Psicologia Clinica e Psicopatologia

Maledimiele

Un film sull’anoressia in adolescenza pone una domanda concreta: perché chi sta intorno non se ne accorge in tempo. La risposta ha a che fare con l’idea sbagliata che ci si è fatti di questo disturbo. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione specialistica. Non contiene descrizioni di comportamenti, pesi o misure, per ragioni di sicurezza. […]

Psicolab — Maledimiele
Un film sull’anoressia in adolescenza pone una domanda concreta: perché chi sta intorno non se ne accorge in tempo. La risposta ha a che fare con l’idea sbagliata che ci si è fatti di questo disturbo.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione specialistica. Non contiene descrizioni di comportamenti, pesi o misure, per ragioni di sicurezza. Se riguarda te o una persona vicina, rivolgiti al medico di base o a un centro per i disturbi alimentari; Telefono Azzurro 19696, emergenze 112.

Non è una scelta

Il testo originale afferma che l’adolescenza capita mentre il rifiuto del cibo si sceglie. È la formulazione che va corretta per prima.

I disturbi alimentari sono disturbi psichiatrici con basi biologiche, psicologiche e sociali, e una componente ereditaria documentata. Non sono un atto di volontà, né un capriccio, né una richiesta di attenzione.

Va detto anche il resto: l’anoressia nervosa ha uno dei tassi di mortalità più alti fra i disturbi mentali, per complicanze mediche e per suicidio.

La descrizione della condizione come una scelta ha una conseguenza pratica: alimenta la convinzione che basti decidere di smettere, e ritarda la richiesta di aiuto. Il ritardo è il fattore che pesa di più sulla prognosi.

Perché non ci si accorge

Il film coglie un elemento reale, e la letteratura clinica lo conferma.

Il funzionamento apparente resta buono: rendimento scolastico elevato, responsabilità, adeguatezza sociale. Sono spesso proprio i tratti che rendono la difficoltà invisibile.

Si aggiunge l’egosintonia: nelle fasi iniziali il comportamento non è vissuto come un problema ma come un successo, il che riduce la disponibilità a parlarne.

E si aggiunge un errore diffuso: l’idea che il disturbo sia riconoscibile dall’aspetto. La maggior parte delle persone con un disturbo alimentare non ha un peso che appaia anomalo, e attendere un segno visibile significa attendere troppo.

Va corretta anche la rappresentazione tipica: i disturbi alimentari riguardano tutte le età, tutti i generi e tutte le corporature. Ragazzi e uomini sono sistematicamente sottodiagnosticati.

Cosa osservare, e come parlarne

I segnali più utili riguardano i comportamenti e i pensieri, non l’aspetto.

  • Preoccupazione crescente per alimentazione, forma o peso, che occupa spazio mentale.
  • Regole alimentari sempre più rigide, e disagio quando non possono essere seguite.
  • Ritiro dalle occasioni sociali che coinvolgono il cibo.
  • Autovalutazione che dipende in modo predominante dal corpo.
  • Cambiamenti dell’umore, irritabilità, difficoltà di concentrazione.

Su come affrontarlo, le indicazioni cliniche sono abbastanza precise.

Parlare di preoccupazione per la persona: non del peso, non del cibo. Evitare commenti sull’aspetto, inclusi quelli in apparenza positivi, perché confermano che il corpo è oggetto di valutazione. Non trasformare i pasti in un terreno di controllo. Aspettarsi che la prima risposta sia una negazione, e non considerarla un fallimento. Insistere con calma, e coinvolgere il medico.

Va detto anche ai genitori: le famiglie non causano i disturbi alimentari. È un’idea superata che ha prodotto molta colpevolizzazione inutile, e le linee guida attuali considerano la famiglia una risorsa del trattamento, non la sua origine.

Il trattamento

Un’informazione che vale più di molte considerazioni: questi disturbi si curano, e una parte consistente delle persone guarisce.

Negli adolescenti l’approccio con le evidenze migliori è il trattamento familiare, che coinvolge attivamente i genitori nel percorso; per gli adulti esistono terapie specifiche con supporto empirico.

Il fattore prognostico più importante è il tempo: intervenire precocemente migliora sensibilmente gli esiti.

Un’ultima avvertenza sul modo di raccontare questi disturbi, valida anche per i film: le rappresentazioni che indugiano su corpi, numeri e comportamenti possono avere un effetto imitativo. Le raccomandazioni internazionali chiedono di parlarne senza descrivere il come.

Domande frequenti

L’anoressia e una scelta?

No: e un disturbo psichiatrico con componenti biologiche, psicologiche e sociali e una ereditarieta documentata. Descriverlo come scelta ritarda la richiesta di aiuto.

Si riconosce dall’aspetto?

Nella maggior parte dei casi no. Attendere un segnale visibile significa attendere troppo: contano i comportamenti e i pensieri, non la corporatura.

Come si parla a una persona che ne soffre?

Esprimendo preoccupazione per lei e non per il peso o il cibo, evitando commenti sull’aspetto anche positivi, e mettendo in conto una prima negazione senza rinunciare.

La colpa e della famiglia?

No, e un’idea superata. Le linee guida considerano la famiglia una risorsa del trattamento, e negli adolescenti l’approccio con le evidenze migliori coinvolge attivamente i genitori.

I disturbi alimentari non sono una scelta ma disturbi psichiatrici gravi, fra i piu letali in ambito mentale. Restano invisibili perche il funzionamento apparente resta buono e perche ci si aspetta un segno fisico che nella maggior parte dei casi non c’e. Cio che conta osservare sono comportamenti e pensieri, e cio che aiuta e parlare della persona, non del peso. Le famiglie non causano il disturbo e nel trattamento sono una risorsa. E il fattore prognostico decisivo e il tempo.
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