La scena di partenza
Levi descrive il momento in cui, insieme a un compagno, cerca di recuperare e spiegare quei versi in condizioni in cui tutto (la fame, la fila, il rumore delle voci che annunciano che la zuppa è di cavoli e rape) spinge nella direzione opposta.
Ciò che l’autrice legge in quella pagina è un momento di intuizione improvvisa: la percezione, in un istante, di qualcosa che riguarda l’essenza dell’esperienza umana, al di là del contesto.
Il punto ha una forza notevole. In una condizione il cui scopo dichiarato era l’annientamento fisico e storico delle persone, è precisamente quella consapevolezza a restituire la dimensione umana. Non un atto di resistenza fisica, ma la conservazione di una capacità di pensiero.
Il rovesciamento di Maslow
Ne discende un’osservazione interessante.
Secondo il modello di Maslow occorre soddisfare i bisogni primari prima di poter procedere verso i livelli superiori. Eppure in quella situazione (con la sopravvivenza fisica costantemente in questione) è proprio il mantenere viva la dimensione cognitiva a permettere di sfuggire all’abbrutimento.
La gerarchia, in altre parole, non funziona come una scala rigida. È un rilievo che la letteratura successiva ha ampiamente confermato: la piramide di Maslow è un modello descrittivo suggestivo, non una legge del comportamento.
La psicopatologia della normalità
Da qui l’autrice ricava un concetto applicato alla vita ordinaria.
L’uomo comune non deve lottare per mezzo pane. Eppure spesso non si pone domande sul significato della propria esistenza, non si commuove davanti a un tramonto, non prova stupore di fronte a un’opera d’arte.
Si può allora parlare di psicopatologia della normalità: la condizione di chi si accontenta di soddisfare i bisogni legati alla sopravvivenza materiale.
La variante mascherata
Esiste poi una versione più insidiosa. Chi ha superato quello stadio spesso identifica la realizzazione di sé con l’accettazione sociale, ma la confonde con il successo materiale: la casa, l’automobile, i beni di lusso.
È una forma mascherata proprio perché appare come normalità. E la parola, ricorda l’autrice, significa letteralmente «conforme alla regola».
Normalità e salute
Il passaggio concettuale più preciso del testo è la distinzione tra le due cose.
Conformarsi alle regole del proprio ambiente sociale è indice di normalità, non di salute: intesa come condizione esente da disturbi.
Ne segue una domanda acuta: è sano chi non manifesta disturbi o chi non ne prova? Accade infatti di dichiararsi sani, e di arrivare a crederlo, per adeguamento alle norme sociali o per bisogno di accettazione.
L’immagine geometrica
L’autrice ricorre a un’analogia: in trigonometria la normale è la retta perpendicolare al piano.
Una normalità sana è quella in cui il rapporto tra il sé e il piano della realtà si mantiene retto senza forzature. Una normalità patologica è quella in cui, per raggiungere quell’allineamento, occorre rinunciare a una parte di sé, e allora o si inclina il piano di realtà, o il sé viene percepito come inclinato, spezzato.
La terza via proposta è realizzare sé stessi all’interno del contesto sociale, in armonia con le sue norme, senza che ciò comporti sacrificare la propria essenza.
I quadranti e i livelli
Viene richiamato lo schema dei quattro quadranti di Ken Wilber, secondo cui ogni livello di sviluppo si articola sia individualmente (come vissuto interiore e come comportamento) sia collettivamente, sul piano culturale e sociale. Un sé pienamente realizzato non avvertirebbe attrito in nessuno dei quattro.
L’evoluzione della coscienza procederebbe per gradi: da un livello prepersonale, attraverso quello personale, fino a un livello transpersonale.
Va ricordato che si tratta di un modello speculativo, non di una teoria dello sviluppo empiricamente verificata.
La crisi come occasione
Il concetto più utile della parte finale riguarda ciò che l’autrice chiama crisi transpersonale.
Si verifica quando ci si accorge di non coincidere con la propria storia personale, e che esistono altre dimensioni dell’esistenza da esplorare. Può essere innescata da un evento esterno (un lutto, una perdita) oppure dall’incontro con una dimensione spirituale.
Il momento in cui il sistema di riferimento viene meno è anche quello in cui si aprono possibilità nuove.
L’immagine usata è efficace: è come essere dentro un incubo e sentire la sveglia. Se ci si alza davvero, lasciando la certezza tiepida delle coperte, si esce dal sogno; se ci si rigira nel tepore che sembra sicuro, si rischia di ripiombarci dentro.
Una cautela
Qui serve una precisazione, perché il tema è delicato.
Che una crisi possa essere l’occasione di una riorganizzazione è vero e documentato. Ma non tutte le crisi lo sono, e leggere ogni sofferenza come opportunità di crescita è un’operazione rischiosa: rischia di far percepire come fallimento personale ciò che invece richiede cura, tempo o semplicemente aiuto.
Un lutto è anzitutto una perdita. Che possa produrre anche una trasformazione è possibile, non dovuto.
La triade
Il testo si chiude riprendendo, da Pierluigi Lattuada, uno schema in tre momenti: malattia come limite, ostacolo, ombra e corazza; morte come passaggio, scomparsa dei contenuti dell’io e della storia personale; guarigione come forza vitale e intento.
Nella prospettiva transpersonale, conclude, non si dà più la contrapposizione tra normalità e psicopatologia: quelli sono attributi dell’io, mentre nel sé si manifesta l’essenza autentica.
Domande frequenti
Cosa si intende per psicopatologia della normalità?
La condizione di chi si limita a soddisfare i bisogni materiali o identifica la realizzazione di sé con il successo economico, restando conforme alle regole sociali senza interrogarsi sul significato della propria esistenza.
Normalità e salute coincidono?
No. Normale significa conforme alla regola; sano indica assenza di disturbi. Ci si può adeguare alle norme sociali arrivando a credersi sani, mentre l’allineamento comporta la rinuncia a una parte di sé.
La psicologia transpersonale è una disciplina scientifica?
No. È una prospettiva di carattere filosofico e spirituale, priva di validazione empirica. Non sostituisce la valutazione clinica di uno psicologo o psicoterapeuta.
Ogni crisi è un’occasione di crescita?
No. Una crisi può innescare una riorganizzazione, ma leggere ogni sofferenza come opportunità rischia di far percepire come fallimento personale ciò che invece richiede cura e tempo.