Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

L’Empatia nella Relazione di Counseling

L’empatia è al cuore di ogni relazione di aiuto. Ma cos’è davvero? Non un semplice sentimento spontaneo, bensì un’arte che si può apprendere e affinare: la capacità di stare con l’altro in un ascolto autentico, sincero e profondo. Nel counseling, è proprio questa presenza empatica a rendere l’incontro un’occasione unica di crescita e cambiamento. L’empatia […]

Psicolab — L’Empatia nella Relazione di Counseling
L’empatia è al cuore di ogni relazione di aiuto. Ma cos’è davvero? Non un semplice sentimento spontaneo, bensì un’arte che si può apprendere e affinare: la capacità di stare con l’altro in un ascolto autentico, sincero e profondo. Nel counseling, è proprio questa presenza empatica a rendere l’incontro un’occasione unica di crescita e cambiamento.

L’empatia come arte che si apprende

Contrariamente a quanto si crede spesso, l’empatia non è solo un dono innato, ma anche una abilità che si può coltivare. “Sentire l’altro” coinvolge il corpo, le emozioni, le conoscenze e la volontà: esiste, in altre parole, una vera e propria pratica dell’empatia. Conoscerla significa, come è stato osservato, sottrarre alla casualità i molti modi in cui viviamo le relazioni.

Anche le neuroscienze offrono spunti interessanti: secondo alcune ricerche saremmo biologicamente predisposti a partecipare alle emozioni altrui, grazie ai cosiddetti neuroni specchio. Al di là delle spiegazioni scientifiche e filosofiche, ciò che conta sul piano psicologico e relazionale è la convinzione che l’empatia si possa esercitare e acquisire nel tempo, con cura, pazienza e meticolosità.

Come si affina la capacità di stare con l’altro

È difficile dire con precisione come si progredisca nell’apprendimento di questa qualità. Sono le tante vite che ci vengono raccontate, con il loro carico di sofferenza e di leggerezza, a formarci; a volte basta un solo incontro per accorgersi di quanto la capacità di stare con l’altro si sia affinata.

A un certo punto del percorso, arriva un’intuizione: ogni vita merita un romanzo. Nessuno può fare a meno di essere interessante. Anche l’esistenza apparentemente più scialba è densa di fascino, e solo quando ci si lascia “sedurre” dalla storia dell’altro si riesce, con naturalezza, a stargli vicino e a condividere, senza però cadere nel rischio della confluenza, cioè della perdita dei propri confini nel rapporto con l’altro.

Ascoltare con il cuore

Quanto questa capacità sia percepita dal cliente è facile da intuire: le sedute diventano più fluide, la persona più rilassata, e con lei anche il counselor. La fiducia non ha bisogno di grandi dichiarazioni: la si legge nella qualità e nella quantità del dire, nella profondità dei silenzi e in una piacevole, preziosa complicità.

Solo se il counselor ascolta “con il cuore”, il cliente si sente accolto, accettato, non giudicato, e fa proprio il messaggio implicito “vai bene così”, che è la base di ogni reale cambiamento. Un ascolto autentico crea uno spazio protetto in cui la persona può permettersi di essere ciò che è, e in cui può riconoscere e dare voce, forse per la prima volta, alle parti ancora inesplorate di sé.

Cosa il counselor non dovrebbe fare

Soprattutto nei primi incontri, per avviare un processo autentico è fondamentale creare un clima di reciprocità e affidamento. Le tecniche apprese possono essere di grande aiuto, ma altrettanto utile è la lista di ciò che il counselor non dovrebbe fare:

  • insistere con le domande;
  • interpretare o indagare a tutti i costi;
  • valutare e fornire giudizi;
  • frapporsi o sovrapporsi al racconto dell’altro;
  • eccedere nei consigli, negli avvertimenti o nelle facili consolazioni.

In sintesi, si tratta di non farsi prendere dall’ansia di prestazione e di restare il più possibile in sintonia con l’altro. È spesso nel “non fare” (nel trattenersi, nell’attendere, nel rispettare i silenzi) che l’ascolto diventa davvero efficace.

La forza di un ascolto sincero

Che l’ascolto autentico abbia un valore che va oltre le parole lo suggeriscono alcuni episodi emblematici. Si racconta, per esempio, di una persona straniera che, dopo una seduta molto partecipata condotta in una lingua sconosciuta al terapeuta, dichiarò di averne tratto grande giovamento. O si pensi a certe storie, anche cinematografiche, in cui un ascolto sincero produce effetti benefici persino al di là del contesto formale. Sono racconti paradossali, certo, ma che dicono molto sulla qualità di un ascolto vero.

Chi ha vissuto un percorso di counseling, magari nel ruolo di cliente, spesso ricorda soprattutto i silenzi (silenzi d’attesa) e quell’intimità del dire e del non dire. Dopo un buon percorso, resta la piacevolezza di un incontro unico e profondo, di cui la persona conserva intatto il valore.

Un’esperienza che si moltiplica

Questo non significa necessariamente che il cliente vorrà a sua volta diventare counselor (anche se a volte accade), ma che diventerà più attento ai rapporti con gli altri, alle sfumature, alla propria capacità di “esserci” nella relazione. L’esperienza di uno scambio autentico, una volta vissuta, tende a moltiplicarsi.

Ed è forse questo il senso più profondo del lavoro empatico: se il counselor ha lavorato con sapienza e vera empatia, il suo percorso di crescita può diventare occasione di crescita per molte altre persone. L’empatia, coltivata come un’arte, non arricchisce solo la relazione di aiuto, ma si diffonde, un incontro dopo l’altro, migliorando il modo in cui ci relazioniamo gli uni agli altri.

Domande frequenti

L’empatia è innata o si può apprendere?

Entrambe le cose. Pur essendo favorita da una predisposizione biologica, l’empatia è anche un’abilità che si può coltivare e affinare nel tempo, con cura, pazienza e pratica. Coinvolge corpo, emozioni, conoscenze e volontà.

Cos’è la “confluenza” da evitare nel counseling?

È il rischio di perdere i propri confini nel rapporto con l’altro, immedesimandosi al punto da confondersi con lui. L’empatia autentica permette di stare vicino alla persona e condividere il suo vissuto senza cadere in questa fusione.

Cosa significa “ascoltare con il cuore”?

Significa offrire un ascolto autentico e non giudicante, che fa sentire la persona accolta e accettata. Crea uno spazio protetto in cui il cliente può essere se stesso e dare voce alle parti inesplorate di sé, base di ogni reale cambiamento.

Cosa non dovrebbe fare un buon counselor?

Non dovrebbe insistere con le domande, interpretare, giudicare, sovrapporsi al racconto o eccedere in consigli e consolazioni. In sintesi, non farsi prendere dall’ansia di prestazione e restare in sintonia con l’altro, valorizzando anche i silenzi.

L’empatia è il cuore della relazione di counseling: non un semplice sentimento spontaneo, ma un’arte che si può apprendere e affinare. Coinvolge corpo, emozioni e volontà, ed è favorita anche da una predisposizione biologica. Affinare l’empatia significa lasciarsi “sedurre” dalla storia dell’altro, riconoscendo che ogni vita merita un romanzo, senza però perdere i propri confini. Un ascolto autentico e non giudicante crea uno spazio protetto in cui la persona può essere se stessa e cambiare. Spesso è nel “non fare” (trattenersi, attendere, rispettare i silenzi) che l’ascolto diventa efficace. E l’esperienza di uno scambio autentico tende a moltiplicarsi, migliorando il nostro modo di relazionarci agli altri.
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