Un rapporto antico che ha cambiato funzione
Il cavallo affianca l’essere umano da molti secoli, considerato per gran parte di questa storia soprattutto come risorsa: mezzo di sopravvivenza, di lavoro, di trasporto. Saper cavalcare era determinante in guerra, ma anche parte dell’educazione dei giovani delle famiglie aristocratiche.
Con il tempo l’utilizzo si è trasformato. L’equitazione è diventata pratica sportiva e ludico-ricreativa, non solo finalizzata alla competizione ma anche al piacere in sé: al punto da essere descritta come «l’arte di condividere il piacere di una danza fra diversi», una simbiosi armonica tra due corpi.
E si è aperta una terza direzione: quella della cura e della riabilitazione.
Che cos’è l’ippoterapia
Il termine deriva dal greco hippos (cavallo) e therapeia (cura). Indica un insieme di tecniche che impiegano il cavallo per migliorare lo stato di salute di persone con disabilità di natura diversa: fisica, motoria, cognitiva, psichica.
È un ambito riconosciuto, con protocolli propri e figure professionali dedicate. La tesi dell’articolo è però che le potenzialità di questo rapporto non siano ancora pienamente esplorate.
Un’area poco coperta
In particolare, il cavallo viene poco impiegato per una fascia di difficoltà che non rientra tra le condizioni gravi, ma che è molto diffusa e incide sensibilmente sul benessere quotidiano:
- scarsa conoscenza di sé e del proprio corpo;
- ridotta consapevolezza del mondo esterno;
- difficoltà a riconoscere le emozioni, proprie e altrui;
- scarsa sensibilità percettiva;
- difficoltà nel gestire emozioni e reazioni.
Sono difficoltà che raramente arrivano a una richiesta di aiuto formale, ma che rendono complicato affrontare anche le situazioni ordinarie.
Due sistemi che devono dialogare
Il riferimento teorico è la distinzione, ampiamente diffusa nella divulgazione neuroscientifica, tra due modalità di funzionamento.
Una componente cognitiva: razionale, cosciente, rivolta verso l’esterno, deputata a elaborare le informazioni e a valutare i comportamenti più appropriati.
Una componente emotiva: largamente automatica, orientata in primo luogo alla sopravvivenza e strettamente connessa al corpo. Ha una struttura più antica e meno articolata, ma si rivela più rapida, caratteristica essenziale quando la velocità conta più della precisione.
Va precisato che si tratta di una semplificazione divulgativa: i due sistemi non sono aree separate ma modalità di elaborazione fortemente intrecciate.
Il punto sostanziale resta però valido: quando le due componenti si integrano (la prima nell’individuare ciò che desideriamo, la seconda nel farci avanzare in quella direzione nel modo più efficace) si sperimenta un’armonia interiore che è condizione di un benessere duraturo. Al contrario, la tendenza a soffocare sistematicamente le emozioni può avere conseguenze rilevanti sulla salute.
L’intelligenza emotiva
A questa dimensione è legato il concetto di intelligenza emotiva, articolata classicamente in quattro attitudini:
- identificare il proprio stato emotivo e quello altrui;
- conoscere il normale sviluppo delle emozioni;
- ragionare sulle proprie emozioni e su quelle degli altri;
- gestire le proprie emozioni e quelle di chi ci circonda.
Diversi studi collegano il livello di queste competenze alla conoscenza di sé, alla capacità di cooperare e alla gestione dei conflitti. È da qui che nasce l’osservazione più citata in questo campo: ciò che determina la riuscita relazionale e sociale di una persona non è tanto la potenza dell’intelletto, quanto questo insieme di capacità emotive.
Perché proprio il cavallo
Il rapporto con il cavallo implica un coinvolgimento forte, fisico ed emozionale insieme. E richiede tre cose che coincidono esattamente con gli obiettivi di un percorso di consapevolezza.
Primo: una elevata sensibilità e una certa acutezza per decifrare i moltissimi messaggi non verbali che l’animale invia di continuo. Non essendoci parole, l’unico canale disponibile è quello corporeo, ed è un canale che richiede attenzione reale per essere letto.
Secondo: una forte consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. Il cavallo, animale altamente reattivo, risponde allo stato interno di chi gli sta accanto, il che rende immediatamente visibile ciò che si sta provando, anche quando non se ne è consapevoli.
Terzo: una buona conoscenza del proprio corpo, perché la comunicazione passa da postura, equilibrio, tensione muscolare.
Il valore di questo contesto sta dunque nella qualità del feedback: immediato, non giudicante, non negoziabile. Non c’è modo di fingere calma se non si è calmi.
Competenze che valgono ovunque
L’obiettivo di un lavoro impostato in questo modo è affinare le capacità percettive e la sensibilità, imparando a conoscere sé stessi, le proprie emozioni e il proprio corpo.
E queste caratteristiche non servono soltanto per un avvicinamento corretto al mondo dell’equitazione: sono presupposto di una migliore capacità di stare in relazione con gli altri, in tutte le sfere della vita quotidiana.
Domande frequenti
Cos’è l’ippoterapia?
Un insieme di tecniche che impiegano il cavallo per migliorare lo stato di salute di persone con disabilità fisiche, motorie, cognitive o psichiche. Il termine deriva dal greco hippos, cavallo, e therapeia, cura.
Perché il cavallo è utile per la consapevolezza di sé?
Perché richiede di leggere segnali esclusivamente non verbali e reagisce allo stato interno di chi gli sta accanto. Il feedback che restituisce è immediato e non negoziabile: rende visibile ciò che si prova anche quando non se ne è consapevoli.
Cosa si intende per intelligenza emotiva?
L’insieme di quattro attitudini: identificare gli stati emotivi propri e altrui, conoscere il normale sviluppo delle emozioni, ragionare su di esse e saperle gestire. È collegata alla conoscenza di sé, alla cooperazione e alla gestione dei conflitti.
Serve essere esperti di equitazione?
No: il lavoro sulla consapevolezza passa in larga parte dal contatto e dalla relazione a terra, non solo dalla monta. In ogni caso i percorsi vanno condotti da professionisti qualificati, in contesti adeguati.