Da dove nasce la ricerca
Nel 1973 Mark Granovetter, allora giovane sociologo, rimase colpito dai risultati sul fenomeno del “piccolo mondo” pubblicati pochi anni prima da Stanley Milgram.
Il suo obiettivo era capirne il meccanismo, muovendo da una constatazione: la nostra società è strutturata in modo molto diverso dall’universo casuale descritto dai modelli matematici allora disponibili, in cui i collegamenti si formano senza schema.
Per verificarlo scelse una domanda concreta: in che modo le persone costruiscono reti interpersonali e come usano i propri contatti per trovare lavoro? Intervistò decine di professionisti e dirigenti chiedendo chi li avesse aiutati a ottenere l’occupazione che avevano.
Il risultato inatteso
La risposta fu netta e sorprendente: quando si cerca lavoro, i legami sociali deboli sono più importanti delle amicizie forti e consolidate.
Granovetter distinse due tipologie:
- i legami forti: quelli che uniscono familiari, amici intimi, colleghi che passano molto tempo insieme;
- i legami deboli: quelli con conoscenti, persone che si vedono o si sentono di rado.
Perché i legami deboli contano di più
La spiegazione è strutturale, e diventa evidente con un esperimento mentale.
Se venisse eliminato un legame forte, resteremmo comunque collegati a quella persona attraverso un percorso breve: amici comuni, altri familiari, colleghi condivisi. Per quanto importante sul piano personale, quella relazione difficilmente è il ponte indispensabile che tiene insieme la rete.
Se invece si spezzasse un legame debole (un conoscente che vediamo raramente) perderemmo il contatto in modo probabilmente definitivo: le nostre strade non si incrocerebbero più.
Da qui la conclusione paradossale che Granovetter formulò nell’articolo dal titolo La forza dei legami deboli.
I ponti sociali
I legami deboli funzionano come ponti sociali: non solo verso un’altra persona, ma verso mondi sociali lontani che ci sarebbero altrimenti del tutto estranei.
La ragione è semplice e verificabile: quelle persone frequentano ambienti diversi dai nostri e ottengono informazioni da fonti diverse. Un amico stretto, tipicamente, sa più o meno le stesse cose che sappiamo noi, proprio perché condivide il nostro ambiente.
Ne discende che i legami forti hanno un effetto in un certo senso ridondante: ci connettono a persone con cui saremmo comunque connessi. I legami deboli sono invece le scorciatoie che, se eliminate, farebbero disgregare la rete.
Rimuovere un legame forte non ha quasi effetto sulle distanze sociali complessive. Rimuovere i ponti, sì.
Come è fatta davvero la società
Ne emerge un modello preciso. La società non è una rete uniforme: è una rete frammentata in cluster molto densi.
All’interno di ciascun cluster (cerchie ristrette in cui tutti conoscono tutti) le connessioni sono numerose. Tra un cluster e l’altro esistono invece pochissimi collegamenti, quasi sempre legami deboli, che impediscono l’isolamento reciproco.
È una struttura molto più vicina all’esperienza quotidiana di quanto lo fosse il modello casuale precedente: chiunque riconosce di appartenere a più gruppi densi (famiglia, colleghi, amici di lunga data) collegati tra loro da poche persone di raccordo.
Il legame con i sei gradi di separazione
Questo modello offre anche una possibile spiegazione del fenomeno del piccolo mondo.
Se bastano pochi passaggi per collegare due persone qualsiasi, ciò accade proprio grazie alle scorciatoie tra cluster. Senza quei pochi ponti, ogni gruppo resterebbe un’isola e le distanze sociali diventerebbero enormi.
I ponti tra mondi diversi sono dunque probabilmente la chiave di ciò che rende le reti sociali sorprendentemente piccole.
Un’idea rimasta in attesa
Vale la pena notare una circostanza istruttiva sul funzionamento della ricerca: queste intuizioni non produssero una rivoluzione immediata.
Per quasi trent’anni le osservazioni sul carattere delle reti sociali e sulla funzione di ponte dei legami deboli furono in larga parte ignorate. Parallelamente, le conclusioni sui sei gradi di separazione restarono senza spiegazione, e pochi ricercatori si occuparono del problema.
Insieme, però, le due ricerche prepararono il terreno per quella che sarebbe diventata la scienza delle reti: un campo emerso solo decenni dopo, quando gli strumenti di calcolo resero possibile verificare quelle intuizioni su grandi quantità di dati.
Cosa se ne ricava
Al di là del valore teorico, l’idea ha conseguenze pratiche immediate.
Se si cerca un’informazione, un’opportunità o una prospettiva nuova, il posto meno promettente dove cercarla è la cerchia ristretta: sa già quello che sappiamo noi.
Le conoscenze occasionali (l’ex collega, la persona incontrata a un corso, il contatto di un altro settore) sono statisticamente più utili proprio perché sanno cose diverse.
E, di conseguenza: coltivare i legami deboli non è dispersione. È mantenere aperti i pochi ponti che collegano il nostro mondo a tutti gli altri.
Domande frequenti
Cosa sono i legami forti e i legami deboli?
I legami forti uniscono familiari, amici intimi e colleghi con cui si passa molto tempo; i legami deboli riguardano conoscenti che si vedono o si sentono di rado.
Perché i legami deboli sono più utili per trovare lavoro?
Perché le persone con cui abbiamo legami deboli frequentano ambienti diversi dai nostri e accedono a informazioni da fonti diverse. Gli amici stretti, condividendo il nostro ambiente, sanno più o meno ciò che sappiamo già.
Cosa sono i “ponti sociali”?
I legami deboli che collegano cluster sociali altrimenti separati. Rimuovere un legame forte non altera quasi le distanze sociali complessive; rimuovere un ponte sì, perché farebbe disgregare la rete.
Come è strutturata la società secondo questo modello?
Come una rete frammentata in cluster molto densi (cerchie in cui tutti conoscono tutti) collegati tra loro da pochissimi legami deboli che ne impediscono l’isolamento.