OS01_squadra.pdf

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