Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Chi ha il Telecomando delle tue Emozioni?

«Quando fai così mi fai arrabbiare». Chi è il soggetto di questa frase, e che ruolo ci resta? Se riconosciamo a qualcuno il potere di farci arrabbiare, la nostra condizione emotiva dipende da una sua decisione, e noi non contiamo più. Precisazione necessaria: la parte di questo articolo relativa a «dipendenza biochimica dalle emozioni», peptidi […]

Psicolab — Chi ha il Telecomando delle tue Emozioni?
«Quando fai così mi fai arrabbiare». Chi è il soggetto di questa frase, e che ruolo ci resta? Se riconosciamo a qualcuno il potere di farci arrabbiare, la nostra condizione emotiva dipende da una sua decisione, e noi non contiamo più.
Precisazione necessaria: la parte di questo articolo relativa a «dipendenza biochimica dalle emozioni», peptidi e recettori cellulari riprende affermazioni prive di fondamento scientifico, che segnaliamo puntualmente. Va inoltre chiarito che quanto segue riguarda le reazioni ordinarie e non si applica a situazioni di prevaricazione, violenza o abuso, dove la responsabilità è di chi le agisce. In presenza di sofferenza psicologica persistente il riferimento è uno psicologo abilitato.

La domanda

L’immagine proposta è quella del telecomando: esistono persone a cui attribuiamo il potere di farci provare determinate emozioni, e di cui poi lamentiamo l’uso che ne fanno.

La frase tipica che lo rivela è «quando fai così mi fai arrabbiare».

Il rilievo linguistico è pertinente: in quello schema l’esterno agisce e noi subiamo. E se questa è la rappresentazione che abbiamo della situazione, non esiste modo di sentirci diversamente.

Il meccanismo cognitivo

Qui il testo espone un principio solido e ben documentato.

Ogni situazione viene prima percepita dal sistema sensoriale, poi elaborata sul piano cognitivo, dove acquisisce un significato. Ed è il significato attribuito, non l’evento in sé, a determinare l’emozione.

L’esempio usato è efficace: il pianto di un bambino può essere segnale di dolore oppure fonte di gioia, se si tratta dei primi vagiti di un neonato appena nato. Lo stimolo acustico è lo stesso, la reazione emotiva è opposta.

Questo principio: noto come valutazione cognitiva: è tra i più consolidati della psicologia delle emozioni, ed è alla base degli approcci terapeutici cognitivi.

Cosa comporta

La conseguenza è che tra l’evento e la reazione esiste sempre un passaggio interpretativo, anche quando è così rapido da non essere percepito.

Il testo aggiunge un’osservazione acuta: spesso non ci rendiamo conto di aver stabilito che un certo evento significhi una certa cosa, e talvolta non l’abbiamo nemmeno stabilito noi, avendo accettato con leggerezza la regola di qualcun altro.

Un passaggio da correggere

Il testo prosegue sostenendo che il cervello, tramite l’ipotalamo, produrrebbe specifici peptidi che si legherebbero a recettori cellulari, e che la ripetizione genererebbe una vera e propria dipendenza biochimica da determinate emozioni, spingendo la persona a ricercare situazioni che le producano.

Questa ricostruzione, diffusa attraverso alcuni autori di larga circolazione, non ha fondamento scientifico.

Le emozioni comportano certamente correlati neurochimici, ma non esiste alcun meccanismo documentato per cui le cellule dell’organismo sviluppino una dipendenza da specifiche molecole emotive, né recettori che si moltiplichino per «richiedere» un’emozione.

Cosa c’è invece di vero

Il fenomeno osservato (la tendenza a ripetere situazioni che generano determinate emozioni, anche sgradevoli) è reale. La spiegazione, però, è di ordine psicologico, non biochimico.

Alcuni meccanismi documentati:

  • gli schemi interpretativi consolidati si applicano automaticamente, e producono le stesse reazioni in situazioni analoghe;
  • tendiamo a cercare conferme di ciò che già crediamo, anche quando ci danneggia;
  • una reazione familiare, benché sgradevole, è prevedibile, e la prevedibilità ha un valore.

La correzione non toglie nulla all’utilità dell’osservazione: cambia solo il livello a cui si può intervenire, che è quello dell’interpretazione e non della chimica.

Che cosa significa gestire

Il chiarimento offerto è preciso e vale la pena riportarlo.

Gestire le emozioni non significa negarle, né esaltarle, né trasformarle in una condizione permanente a cui abituarsi.

Significa acquisire consapevolezza del modo in cui le generiamo e dei significati che attribuiamo alle cose.

L’esempio organizzativo

Il caso riportato è riconoscibile: «il mio collega non mi rispetta perché non consegna mai in tempo, e questo mi manda su tutte le furie».

Vale la pena osservare cosa contiene quella formulazione. C’è un fatto (i ritardi) e c’è un’interpretazione non dichiarata: che il ritardo significhi mancanza di rispetto.

Sono due cose separabili. Il ritardo può dipendere da sovraccarico, da priorità diverse, da una cattiva organizzazione. Nessuna di queste ipotesi rende il problema meno reale, ma tutte lo rendono affrontabile, mentre la mancanza di rispetto si può solo subire o restituire.

I quattro passi

La procedura proposta è essenziale:

  • Consapevolezza: notare lo schema che si è formato.
  • Assunzione di responsabilità: riconoscere che se lo schema non funziona può essere modificato.
  • Osservazione: constatare che il proprio punto di vista non è l’unico possibile.
  • Sperimentazione: mettere in pratica una strategia diversa e verificarne l’esito.

L’ultimo punto è quello che rende la sequenza credibile: non si chiede di adottare per fede un’interpretazione diversa, ma di provarla e valutare cosa produce.

Un limite da tenere presente

Un’ultima cautela, perché il discorso sulla responsabilità delle proprie emozioni può essere usato male.

Riconoscere di poter modificare la propria reazione non equivale a stabilire che ogni situazione sia accettabile. Alcune reazioni sono appropriate al contesto: chi subisce un trattamento ingiusto ha ragione di essere in collera, e il compito non è disinnescare quella collera ma agire sulla situazione.

La distinzione da tenere ferma è tra un’interpretazione che deforma i fatti e un’emozione che li registra correttamente.

Domande frequenti

Cosa significa che le emozioni dipendono dal significato?

Che tra un evento e la reazione esiste sempre un passaggio interpretativo, anche quando è troppo rapido per essere percepito. È il principio della valutazione cognitiva, tra i più consolidati della psicologia.

Esiste una dipendenza biochimica dalle emozioni?

No. Non esiste alcun meccanismo documentato per cui le cellule sviluppino dipendenza da molecole legate a specifiche emozioni. La tendenza a ripetere certe situazioni è reale, ma si spiega su base psicologica.

Gestire le emozioni significa reprimerle?

No, e la precisazione è esplicita: non significa negarle, né esaltarle, né renderle una condizione permanente. Significa riconoscere come vengono generate e quali significati vi attribuiamo.

Vale per qualunque situazione?

No. Non si applica a prevaricazione, violenza o abuso, dove la responsabilità è di chi agisce. E alcune reazioni sono appropriate: chi subisce un’ingiustizia ha ragione di essere in collera, e il lavoro va fatto sulla situazione.

Il nucleo valido è il principio della valutazione cognitiva: tra un evento e l’emozione esiste sempre un passaggio interpretativo, e lo stesso stimolo produce reazioni opposte a seconda del significato attribuito. Da qui l’osservazione più utile, spesso quel significato non l’abbiamo nemmeno scelto noi, ma abbiamo accettato la regola di qualcun altro. Va invece respinta la spiegazione in termini di dipendenza biochimica dalle emozioni, priva di fondamento: il fenomeno esiste ma è di natura psicologica, e questo sposta il livello di intervento. Resta infine una cautela: non tutte le reazioni vanno modificate, perché alcune registrano correttamente una situazione ingiusta.
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