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Il Genere Gangsteristico nel Cinema Americano

Il cinema di gangster nasce alla fine degli anni Venti, insieme al sonoro, e prende di petto temi allora bruciantemente attuali. Ma dietro le sparatorie c’è qualcosa di più interessante: la messa in scena di chi sta dentro la società e chi ne resta fuori, e l’idea, inquietante, che l’unica esistenza eroica possibile fosse ai […]

Psicolab — Il Genere Gangsteristico nel Cinema Americano
Il cinema di gangster nasce alla fine degli anni Venti, insieme al sonoro, e prende di petto temi allora bruciantemente attuali. Ma dietro le sparatorie c’è qualcosa di più interessante: la messa in scena di chi sta dentro la società e chi ne resta fuori, e l’idea, inquietante, che l’unica esistenza eroica possibile fosse ai margini.

Cos’è un genere cinematografico

Come in ogni altra forma d’arte, il genere è una categoria empirica: serve a nominare, distinguere e classificare opere sulla base di somiglianze e temi ricorrenti.

Ma non si riduce all’ambito tematico. Un genere è caratterizzato anche da precisi presupposti storico-culturali e da un complesso di norme strutturali a cui i registi si adeguano, pur mantenendo libertà di adattamento e innovazione.

C’è poi una ragione pratica. Poiché un film si rivolge a una collettività attraverso codici visivi e sonori, ogni regista deve trovare un sistema di riferimenti che agevoli la comprensione del messaggio sul piano sia semantico sia concettuale. Il genere funziona esattamente così: fornisce allo spettatore aspettative già formate, che il film può soddisfare o deliberatamente disattendere.

Ricondurre un film a un genere significa dunque attribuirgli un’identità: un insieme di tratti che si trasmettono quasi per generazione spontanea alle opere successive.

Le origini del genere gangsteristico

Il genere affonda le radici alla fine degli anni Venti, in concomitanza con l’affermazione del film sonoro. Non è una coincidenza: il suono permetteva finalmente di rendere dialoghi rapidi, spari, ambienti urbani.

I temi affrontati erano scottanti e attualissimi: il proibizionismo, la criminalità organizzata nelle grandi città, la crisi economica del 1929.

Due film dei primi anni Trenta sono comunemente indicati come modelli fondativi, e costituiscono la fonte a cui hanno attinto registi e sceneggiatori successivi nel ricostruire le vicende della criminalità organizzata tra gli emigrati italiani negli Stati Uniti.

Perché quei film sono considerati modelli

La ragione indicata è la loro unità interna: una sceneggiatura incalzante e rigorosamente coerente.

L’ambizione dei registi era mettere a fuoco il mondo criminale e la particolare personalità dei suoi protagonisti, comunicando con immediatezza realistica i dettagli dell’ambiente.

Sul piano narrativo, le storie hanno uno svolgimento lineare, nel rispetto delle categorie tradizionali di spazio e tempo: nessun flashback, nessuna distorsione temporale, fedeltà alla successione dei fatti. La vicenda del protagonista ha un inizio, una parte centrale e una fine, con il crescere e il decrescere della tensione fino allo scioglimento.

Con il tempo il genere si evolve: tecnica ed effetti diventano più sofisticati, e gli intrecci più complessi, con colpi di scena che aprono sviluppi imprevisti.

Un finale obbligato

L’obiettivo di quei primi film è mostrare un personaggio spregiudicato che agisce contro la legge e prepara ineluttabilmente la propria fine tragica.

Il punto critico è che a quell’operato e a quella morte violenta non vengono attribuiti veri valori etici: qualche inquadratura descrittiva o qualche battuta assumono una funzione moralistica del tutto convenzionale.

È una struttura narrativa che merita attenzione, perché è ambivalente. Formalmente il male viene punito: condizione necessaria perché quei film potessero essere realizzati e distribuiti. Sostanzialmente, però, la punizione arriva alla fine di un percorso in cui il protagonista è stato reso affascinante. Il genere, in altre parole, condanna dichiaratamente ciò che rende attraente.

Nonostante questo (o forse anche per questo) quei film restano vivi, e vi si riconosce ancora oggi l’esaltazione di un’umanità istintiva.

Il contesto storico

Le trame vanno lette in rapporto al momento in cui furono realizzate. Colgono una società americana in fermento per il rapido sviluppo industriale, animata dal mito della libera impresa e insofferente a ogni controllo statale sulle attività economiche.

Sono gli stessi anni in cui, mescolando spunti idealistici a motivi utilitari, una parte della cultura americana conduceva battaglie contraddittorie: contro la corruzione pubblica e privata, ma anche contro la libertà degli scambi e contro numerose minoranze (religiose, etniche, politiche) e contro gli immigrati.

L’intolleranza, la xenofobia e l’ostilità di classe si manifestarono anche in clamorosi processi, tra cui quello che nel 1927 portò all’esecuzione di due immigrati italiani, Sacco e Vanzetti, in una vicenda giudiziaria da allora oggetto di critiche severe.

Tenere insieme questi elementi è essenziale: il genere gangsteristico rappresenta una minoranza immigrata in un momento in cui quella minoranza era bersaglio di ostilità diffusa. È un’ambiguità che il genere non ha mai completamente risolto.

Dentro e fuori la società

Il tema strutturale che emerge da quelle sequenze è la contrapposizione tra chi sta dentro la società e chi vive ai margini: tra la società e i suoi esclusi.

E la tesi implicita, secondo l’autore, è particolarmente significativa: nella società americana rappresentata da quei film un’esistenza eroica sembrava possibile solo nel mondo sommerso della criminalità organizzata.

È un’affermazione che dice più sul contesto che sui protagonisti. Suggerisce una società in cui i canali riconosciuti di ascesa erano percepiti come chiusi per interi gruppi sociali, e in cui l’illegalità appariva l’unica strada di affermazione disponibile.

Un limite e un merito

La valutazione conclusiva è equilibrata.

Il limite: il linguaggio cinematografico, pur avendo acquisito autonomia e valore documentario, resta privo di reale spessore concettuale, compiaciuto dell’efficacia delle immagini ma incapace di contestualizzare i contenuti culturali che pure mette in scena.

Il merito: accentuando gli aspetti umani e psicologici, quei film hanno fatto uscire dall’anonimato una figura che ha assunto un ruolo definito e riconoscibile nell’immaginario collettivo.

Ed è precisamente questa la ragione per cui il genere merita di essere studiato: non per ciò che racconta della criminalità, ma per ciò che rivela di una società e delle storie che sceglieva di raccontarsi.

Domande frequenti

Perché il genere gangsteristico nasce con il sonoro?

Perché il suono permetteva di rendere dialoghi rapidi, spari e ambienti urbani: elementi centrali di quel tipo di racconto. Il genere si afferma alla fine degli anni Venti, affrontando temi allora attualissimi come il proibizionismo e la crisi del 1929.

Come sono strutturate narrativamente queste storie?

In modo lineare, nel rispetto di spazio e tempo tradizionali: nessun flashback, fedeltà alla successione dei fatti, con la vicenda del protagonista articolata in inizio, sviluppo e conclusione tragica.

In cosa consiste l’ambiguità del genere?

Nel fatto che la punizione finale del protagonista arriva al termine di un percorso in cui è stato reso affascinante: il genere condanna formalmente ciò che rende attraente, e la funzione moralistica resta convenzionale.

Perché il contesto storico è rilevante?

Perché il genere rappresenta una minoranza immigrata in anni segnati da xenofobia e ostilità diffusa verso più gruppi sociali. La tesi implicita (che un’esistenza eroica fosse possibile solo ai margini) dice molto su quanto i canali riconosciuti di ascesa fossero percepiti come chiusi.

Il genere gangsteristico nasce alla fine degli anni Venti con il sonoro, affrontando proibizionismo e crisi economica. I modelli fondativi dei primi anni Trenta si distinguono per unità narrativa e struttura lineare, con la vicenda del protagonista che porta ineluttabilmente a una fine tragica. Il genere è però ambivalente: condanna formalmente ciò che ha reso affascinante, con una moralità solo convenzionale. Va letto nel contesto di una società attraversata da xenofobia e ostilità verso le minoranze, la stessa che i film rappresentano. Il tema strutturale è la contrapposizione tra chi sta dentro la società e chi ne è escluso, con la tesi implicita che un’esistenza eroica fosse possibile solo ai margini.
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