Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Successi e Aree di Miglioramento nel Team Coaching

«La fonte non qualifica il contenuto della proposta.» Sono otto parole che descrivono la regola più difficile da applicare in qualunque organizzazione: valutare un’idea senza guardare chi l’ha avuta. Il contesto La testimonianza proviene dalla presidenza di una società italiana di servizi informatici, raccolta per un volume dedicato al lavoro di gruppo in azienda. La […]

Psicolab — Successi e Aree di Miglioramento nel Team  Coaching
«La fonte non qualifica il contenuto della proposta.» Sono otto parole che descrivono la regola più difficile da applicare in qualunque organizzazione: valutare un’idea senza guardare chi l’ha avuta.

Il contesto

La testimonianza proviene dalla presidenza di una società italiana di servizi informatici, raccolta per un volume dedicato al lavoro di gruppo in azienda.

La premessa è netta: lo spirito di gruppo è il valore ritenuto più importante, perché nessuno raggiunge i risultati migliori da solo, dietro a ogni vincitore c’è una squadra.

La regola sulle proposte

Il passaggio più interessante riguarda il modo in cui si fissano gli obiettivi: viene incentivata l’attività propositiva di tutti i componenti, e (questa la formulazione decisiva) la fonte non qualifica il contenuto della proposta. L’obiettivo si stabilisce dopo aver esaminato tutte le idee e assegnato le priorità.

Perché è una regola difficile

Vale la pena spiegare cosa contrasta esattamente.

Nella valutazione di un’idea intervengono due elementi che non hanno nulla a che vedere con la sua qualità.

Il primo è la posizione di chi la propone: la stessa proposta, formulata da chi ha autorità, viene esaminata più a lungo e con maggiore benevolenza. Non per servilismo, ma perché si presume che chi ha esperienza abbia ragioni che non ha esplicitato.

Il secondo è la storia: chi ha proposto qualcosa che non ha funzionato viene ascoltato meno la volta successiva, anche quando l’idea nuova è indipendente dalla precedente.

L’effetto combinato è che le proposte migliori provenienti dai livelli meno visibili non vengono respinte: semplicemente non vengono formulate, perché chi le avrebbe non ritiene che valga la pena.

Cosa serve perché funzioni

Un principio dichiarato non basta, e conviene indicare cosa lo rende operativo.

La condizione minima è che ogni proposta riceva una risposta motivata, anche negativa. Il silenzio non è neutro: insegna che proporre è inutile, e lo insegna più rapidamente di qualunque rifiuto esplicito.

Utile anche separare i due momenti: raccogliere prima tutte le proposte, valutarle poi. Discutere ogni idea nel momento in cui viene presentata favorisce chi parla per primo e chi parla meglio.

L’accelerazione finale

Tra i punti di forza indicati compare l’accelerazione all’avvicinarsi dei traguardi. È un’osservazione precisa e vale la pena isolarla, perché descrive un fenomeno documentato.

L’impegno tende ad aumentare quando l’obiettivo è vicino e la sua vicinanza è percepibile. È il motivo per cui i progetti molto lunghi rendono meno nella fase centrale: il traguardo è troppo lontano per esercitare attrazione.

La conseguenza pratica è nota a chi organizza il lavoro: suddividere un percorso lungo in traguardi intermedi non serve solo al controllo, serve a rendere disponibile più volte quell’effetto.

Va però segnalato il rovescio: un gruppo che rende soprattutto in prossimità della scadenza tenderà a comprimere il lavoro alla fine, con i costi di qualità e di logoramento che questo comporta.

La difficoltà dichiarata

Le aree da migliorare indicate sono la comunicazione (interna ed esterna) e il coordinamento.

Merita di essere notato che si tratta della stessa diagnosi che compare in quasi tutte le testimonianze di questo tipo. Il che suggerisce due letture possibili.

La prima: è una difficoltà genuinamente universale, e ha una ragione strutturale, coordinare significa rinunciare a un’autonomia in cambio di un beneficio che si distribuisce su altri.

La seconda, meno benevola: «comunicazione» è la risposta che si dà quando non si vuole nominare un problema più specifico. È un termine sufficientemente ampio da non accusare nessuno.

Il modo per distinguere è chiedere quale informazione precisa non arrivi a chi, e quando. Se la risposta esiste, il problema è reale e affrontabile; se non esiste, la comunicazione era un modo per dire altro.

La riformulazione dei problemi

La risposta finale attribuisce al lavoro di accompagnamento del gruppo un effetto preciso: trasformare risultati dati per scontati in successi, e problemi in aree di miglioramento.

La prima parte è solida

Rendere visibile ciò che funziona è un’operazione tutt’altro che retorica.

Le organizzazioni registrano gli scostamenti (ciò che non ha funzionato, ciò che è in ritardo) e non registrano il funzionamento ordinario. Chi lavora bene in modo costante è quindi, paradossalmente, invisibile: si nota solo quando smette.

Nominare esplicitamente ciò che è andato bene corregge un difetto strutturale del modo in cui le organizzazioni si osservano.

La seconda richiede cautela

Chiamare un problema «area di miglioramento» ha un effetto positivo e uno rischioso.

Quello positivo è reale: un problema con un nome neutro è più facile da nominare, perché non implica una colpa. E ciò che non si può nominare non si affronta.

Quello rischioso è l’attenuazione. Alcune cose sono problemi e basta (un difetto che raggiunge il cliente, un carico insostenibile, un rischio per la sicurezza) e ammorbidirne il nome ne riduce l’urgenza percepita.

Il criterio praticabile è semplice: la riformulazione è utile quando serve a far emergere un problema, dannosa quando serve a conviverci.

I momenti difficili

La sequenza indicata merita attenzione per l’ordine: convincersi di poterli superare, chiedere aiuto a chi può darlo, agire con determinazione.

Il passaggio centrale è quello meno scontato. Chiedere aiuto è, per chi ha responsabilità apicali, l’azione più difficile: comporta ammettere un limite in una posizione che si presume debba non averne.

Ed è probabilmente per questo che compare tra le tre cose ritenute decisive, perché è quella che di solito non si fa.

Domande frequenti

Cosa significa che la fonte non qualifica la proposta?

Che un’idea va valutata per il contenuto e non per la posizione o la storia di chi la propone. È difficile perché si presume che chi ha autorità abbia ragioni non esplicitate, e chi ha già sbagliato viene ascoltato meno.

Come si rende operativo quel principio?

Rispondendo in modo motivato a ogni proposta, anche negativamente, e separando la raccolta delle idee dalla loro valutazione. Il silenzio insegna che proporre è inutile più rapidamente di un rifiuto.

Perché i progetti lunghi rendono meno nella fase centrale?

Perché l’impegno aumenta quando il traguardo è vicino e percepibile. Suddividere in traguardi intermedi rende disponibile più volte quell’effetto.

Conviene chiamare i problemi “aree di miglioramento”?

È utile quando serve a far emergere un problema, perché un nome neutro non implica una colpa. È dannoso quando serve a conviverci: alcune cose sono problemi e basta.

La formula più preziosa di questa testimonianza è che la fonte non qualifichi il contenuto di una proposta: regola difficile perché la posizione e la storia di chi propone influenzano la valutazione, e l’effetto non è il rifiuto delle idee migliori ma la loro mancata formulazione. Perché funzioni serve una risposta motivata a ogni proposta: il silenzio insegna più in fretta di un rifiuto. Quanto alla riformulazione dei problemi in aree di miglioramento, il criterio è netto: utile per far emergere qualcosa, dannosa quando serve a conviverci.
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