Gli Italiani sono stati protagonisti del più grande esodo migratorio della storia moderna. A partire dal 1861, nell’arco di circa un secolo, sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze. Si tratta di cifre quasi equivalenti all’ammontare dell’intera popolazione italiana al momento dell’Unità d’Italia. L’esodo toccò tutte le regioni italiane, con una priorità dell’espatrio settentrionale, la situazione si capovolse nei due decenni successivi, quando il primato migratorio passò alle regioni meridionali con la Sicilia che dette il maggior contributo, 12,8 per cento con 1.126.513 emigranti, seguita dalla Campania con 955.1889 (10,9 per cento).
Verso la fine dell’800 le mete privilegiate erano i Paesi mediterranei ed europei, agli inizi del ‘900, invece, ci fu un incremento del 28,95% delle emigrazioni transoceaniche. Il XX secolo, invece, è caratterizzato da una svolta delle emigrazioni, in quanto il 46% della popolazione emigrante proveniva dal Sud Italia per dirigersi in America Settentrionale.
Durante gli anni della guerra, a causa delle politiche protezionistiche adottate dal regime fascista, ci fu una pausa migratoria al fine di favorire una crescita del Paese. Proprio in quegli anni cominciarono ad incalzare le migrazioni territoriali interne.
Durante gli anni Venti, a causa delle limitazioni d’afflusso di mano d’opera straniera, l’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti d’America venne considerata definitivamente chiusa. Di conseguenza la mano d’opera italiana cominciava a cercare un’ occupazione in America Latina, Australia e verso mete europee quali il Belgio. Nel 1956 la tragedia di Marcinelle, con la morte di centinaia di italiani in una miniera di carbone, segna la fine dell’emigrazione italiana anche in Belgio.
Si cominciò a parlare di vera e propria fuga di cervelli tra la metà degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. la Germania e la Svizzera rappresentano le destinazioni privilegiate per la maggior parte degli italiani. Si trattò di un notevole flusso migratorio caratterizzato però da un continuo susseguirsi di partenze e di ritorni. Sempre in questi anni, a causa della rapida crescita dell’industria italiana nell’ Italia Settentrionale, le migrazioni dal Sud al Nord Italia divennero sempre più incalzanti. Il massimo flusso migratorio si ebbe durante gli anni Sessanta per poi declinare progressivamente fino a stabilizzarsi nel corso degli anni Settanta, quando i rientri superarono gli espatri. Durante gli anni Ottanta, le migrazioni cominciarono a riprendere una certa consistenza. Precisamente, tra il 1980 e il 1988, espatriarono 633.000 italiani e la maggior parte di questi, si concentrò nel nord Itala, in particolare nel Veneto.
Oggi i giovani meridionali si trovano spesso nella condizione di spostarsi non per una opportunità di migliorare la propria condizione lavorativa, ma esclusivamente per la necessità di trovare un’occupazione. I laureati del Nord si trovano, invece, nella condizione di spostarsi per avere migliori occasioni lavorative e per fare ricerca, infatti la fuga dei cervelli all’estero con tale scopo, è un fenomeno soprattutto settentrionale. La fuga dei cervelli, dunque, è il destino che accomuna molti giovani italiani, la sorte obbligata è quella di fuggire e di costruirsi una vita professionale altrove. Dopo aver investito nella loro formazione, l’Italia se li lascia scappare, perché non è in grado di offrire loro né percorsi di carriera nell’accademia né nell’insegnamento né nell’impresa.
I numeri degli ultimi dieci anni, oltre a confermare la prevalenza degli spostamenti da Sud verso Nord, evidenziano che si è decisamente rafforzata l’emigrazione verso le regioni del Nord-est e che è cresciuto in misura sostenuta il numero dei cancellati dalle regioni meridionali e dalle isole .
In termini assoluti, quasi il 45% dei trasferimenti interregionali ha origine nel Mezzogiorno, solo il 14% dei cancellati dalle regioni del Sud rimane nel Mezzogiorno.
Dunque, il Meridione è in ritardo rispetto al Nord a livello industriale e non solo, mentre l’Italia è indietro rispetto agli altri paesi industrializzati riguardo alla ricerca scientifica. La fuga dei cervelli è dunque un fenomeno antico della storia italiana. L’emigrazione, diventa significativa nei primi anni del dopoguerra, quando il Paese, uscito distrutto dal conflitto mondiale, non era in grado di investire in ricerca e sviluppo, ma nel nuovo millennio la situazione non è cambiata.
La mancanza di fondi e lo scontro con un sistema retrogrado governato dalla burocrazia e dal baronaggio. Esiste quindi una diabolica simbiosi che permette il protrarsi di uno stato di degrado, tra governo e tra un mondo accademico corrotto. In queste condizioni i giovani più capaci non trovano lo spazio che uno stato moderno dovrebbe offrire loro e prima o poi si trovano a decidere se rimanere e sopravvivere nei migliori dei modi, oppure cambiare paese.
È tuttavia vero che la classe accademica mondiale è altamente globalizzata e i grandi centri studi sono luoghi di raduno di persone provenienti da paesi diversi, ma il bilancio tra studiosi italiani che lasciano il paese e studiosi stranieri che si trasferiscono in Italia è drammaticamente sfavorevole.
I ricercatori italiani si recano all’estero per sfuggire a mali propri dell’Università italiana – quali la scarsità dei fondi della ricerca, ovvero nepotismi e clientelismi che rendono le procedure di reclutamento e di carriera poco trasparenti.
Si tratta quindi di migrazioni qualificate e quindi una conseguente perdita di capitale umano.
Si è giunti alla conclusione i migranti sono in possesso di una maggiore quantità di capitale umano rispetto ai residenti. Dalla differenza tra la perdita aggregata di capitale umano della popolazione residente e tra il guadagno aggregato del capitale umano, si è constatato che le regioni meridionali, fatta eccezione per l’Abruzzo, hanno perso quote sempre più consistenti di capitale umano a vantaggio delle regioni del Centro – Nord . Sulla base dei risultati ottenuti è possibile affermare che il sud ha subito una rilevante perdita di capitale umano. In questo contesto, proporre interventi di politica economica per alleviare e, possibilmente, contrastare la fuoriuscita di individui con elevati livelli di capitale umano non è facile. Le manovre che, presumibilmente, appaiono più opportune sono quelle che mirano da un lato a ridurre il mismatch nel mercato del lavoro, dall’altro ad agevolare la creazione di imprese high-tech in grado di assorbire i lavoratori più qualificati.
Le indicazioni appaiono più che sufficienti a confermare l’esistenza di una grave fuga di cervelli dall’Italia. Una fuga dei cervelli che si conferma come il sintomo più grave ed evidente del male che affligge il sistema della ricerca in un Paese. Ma per sistema della ricerca non va intesa solo la ricerca scientifica, bensì più in generale l’intera capacità di innovazione di un Paese. La fuga dei cervelli è la misura di quanto un Paese stia smarrendo sia la visione del proprio futuro sia la capacità stessa di pensare e progettare il futuro. Tale fenomeno è preoccupante poiché è suscettibile a rallentare il progresso tecnologico e ovviamente, man mano che la fuga aumenta e si aggrava, passiamo dal sintomo di una malattia ad una malattia vera e propria. Ecco, perché chiunque si sia occupato di fuga di cervelli ha paura da tempo che l’Italia sia un Paese avviato verso il declino.
Il caso dei laureati Unical, è certamente rappresentativo della situazione generale del Mezzogiorno riguardo la perdita di risorse umane che potrebbero invece contribuire al recupero del divario con altre aree del Paese. Tuttavia i dati più recenti dimostrano che i tassi di disoccupazione che riguardano i laureati dell’Università della Calabria non sono molto alti, questo dimostra la competitività nel mercato del lavoro da parte dei laureati Unical.
Infine, si è rilevato che la situazione dei laureati Dell’Università degli Studi della Calabria, è a sé stante. La perdita di cervelli, infatti, non trova ragione nelle partenze, bensì nello spreco di cervelli, nel senso che i laureati tendono ad adattarsi a quello che l’economia regionale offre.
L’Università della Calabria, in parte, sta provando ad evitare la fuga da parte dei laureati e l’economia del cosentino si presenta più recettiva e dinamica rispetto a quella di molte realtà calabresi in cui regna l’immobilità.