Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Dalla Crisi Strutturale allo Sviluppo

L’idea che oltre una certa soglia il consumo smetta di produrre benessere non è uno slogan: è una delle questioni più studiate degli ultimi cinquant’anni. E la risposta che ne è emersa è più articolata di entrambe le posizioni con cui viene di solito riassunta. Questa pagina rielabora un intervento di opinione del gennaio 2012 […]

Psicolab — Dalla Crisi Strutturale allo Sviluppo
L’idea che oltre una certa soglia il consumo smetta di produrre benessere non è uno slogan: è una delle questioni più studiate degli ultimi cinquant’anni. E la risposta che ne è emersa è più articolata di entrambe le posizioni con cui viene di solito riassunta.
Questa pagina rielabora un intervento di opinione del gennaio 2012 sulle politiche economiche di quel periodo. I riferimenti al contesto politico dell’epoca sono superati e non vengono ripresi: quanto segue tratta il rapporto fra reddito, consumo e benessere sul piano psicologico, senza posizioni di parte.

Reddito e benessere

La domanda di partenza è se avere di più renda più soddisfatti. La risposta consolidata è: sì, ma non linearmente.

Il reddito è associato positivamente alla soddisfazione di vita, in modo robusto e in tutti i paesi studiati. Chi sostiene che il denaro non abbia effetto contraddice i dati.

Ma la relazione è logaritmica: lo stesso aumento assoluto produce un beneficio molto maggiore a redditi bassi che a redditi alti. Raddoppiare un reddito modesto cambia la vita; raddoppiare un reddito alto si nota poco.

Il punto più rilevante per le politiche pubbliche deriva da qui: a parità di risorse complessive, la loro distribuzione cambia il benessere aggregato.

Il paradosso della crescita

Il dato che ha aperto il campo è che, nei paesi ricchi, decenni di crescita del reddito medio non hanno prodotto un aumento proporzionale della soddisfazione dichiarata.

Le spiegazioni principali sono due, entrambe documentate.

La prima è l’adattamento: ci si abitua a un miglioramento e la percezione torna vicino al livello precedente.

La seconda è il confronto sociale: la soddisfazione dipende dal reddito relativo più che da quello assoluto. Se tutti migliorano insieme, la posizione di ciascuno resta invariata.

Ne segue una conseguenza sgradevole: parte della crescita si consuma in una corsa in cui nessuno guadagna posizione.

A cosa non ci si abitua

È l’aspetto più utile della ricerca sull’adattamento, perché consente indicazioni concrete.

  • Il rumore cronico: l’adattamento è minimo o assente.
  • Il tempo di spostamento quotidiano: è tra i fattori con il peggior rapporto fra costo soggettivo e riconoscimento. Le persone lo sottovalutano sistematicamente quando scelgono dove abitare o lavorare.
  • L’insicurezza economica e lavorativa: incide più della disponibilità media di reddito, perché è l’imprevedibilità a pesare.
  • La solitudine e la scarsità di rapporti significativi.

Ci si adatta invece piuttosto bene a un’automobile migliore, a una casa più grande, a un oggetto desiderato.

Questa asimmetria (adattamento rapido ai beni, lento alle condizioni) è la base empirica più solida delle argomentazioni sul consumo.

Esperienze e cose

Un risultato collegato e verificato più volte: la spesa in esperienze produce soddisfazione più duratura di quella in beni materiali.

Le ragioni identificate sono tre: le esperienze si prestano meno al confronto con quelle altrui, vengono ricordate in modo più favorevole di come sono state vissute, e sono più spesso condivise con altri.

Il consiglio pratico che ne deriva è modesto ma verificato: a parità di spesa, ciò che si fa rende più di ciò che si compra.

I gruppi di acquisto e la scala locale

Il testo originale proponeva il sostegno alle forme di acquisto collettivo e alle filiere corte. Al di là delle valutazioni economiche, che esulano da qui, c’è un aspetto psicologico documentato.

Gli acquisti effettuati in contesti relazionali producono maggiore soddisfazione a parità di bene acquistato, perché aggiungono una componente di appartenenza che l’acquisto anonimo non ha.

E le norme di gruppo influenzano il comportamento di consumo molto più delle informazioni: sapere cosa fanno le persone attorno a sé incide più di sapere cosa sarebbe giusto fare.

Vale anche l’avvertenza opposta: i contesti fortemente identitari producono conformità e rendono difficile il dissenso interno. È il rovescio dello stesso meccanismo.

Sulla previsione del cambiamento

Il testo si chiude prevedendo che entro l’anno le persone si sarebbero destate e avrebbero agito. Non è andata così, e la ragione è interessante.

La consapevolezza di una situazione ingiusta non produce automaticamente azione. Interviene un meccanismo documentato (la tendenza a giustificare l’assetto esistente) che è tanto più forte quanto più la situazione appare immodificabile: se non si può cambiare qualcosa, percepirla come intollerabile è insostenibile, e conviene percepirla come accettabile.

Ne segue un’indicazione che vale ben oltre l’economia: l’azione collettiva non nasce dalla gravità del problema ma dalla percezione che qualcosa si possa fare, e che altri lo faranno.

Le previsioni di risveglio imminente ricorrono in ogni crisi. Che siano ricorrenti è di per sé un dato.

Domande frequenti

Il denaro rende più soddisfatti?

Sì, ma non in modo lineare: lo stesso aumento produce molto più beneficio a redditi bassi che a redditi alti. Per questo, a parità di risorse, la distribuzione cambia il benessere complessivo.

Perché la crescita non ha aumentato la soddisfazione?

Per due meccanismi: l’adattamento, che riporta la percezione vicino al livello precedente, e il confronto sociale, per cui conta la posizione relativa. Se migliorano tutti insieme, nessuno guadagna posizione.

A cosa non ci si abitua?

Al rumore cronico, al tempo di spostamento quotidiano, all’insicurezza economica e alla solitudine. Ci si adatta invece rapidamente ai beni materiali desiderati.

Perché la consapevolezza non basta a produrre cambiamento?

Perché tendiamo a giustificare l’assetto esistente, tanto più quanto più appare immodificabile. L’azione collettiva nasce dalla percezione che qualcosa si possa fare e che altri lo faranno.

Il reddito aumenta la soddisfazione, ma logaritmicamente: lo stesso importo pesa molto di più in basso che in alto. La crescita non si traduce in benessere proporzionale per due ragioni, ci si adatta, e conta la posizione relativa. Il dato più utile è però l’asimmetria dell’adattamento: ci si abitua in fretta ai beni, molto poco al rumore, ai tempi di spostamento, all’insicurezza e alla solitudine. E la consapevolezza di un’ingiustizia non produce da sola azione: tendiamo a giustificare ciò che appare immodificabile.
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