Una violenza travestita da normalità
Accanto alla violenza esplicita che leggiamo ogni giorno nelle cronache esiste una forma più subdola, che circola attraverso i mezzi di comunicazione con l’aspetto della normalità.
Consiste in due operazioni distinte:
- ritenere normale ciò che non lo è, per effetto della ripetizione;
- considerare un singolo evento come caratteristica di un’intera categoria.
Il secondo meccanismo è quello più insidioso. Da episodi reali si ricavano affermazioni generali: che un’intera professione sia corrotta, che un tipo di istituzione sia per definizione pericolosa, che una categoria di persone si comporti in un certo modo.
È un errore logico elementare: la generalizzazione indebita, ma diventa quasi invisibile quando ad applicarlo è la ripetizione mediatica anziché una singola affermazione.
Perché funziona
Il meccanismo si spiega con il modo in cui costruiamo le nostre stime di frequenza.
Tendiamo a giudicare quanto un fenomeno sia diffuso in base alla facilità con cui ci vengono in mente esempi. E ciò che i media raccontano ripetutamente è esattamente ciò che ci viene in mente più facilmente.
Ne consegue che eventi rari ma molto raccontati appaiono frequenti, mentre eventi frequenti ma poco raccontati appaiono eccezionali. Non serve alcuna intenzione di distorcere: basta il criterio di selezione delle notizie.
Il ruolo del gusto per l’eccesso
C’è però anche una componente di domanda. La realtà non coincide affatto con la sua parte negativa, ma il gioco mediatico è alimentato tanto dalla ricerca di ascolti quanto dal gusto per l’eccesso di chi guarda.
Il caso più discusso è quello dei programmi di osservazione della vita quotidiana, in cui la costruzione della situazione produce una realtà artificiale presentata come autentica: con una distorsione che chi guarda tende a dimenticare.
È una responsabilità condivisa: quei prodotti esistono perché vengono visti, e vengono prodotti in quantità proporzionale al successo che ottengono.
Un episodio come indicatore
L’autore riporta un caso locale: bambini esclusi dal servizio mensa perché le famiglie non avevano versato la quota dovuta.
Al di là della correttezza amministrativa del provvedimento, la domanda posta è di altra natura: quale idea di solidarietà si formeranno quei bambini una volta adulti?
Si può obiettare che si tratti di un episodio isolato, determinato da circostanze specifiche. Ma gli episodi isolati, quando segnalano un vuoto di riferimenti condivisi, lasciano un senso di smarrimento: soprattutto se accostati alle risorse che la stessa società destina all’intrattenimento.
Vale la pena notare l’esito: una donazione anonima permise di risolvere la situazione. È l’applicazione concreta del principio attribuito a Gandhi, essere il cambiamento che si vorrebbe vedere.
Perché il cambiamento è difficile
Indurre una persona al cambiamento è già un’operazione complessa: chiama in causa norme etiche, competenze professionali ed empatiche, valori condivisi.
Il cambiamento di una comunità lo è ancora di più, perché richiede scelte politiche e sociali che toccano interessi consolidati.
È un’osservazione realistica, che spiega perché le denunce restino spesso senza effetto: individuare un problema è la parte facile.
L’abitudine si forma presto
La parte finale del ragionamento è la più concreta e riguarda la formazione delle abitudini di consumo.
Il rapporto con lo schermo comincia nell’infanzia, quando si affida a un programma il compito di intrattenere un bambino nei momenti in cui gli adulti non sono disponibili.
Da lì l’abitudine si struttura, fino al punto (che l’autore segnala come indicatore) in cui gli orari dei pasti vengono organizzati intorno alla programmazione televisiva, e lo schermo entra anche negli spazi di convivialità.
L’osservazione più tagliente riguarda la funzione che quello schermo può assumere: alleviare il senso di colpa per un’assenza. Se il tempo condiviso viene occupato da un contenuto, la mancanza di tempo condiviso diventa meno evidente.
È un’affermazione dura, ed è formulata come riflessione su una tendenza sociale, non come giudizio su singole famiglie. Ma indica un criterio verificabile: la domanda non è quanto schermo, ma che cosa sostituisce.
Cosa se ne può ricavare
Tre indicazioni pratiche emergono da questa critica, indipendentemente dall’adesione al suo tono.
La prima: quando un mezzo di informazione presenta un caso, chiedersi sempre se stia raccontando un fatto o suggerendo una regola.
La seconda: ricordare che la percezione di frequenza è distorta dalla copertura, non dai dati.
La terza: verificare, nei propri consumi, cosa il tempo davanti a uno schermo stia effettivamente sostituendo, perché è lì, più che nella qualità dei contenuti, che si misura il costo reale.
Domande frequenti
Cos’è la “generalizzazione indebita” nei media?
Il passaggio da un episodio reale a un’affermazione su un’intera categoria. È un errore logico elementare che diventa quasi invisibile quando ad applicarlo non è una singola affermazione ma la ripetizione.
Perché i media distorcono la percezione della realtà?
Perché tendiamo a giudicare quanto un fenomeno sia diffuso in base alla facilità con cui ci vengono in mente esempi. Eventi rari ma molto raccontati appaiono frequenti; eventi comuni ma poco raccontati appaiono eccezionali.
La responsabilità è solo di chi produce i contenuti?
No: la produzione è proporzionale al successo. I prodotti più discussi esistono perché vengono visti, e questo rende la responsabilità condivisa tra chi produce e chi guarda.
Qual è il criterio per valutare il tempo davanti allo schermo?
Non tanto la quantità quanto ciò che quel tempo sostituisce. È lì, più che nella qualità dei singoli contenuti, che si misura il costo reale: soprattutto quando riguarda momenti di convivialità familiare.