Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Creatività in Azienda

Quando gli asset di un’impresa erano miniere e macchinari, gli azionisti li possedevano davvero. Quando l’asset decisivo è ciò che le persone hanno in testa, la proprietà smette di esistere: il massimo che un’azienda può fare è creare un ambiente in cui le persone migliori vogliano restare. È l’osservazione, formulata da Peter Coy nel 2000, […]

Psicolab — La Creatività in Azienda
Quando gli asset di un’impresa erano miniere e macchinari, gli azionisti li possedevano davvero. Quando l’asset decisivo è ciò che le persone hanno in testa, la proprietà smette di esistere: il massimo che un’azienda può fare è creare un ambiente in cui le persone migliori vogliano restare. È l’osservazione, formulata da Peter Coy nel 2000, da cui nasce il discorso sull’economia creativa.

Una previsione diventata descrizione

All’inizio del millennio quella di Coy era un’ipotesi sul futuro. A distanza di anni risulta piuttosto una constatazione.

Il cambiamento veniva ricondotto allo sviluppo del settore ICT, con l’individuazione delle professioni allora emergenti: ingegneri informatici, specialisti di supporto, analisti di sistema, amministratori di database.

Da una prospettiva italiana o europea l’accostamento può sorprendere: la nostra idea di creatività rimanda all’immagine romantica dell’artista e della sua forza creatrice irrazionale, non al profilo tecnico. Ma è un’associazione che restringe il campo più di quanto sia utile.

Le tre creatività di Florida

A chiarire il quadro è Richard Florida, principale teorico dell’economia creativa a partire da L’ascesa della nuova classe creativa (2003).

La sua ricerca partiva da una domanda concreta: perché alcuni centri urbani vivono forti fasi di crescita mentre altri non riescono ad attrarre investimenti?

Ne è derivata la distinzione tra tre forme di creatività:

  • tecnologica, basata sulle invenzioni;
  • economica, basata sulla mentalità imprenditoriale;
  • artistico-culturale, quella tradizionalmente riconosciuta come tale.

La tesi è che nell’era creativa i processi di lavoro (e con essi l’intera economia) si fondino su tutte e tre.

La classe creativa

Florida individua l’ascesa di una nuova classe sociale caratterizzata da individualità, creatività e varietà, capace di generare plusvalore dalla propria attività e di influenzare strutture e valori dell’intera società.

Le due componenti

Il nucleo supercreativo comprende le professioni basate sul problem solving, le cui creazioni sono facilmente riproducibili e hanno molteplici utilizzi: scienziati, ingegneri, ricercatori e innovatori, ma anche artisti, designer, scrittori e musicisti.

I professionisti creativi sono invece avvocati, medici e professionisti dei settori dell’educazione, del business e della finanza: le tipiche professioni della conoscenza, fondate sull’applicazione di competenze specifiche.

La distinzione è netta e ha senso: nel primo caso si produce qualcosa di riutilizzabile, nel secondo si applica un sapere a un caso particolare.

Le altre due classi

La classe lavoratrice vede anch’essa un cambiamento, espresso dall’idea di fabbrica creativa: operai chiamati non solo a eseguire compiti meccanici ma a contribuire attivamente allo sviluppo e al miglioramento del lavoro.

La classe dei servizi (ristorazione, turismo, trasporti, pulizie e attività terziarie) cresce in sintonia con quella creativa, adeguandosi a esigenze prodotte dallo stile di vita di quest’ultima: viaggi frequenti, tempo ridotto per le incombenze domestiche.

Qui va segnalata l’obiezione più diffusa al modello, ed è seria: descrivere una classe che si organizza attorno ai bisogni di un’altra significa registrare una dipendenza asimmetrica, e la vitalità economica che ne deriva può convivere con un aumento delle disuguaglianze e con la difficoltà di restare in città diventate care.

Dalla macro alla microprospettiva

Il testo riconosce che l’approccio di Florida (il più noto e insieme il più criticato) offre un buon quadro contestuale, ma che per agire occorre scendere di scala.

Il riferimento indicato è Londra, prima città europea ad aver avviato studi e politiche per le industrie creative, definite come quelle che hanno origine nella creatività, nell’abilità e nel talento individuali, e che possono generare ricchezza e occupazione attraverso lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

I settori inclusi: pubblicità, architettura, arte e antiquariato, videogiochi, artigianato, design, moda, cinema e video, musica, arti performative, editoria, software, radio e televisione.

Il problema delle definizioni

Confrontando questa classificazione con quelle di Zurigo, Vienna, Stoccolma, Copenaghen, Berlino o dell’Unione Europea emerge una proliferazione di definizioni divergenti: c’è chi unifica moda e design, chi accorpa audiovisivo e televisione, chi esclude l’ICT dai settori creativi.

Non è un dettaglio burocratico: da queste scelte dipendono le statistiche, e quindi la percezione del peso economico del settore.

Senso stretto e senso lato

Utile la distinzione proposta.

L’economia creativa in senso stretto riguarda i processi creativi a monte della catena del valore: le attività soggette a proprietà intellettuale, seguite da un processo di commercializzazione.

L’economia creativa in senso lato comprende le altre fasi (produzione, commercializzazione, diffusione, attività connesse) che valorizzano il contenuto creativo.

La distinzione serve a evitare la deriva del modello di Florida, in cui ogni settore economico finisce per risultare in qualche misura creativo, rendendo la categoria inutilizzabile per le politiche pubbliche.

La posizione italiana

L’Italia si è espressa con il Libro Bianco sulla Creatività (2007), che contrappone due modelli:

  • la creatività per l’innovazione, fondata su società della conoscenza, tecnologie della comunicazione e industrie di contenuto;
  • la creatività per la qualità sociale, riferita alle manifestazioni della cultura e del vivere sociale.

Il documento assegna particolare rilievo alla cultura materiale (l’insieme di beni e servizi con cui l’uomo ha modificato il proprio rapporto con la natura e la società) insieme alle industrie dei contenuti e alla valorizzazione del patrimonio culturale.

All’Italia viene attribuita una posizione di cerniera tra chi punta sulla frontiera tecnologica e chi vuole che il progresso creativo resti ancorato a ragioni etiche e alla qualità estetica e sociale della vita comune.

I numeri

Le tre sfere individuate sono patrimonio storico-artistico, produzione di contenuti ad alto valore simbolico e cultura materiale.

Quest’ultima (insieme a moda, design industriale, artigianato e industria del gusto) rappresentava oltre il 50% del valore dell’intero macrosettore, mentre i settori ICT evidenziavano il ritardo tecnologico del paese.

La conclusione

L’indicazione finale è che non si possa più prosperare affidandosi ad approcci tradizionali fatti di politiche industriali, sovvenzioni e sgravi fiscali, con un’attenzione eccessiva all’impresa e alla produzione.

Servono iniziative capaci di spostare l’orientamento dalla produzione alla creazione, e dalle imprese alle persone.

Con tre elementi indicati come cuore dell’economia creativa: ricerca universitaria, meritocrazia e tolleranza. Ed è quest’ultima la più interessante, l’apertura verso ciò che è diverso non come valore aggiunto, ma come precondizione perché un luogo attragga chi porta idee nuove.

Domande frequenti

Cos’è l’economia creativa?

Un modello economico in cui l’asset principale non sono beni fisici ma le competenze e le idee delle persone. Florida vi distingue tre forme di creatività: tecnologica, economica e artistico-culturale.

Chi compone la classe creativa?

Un nucleo supercreativo (scienziati, ingegneri, ricercatori, artisti, designer) le cui creazioni sono riproducibili e riutilizzabili, e i professionisti creativi, come medici, avvocati e professionisti della conoscenza, che applicano competenze a casi specifici.

Quali critiche vengono mosse al modello di Florida?

Che descrive una classe dei servizi organizzata attorno ai bisogni di quella creativa, cioè una dipendenza asimmetrica, e che la vitalità economica prodotta può convivere con crescenti disuguaglianze e con l’espulsione dei residenti dalle città più attrattive.

Qual è la posizione italiana sul tema?

Il Libro Bianco del 2007 affianca alla creatività per l’innovazione una creatività per la qualità sociale, valorizzando la cultura materiale (moda, design, artigianato, industria del gusto) che rappresentava oltre metà del valore del settore.

Quando l’asset decisivo è ciò che le persone sanno, la proprietà cessa di essere possibile e l’unica leva resta l’ambiente che si costruisce. Su questa premessa Florida distingue tre creatività (tecnologica, economica, artistico-culturale) e individua una classe creativa fatta di un nucleo che produce cose riutilizzabili e di professionisti che applicano sapere a casi specifici. Il modello va però preso con la sua critica: descrive anche una classe dei servizi organizzata attorno ai bisogni dell’altra. Sul piano operativo è utile distinguere l’economia creativa in senso stretto da quella in senso lato, per non rendere la categoria inutilizzabile. E i tre pilastri indicati restano ricerca, merito e tolleranza.
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