Un secolo di partenze
A partire dal 1861, nell’arco di circa un secolo, sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze dall’Italia: una cifra quasi equivalente all’intera popolazione italiana al momento dell’Unità.
L’esodo toccò tutte le regioni. In una prima fase prevalse l’espatrio dalle regioni settentrionali; nei decenni successivi il primato passò al Mezzogiorno, con la Sicilia in testa (circa il 12,8% del totale, oltre un milione di persone) seguita dalla Campania (circa il 10,9%).
Cambiarono anche le destinazioni. Verso la fine dell’Ottocento le mete privilegiate erano i paesi mediterranei ed europei; agli inizi del Novecento crebbero fortemente le emigrazioni transoceaniche, con una quota crescente proveniente dal Sud e diretta verso l’America settentrionale.
Le fasi successive
Durante gli anni del regime, le politiche protezionistiche produssero una pausa nelle partenze verso l’estero, mentre cominciavano a crescere le migrazioni interne.
Negli anni Venti le limitazioni all’afflusso di manodopera straniera chiusero di fatto la via degli Stati Uniti. I flussi si riorientarono verso America Latina, Australia e alcune mete europee, tra cui il Belgio, dove la tragedia mineraria di Marcinelle nel 1956, con centinaia di vittime italiane, segnò simbolicamente la fine di quella stagione.
Tra la metà degli anni Cinquanta e i Sessanta le destinazioni privilegiate divennero Germania e Svizzera, con un flusso caratterizzato da un continuo alternarsi di partenze e ritorni. Contemporaneamente, la rapida crescita industriale del Nord alimentò le migrazioni interne dal Sud. Il picco si ebbe negli anni Sessanta, per poi declinare fino agli anni Settanta, quando i rientri superarono gli espatri.
Come è cambiata la natura del fenomeno
Il punto decisivo è che la migrazione contemporanea ha una composizione diversa. Non riguarda più prevalentemente manodopera in cerca di occupazione, ma persone con elevati livelli di istruzione.
Convivono in realtà due fenomeni distinti. Molti giovani meridionali si spostano non per migliorare la propria condizione lavorativa, ma per la necessità di trovare un’occupazione. I laureati del Nord si spostano invece prevalentemente per accedere a occasioni professionali migliori e per fare ricerca: la fuga dei cervelli verso l’estero, in senso stretto, è soprattutto un fenomeno settentrionale.
In entrambi i casi il risultato è lo stesso: un paese che investe nella formazione di una persona e ne perde il rendimento.
La dimensione interna: Sud verso Nord
I dati sui trasferimenti interregionali confermano il quadro: quasi il 45% degli spostamenti interni ha origine nel Mezzogiorno, e solo una minima parte di chi lascia una regione meridionale resta comunque nel Sud.
Le analisi mostrano inoltre che chi si sposta possiede in media una quantità di capitale umano superiore rispetto a chi resta. Il confronto tra perdita e guadagno aggregato porta a una conclusione netta: le regioni meridionali (con poche eccezioni) hanno ceduto quote crescenti di capitale umano al Centro-Nord.
È un meccanismo che tende ad autoalimentarsi: meno capitale umano significa meno capacità di innovazione, che significa meno domanda qualificata, che spinge altri a partire.
Le cause: non solo mancanza di fondi
Le ragioni indicate dalle analisi sono principalmente tre:
- la scarsità dei fondi destinati alla ricerca, in un paese storicamente arretrato su questo fronte rispetto agli altri sistemi industrializzati;
- la scarsa trasparenza delle procedure di reclutamento e di avanzamento di carriera, con fenomeni di nepotismo e clientelismo;
- l’assenza di percorsi professionali strutturati, non solo nell’accademia ma anche nell’insegnamento e nell’impresa.
Un elemento merita una precisazione. La comunità scientifica internazionale è per sua natura globalizzata, e i grandi centri di ricerca sono luoghi di incontro tra persone di provenienze diverse: la mobilità in sé è un valore, non un problema. Il problema è il bilancio: quando chi parte è nettamente più numeroso di chi arriva, non si tratta più di circolazione ma di dispersione.
Non solo partenze: anche spreco
Un caso di studio interessante mostra che il fenomeno ha una seconda faccia, meno visibile. In alcuni contesti la perdita di capitale umano non deriva tanto dalle partenze quanto dallo spreco: i laureati restano, ma finiscono per adattarsi a ciò che l’economia locale offre, in ruoli che non valorizzano la loro formazione.
È una forma di dispersione difficile da misurare (chi resta non compare in nessuna statistica migratoria) ma con effetti equivalenti sul potenziale di sviluppo di un territorio.
Cosa si può fare
Contrastare la fuoriuscita di persone con elevati livelli di formazione non è semplice. Le direzioni indicate come più promettenti sono due:
- ridurre il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, cioè la distanza tra le competenze formate e quelle richieste;
- agevolare la creazione di imprese ad alta tecnologia, capaci di assorbire lavoratori qualificati e di generare una domanda che oggi manca.
Sono interventi che agiscono sulla domanda di competenze, non sull’offerta: è inutile formare persone se non esiste un tessuto produttivo in grado di impiegarle.
Il vero significato del fenomeno
La fuga dei cervelli è il sintomo più evidente di un problema che riguarda il sistema della ricerca nel senso più ampio: non solo la ricerca scientifica, ma l’intera capacità di innovazione di un paese.
È, in ultima analisi, la misura di quanto un paese stia smarrendo la visione del proprio futuro, e la capacità stessa di pensarlo e progettarlo. Il rischio è che il fenomeno passi dall’essere sintomo di una difficoltà a diventare esso stesso la malattia: meno competenze significa meno innovazione, che significa ancora meno opportunità.
Domande frequenti
Quante persone sono emigrate dall’Italia?
Dal 1861, nell’arco di circa un secolo, sono state registrate oltre ventiquattro milioni di partenze: una cifra vicina all’intera popolazione italiana al momento dell’Unità. L’esodo interessò tutte le regioni, con il primato passato nel tempo dal Nord al Mezzogiorno.
In cosa la fuga dei cervelli differisce dalle migrazioni storiche?
Nella composizione: non riguarda prevalentemente manodopera in cerca di occupazione, ma persone con elevati livelli di istruzione. Il paese perde così il rendimento di un investimento formativo già sostenuto.
La mobilità internazionale dei ricercatori è di per sé negativa?
No: la comunità scientifica è per natura globalizzata e la circolazione è un valore. Il problema è il bilancio, cioè lo squilibrio tra chi parte e chi arriva: quando è fortemente sfavorevole, non si tratta di circolazione ma di dispersione.
Quali interventi potrebbero contrastare il fenomeno?
Ridurre il disallineamento tra competenze formate e competenze richieste dal mercato del lavoro, e favorire la nascita di imprese ad alta tecnologia capaci di assorbire lavoratori qualificati. Interventi che agiscono sulla domanda di competenze, non sull’offerta.