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Neuroscienze

Cervello, Mente Neurofunzionale ed Esperienza dell’io

“Se il cervello è al buio dentro una scatola, come fa a fare esperienza della luce dell’ambiente?…Le neuroscienze “ non hanno spiegato come e perché quest’attività elettrica diventi esperienza” (Manzotti R. Tagliasco V. (2008) L’esperienza. Perché i neuroni non spiegano tutto, Codice, Torino, p. 23)
Prime riflessioni
L’essere umano è un animale che di recente si è trasformato, perché a differenza degli altri ha costruito un linguaggio. Le sue conoscenze anziché essere tramandate per eredità, o apprese per esperienza, vengono impartite a scuola e, per il resto della vita, attraverso mille altre fonti. Ha un cervello: noi chiamiamo mente l’insieme delle sue attività e prestazioni. Per i primi ragionanti umani vedere un amico, un parente, un conoscente, improvvisamente fermarsi, non respirare e diventare polvere, era un evento enigmatico e assai misterioso.
La spiegazione più semplice, quando il linguaggio coniò la domanda ‘perché?’, come fanno ancora i bambini, era che una specie di forza vitale aveva abbandonato il corpo. Così i vecchi saggi supponevano che il corpo senza quella forza interna diventi inerte, un corpo morto, come le altre cose senza vita. I primi uomini diventarono subito ‘naturalmente’ dualisti e misero questo soffio di vita dappertutto, negli animali, nelle piante, nel vento, nel sole, nella luna, negli alberi.
Quando arrivarono i filosofi, le spiegazioni si raffinarono. All’inizio si credeva che la forza interiore non fosse autonoma ma guidata da pensieri e direttive esterne (1). Poi Platone inventò l’anima individuale, di altra natura rispetto al corpo “ci terremo puri e lontani da esso finché non venga il dio di sua volontà a liberarcene” (2). Socrate quando bevve la cicuta, a differenza di quanto si crede, non fu un gran coraggioso, poiché si aspettava d’andare in un mondo migliore. Aristotele riunì invece l’anima al corpo, quale sua funzione; la casa è così perché deve riparare, l’accetta perché deve tagliare e il corpo ha quella forma, cioè l’anima, perché deve vivere. Ma l’anima platoniana era destinata a durare, ben vista da tutte le religioni.
Dopo qualche secolo Cartesio inaugura la filosofia moderna, e anziché di anima parla di mente. Del corpo non so http:\\/\\/psicolab.neta, se mi taglio, vedo liquidi, carne, ossa, non conosco il mio interno; mi ospita, potrei stare in un corpo di un altro, sarei sempre io; invece “ trovo che il pensiero mi appartiene esso solo non può essere distaccato da me…io non sono quest’unione di membra che chiamiamo corpo…ma che cosa sono dunque io? Una cosa che pensa” (3). L’io è immateriale la cui proprietà essenziale è il pensare. E’ nata la mente con il suo agente, l’io, costituito da sostanza immateriale. Non ci volle tuttavia molto per Hume rilevare un piccolo particolare: quando penso a me trovo un sacco di cose piuttosto confuse. Percezioni, idee più o meno distinguibili e separabili, senza http:\\/\\/psicolab.neta che le tenga insieme. La mente non ha un io, ma è una sorta di fascio di differenti percezioni. Caso mai è come un teatro “dove le diverse rappresentazioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano” (4). A noi sembra di avere un’io, ma non è così “è solo la collezione di tali percezioni, una collezione alla quale do un unico nome” (5).
Kant cerca di conciliare: abbiamo una non ben identificata serie di percezioni, una diversa dall’altra che non consentono di definire un io, tuttavia nel momento che le riferisco a me, le chiamo tutte quante le mie rappresentazioni. L’io kantiano non è una sostanza come dice Cartesio, ma neppure una semplice collezione di percezioni come dice Hume ma è una funzione di unificazione, di sintesi, di tali percezioni; “io le unisco in un’autocoscienza” (6). Vi è una struttura stabile, il teatro con i muri, il palco, la scena e poi su di essa scorrono le varie commedie, episodi e drammi. Ognuno frequenta il teatro e vi gioca un ruolo, ma il teatro ha un suo proprietario ed è a lui che fanno riferimento. Naturalmente la filosofia è filosofia e non ha il compito fornire prove empiriche.
Sentirsi cosciente
Se la domanda la rivolgo a me stesso come rispondo? Sì, in effetti, sento di essere qualcosa di diverso dal corpo, che pur riconosco come mio. Credo di avere una conoscenza del mio interno migliore degli altri, anche se qualcuno a volte mi fa notare certe caratteristiche che mi erano sfuggite. Forse ad averle troppo vicino sotto gli occhi non le vediamo. Sono anch’io convinto di avere un io, installato non so dove. Eppure rimango sconcertato da certi fenomeni, disfunzioni o malattie che pongono in seria difficoltà l’unità dell’io nel singolo individuo. Si notano nella schizofrenia, deliri, cervelli divisi split-brains, sindrome della mano aliena, emi-inattenzioni, personalità multiple, visioni cieche, agnosie, ecc. In alcuni fenomeni della coscienza, quali il phi colorato, il fenomeno del coniglio cutaneo, il riferimento all’indietro nel tempo, il ritardo soggettivo della coscienza, dell’intenzione, ecc. Sembra allora che l’io sia una nostra costruzione virtuale e che la mente sia una macchina che ci da l’apparenza di un certo mondo, e infine che l’io sia una parte di tale mondo virtuale.
L’io, in questo quadro, è un modello, costituito da sostanza psicologica (7), con caratteristiche fisiche e materiali. Lo esperisco come mio, mentre vivo, in società, in una data ora, un certo spazio e tempo, nel mondo. Un eccellente sistema escogitato dalla natura per concepire se stessi come interi e perciò interagire verso il proprio corpo e gli altri in modo razionale. Anche gli animali lo possiedono, ma è grossolano, serve a distinguere se stessi dal resto del mondo. La nostra evoluzione culturale ci ha regalato pensieri e riflessioni e, rappresentandoci noi stessi nell’atto di pensare, riusciamo perfino a concepirci distaccati, come dice Damasio (8). La parte che immaginiamo autonoma la chiamiamo io, e con essa percepiamo, pensiamo, sentiamo, ci emozioniamo ed è intimamente nostra. Una parte difficile da conoscere e da riconoscere.
Sapere ogni dettaglio, ogni struttura del corpo, ogni stato cerebrale di un altro non ci permetterà mai di capire come si sente interiormente. Ma nemmeno guardarci dentro con l’introspezione è un dato di cui fidarsi. Forse la sua vera natura rimane meglio indagabile dal di fuori. Come dice Metzinger, “l’idea è semplice: una sola realtà, un solo tipo di fatto, ma due tipi di conoscenza, la conoscenza in prima e quella in terza persona”. Benché la coscienza sia un processo fisico, queste due forme di conoscenza non possono mai essere fuse l’una con l’altra” (9). Sono due forme di conoscenze diverse: il mio corpo e lo spazio da esplorare intorno ad esso. “Non solo il mio corpo non è per me un semplice frammento dello spazio, ma per me non ci sarebbe spazio se non avessi un corpo” (10). La conoscenza fenomenologica ha una ricca tradizione filosofica originatasi in Europa, che comprende le opere di Husserl, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre e pensatori più recenti. “Ignorando questa tradizione e le risorse che contiene, la ricerca cognitiva contemporanea rischia di non avvalersi di intuizioni importanti che, nella migliore delle ipotesi, finiranno per essere riscoperte decenni o secoli in ritardo” (11).
La scienza cognitiva sembra tuttavia lo strumento maggiormente in voga per capire meglio l’ineffabile natura della soggettività, e il livello funzionale si candida “ al ruolo di ponte tra la dimensione soggettiva, codificata dalla psicologia di senso comune e dal linguaggio mentalistico che la esprime, e la realizzazione neurobiologica” (12).
Il funzionalismo
Oggi secondo Fodor, allievo di Chomsky, la teoria computazionale della mente è la migliore sul mercato (13). Ci rivela, in modo elegante, in parte, la verità sulla cognizione. Non ci rivela che cosa è la coscienza e tanto meno l’io, tuttavia “vi sono fatti concernenti la mente” che questa teoria “spiega”. L’idea è che ad esempio le immagini sullo schermo Tv e sullo schermo del computer sono stati funzionali, che si manifestano alla fine dello svolgimento di svariati precedenti processi. Effetti finali di cause e stimoli che stanno a monte. E alla fine esce fuori, a valle, il prodotto. Per capire come funziona un sistema complesso, la Tv, un computer o un cervello, devo andare alla radice, alle basi, ai sottosistemi funzionali. La funzione viene prima della struttura fisica, se si comprende la spiegazione di che cosa un sistema fa e di come lo fa, si trova pure la soluzione. Individuare i sottosistemi (la memoria, il linguaggio, la visione, ecc.) che svolgono un certo ruolo all’interno del sistema complessivo, è il compito da svolgere.
Putman indica come esempio chiave l’hardware e il software del computer; e afferma ironicamente “ ho scoperto con piacere che la mia posizione era sostanzialmente uguale a quella di Aristotele” (14). Tuttavia iniziare dai sottosistemi non basta, bisogna andare ancora più indietro, fino agli elementi di base.
Se riusciamo a fare qualcosa come per esempio un piatto di pasta aglio, olio e peperoncino, possiamo farlo e mangiarlo; ma non è sufficiente, potrebbe essere il risultato del caso. Se invece mettiamo per iscritto le istruzioni, passo passo, il procedimento adottato, altri lo possono ripetere. Una moltiplicazione o addizione darà lo stesso risultato a tutti. Ma ogni piatto avrà un’impronta diversa. I dettagli della ricetta, infatti, non sono perfetti; l’esatta quantità di pasta, acqua, olio, il tipo di peperoncino, ecc. Se vogliamo una ricetta univoca, dobbiamo essere più puntuali.
Turing (15) teorizzò una macchina capace di eseguire un procedimento preciso (un algoritmo). Un semplice nastro con caselle e simboli all’interno, uno dietro l’altro (ad esempio 0,1,0,0,0, 1,0,1,1,0,1,1,1,0) e un cursore capace di spostarsi. La macchina è in grado di eseguire istruzioni specifiche e, in ogni casella in cui si ferma, la testina del cursore ha un ordine da eseguire e il movimento successivo da fare, perché ha una sola cosa da fare. Ad esempio: se ti fermi su una casella preceduta da 000, vai tre caselle avanti; oppure se ti fermi su una con due 1 davanti, vai due caselle indietro. Ogni volta lo stato dell’intero sistema cambia.“Lo “stato” del sistema, un concetto difficile da afferrare, è una sorta di memoria cumulativa delle mosse compiute dal sistema fino a quell’istante” (16). Uno stato dunque è una funzione di qualche cosa d’altro; è fisico e non fisico, materiale e immateriale; formato da sostanza concreta e sostanza astratta. L’idea di Turing è stata la chiave con cui sono nati i computer; il nastro è la memoria centrale, le istruzioni sono i programmi, i simboli sono due. Alla base delle straordinarie visioni sullo schermo vi è il codice 0,1,0,1,0,1,0,1, ecc. I programmi sono nozioni astratte realizzabili fisicamente in molti modi diversi. Il materiale di cui è costituito un computer è differente da quello in cui è costruito il cervello e il cervello umano è costruito diversamente da quello di una trota; ma ciò che conta è il programma, che può essere implementato in supporti materiali diversi. Definiti in modo funzionalista gli stati mentali sono come programmi per computer. Sono stati immateriali (nel loro insieme costituiscono la mente o l’anima ma trovano posto nella concezione naturalistica del mondo poiché prodotti da un substrato materiale). Se la mente o la coscienza siano cose materiali o immateriali potrebbe essere dunque una domanda mal posta.
E la mente?
La teoria computazionale mette alla base anziché caselle e simboli, le rappresentazioni (cioè una sorta di particolari o costituenti mentali, con contenuto; di mattonelle informative, come l’alfabeto di un linguaggio mentale) che sono sintatticamente computabili. Le rappresentazioni, che significano letteralmente presentare di nuovo, sono una sorta di traduzione neurale delle percezioni.
E come la produttività e la sistematicità (proposizionalità) del linguaggio parte da vocali e consonanti, così quella del pensiero nasce dalla composizionalità e manipolarità di queste specie di vocali e consonanti del pensiero, questi atomi d’idea. Una computazione è un processo che ne causa un altro e così via, il tutto guidato da una sintassi (istruzioni, programma) che il computer riceve dai costruttori, e gli animali e le piante dalla genetica, prodotto dell’evoluzione naturale.
L’attività mentale può essere vista come un insieme di complesse catene causali di stati. Se gli stati mentali sono stati funzionali, sono allora l’espressione di computazioni (calcoli). Se l’hardware è il cervello e il software è la mente, vuol dire che alla base di tutto vi è un algoritmo di base (un calcolo, una computazione), un programma (come nel computer).
Abbiamo da una parte materia, costituita da macchina, nastri, caselle, cursoni e dall’altra, tramite un procedimento certo (algoritmo) una computazione è uno ‘stato’ cioè un ente astratto. Nel cervello da una parte neuroni, sinapsi e mediatori chimici dall’altra l’immagine del mondo. Il funzionalismo quindi si presenta come un materialismo non riduzionistico, perché alla sua base vi sono astrazioni. Sono due piani di spiegazioni diversi che hanno potuto rendere plausibile la scelta di separare la scienza della neurologia che si occupa dell’hardware, cioè del cervello, dalla psicologia che si occupa del software, cioè della mente. Le rappresentazioni così descritte potrebbero tuttavia non essere le uniche presenti, già alla fine degli anni Sessanta si contrapponevano le rappresentazioni mentali cosiddette analogiche, una specie di foto o quadro, dell’oggetto che raffigurano; rappresentazioni per immagini. Il cervello potrebbe avere una costituzione basata su strutture né puramente analogiche né puramente proposizionali (17); sono stati costruiti dei modelli mentali sulle rappresentazioni di questo tipo (18).
La nostra coscienza
Siamo capaci di stare al mondo perché lo percepiamo in modo coerente, non episodico o incostante. I secondi, i minuti, le ore, il giorno e la notte, le stagioni, scorrono e noi con loro insieme, armoniosamente. Per navigare e non perderci tra i flutti della nostra stessa esperienza abbiamo bisogno di una torcia che guidi, controlli e illumini la via. Se postuliamo che la mente sia uno stato funzionale vuol dire che è un ente astratto; e se consideriamo l’io una parte, sia pure del tutto particolare di questa mente, anche l’io è un ente astratto. Al mio io accedo da una corsia preferenziale, privilegiato e privato, mentre al mio corpo possono accedere tutti, ha un accesso pubblico. Siamo convinti, senza alcun dubbio, di essere un intero, un’unità, entità complete e individuali. Tuttavia le neuroscienze affermano, con esempi concreti, che è solo un’impressione. L’io è il prodotto di attività mentali grazie al quale governiamo noi stessi nell’attività cosciente (il corpo, cuore, fegato, reni, funzionano automaticamente), compresi quelle dell’apparato del linguaggio, altrettanti ‘processi computazionali’. Qualsiasi attività mentale (vedere, udire, un’emozione, desiderare) è una computazione. Il cervello opera manipolando delle rappresentazioni neurofunzionali (strutture biologiche portatrici d’informazione codificate) che trova dentro di sé, ’scritti’, in qualche modo, in un linguaggio neurologico ma che crea stati mentali. Le rappresentazioni di base sono innate e con esse il cervello pensa biologicamente, è il pensiero animale. Le rappresentazioni create dall’uomo invece, ci offrono qualcosa di più. Sono come ‘parole’ del linguaggio del pensiero: il mentalese. La mente è un processo sempre attivo di costruzione e trasformazione di rappresentazioni che ci danno l’apparenza del mondo. Il significato delle cose si trova nel sistema concettuale che è innato e fisicamente realizzato nell’hardware cerebrale. L’invenzione del linguaggio, nuovi simboli che se manipolati possono dare nuovi concetti, ha offerto all’essere umano un altro mondo. Tra le sue prime nuove invenzioni vi è il suo stesso io: “l’io originariamente è uno strumento neurocomputazionale per appropriarsi del corpo” (19) Le sue stesse emozioni poi si sono trasformate, realizzando l’arte e la creatività in generale.
Fine
Abbiamo detto che l’io ci guida nel mondo e, quando integro, è per noi un’entità trasparente. Affina e armonizza le nostre percezioni, quelle del movimento in generale e dei nostri movimenti in particolare. Ci fa cogliere il tempo, regalandoci una coerenza e un flusso continuo, integrato e ininterrotto. Nello stesso tempo ci permette di passare rapidamente da un’attività all’altra, da una situazione a un’altra completamente differente. Possiamo persino esperire interruzioni e fratture nelle quali il flusso dell’informazione o l’attività diventano assai confusi. Ma l’io le ricomprende all’interno della sua struttura temporale e spaziale e ne recupera il senso.
Si consideri ad esempio cosa accadrebbe se le nostre relazioni temporali si spezzassero. Prendiamo in considerazione una frattura che sarebbe simile a questa in un’area circoscritta della nostra esperienza: la visione. Le strutture neurali della corteccia temporale mediale (MT) sono specializzate per il riconoscimento visivo del movimento. Se questa parte della corteccia è danneggiata, per esempio da un ictus, la percezione visiva della forma e del colore è preservata, ma la percezione del movimento s’interrompe dando luogo a una condizione detta di cecità motoria o agnosia del movimento. Chi soffre di agnosia del movimento fa esperienza di un mondo che sembra privo di movimento, come congelato in una posizione, per alcuni secondi. Un esempio lo fornisce un noto spot televisivo, dove tutto rimane fermo e immobile. Le cose che si trovano nel mondo sembrano poi improvvisamente riorganizzarsi in posizioni nuove. I pazienti affetti da questa malattia hanno profonda difficoltà a muoversi nell’ambiente circostante, anche se vedono chiaramente forme, distanze, colori, ecc. Sanno che sono in movimento, magari attraverso indizi uditivi, ma di cui semplicemente non possono vedere il movimento: è un effetto disastroso per le capacità della persona di dare un senso al mondo e di agire al suo interno (20). Le nostre percezioni hanno una struttura coerente in un flusso di tempo senza interruzioni, ciò non toglie che possiamo passare rapidamente da un’attività all’altra, ci spostiamo da una situazione a una successiva completamente differente e possiamo persino esperire fratture nelle quali il flusso dell’informazione o l’attività diventano assai confusi. In quest’ultima situazione per esser capaci di recuperare il senso di queste esperienze, dobbiamo ricomprenderle all’interno di una struttura temporale più coesa.
L’io ci appare una struttura monolitica, nata dall’immagine corporea che abbiamo nel nostro cervello, come quella che possiedono gli animali. Su quella abbiamo esteso il concetto includendo in esso nuovi elementi (che sono estranei invece negli animali). L’io corporeo è uscito dalla piccola nicchia ecologica, simile a quella dello scimpanzé, in cui viveva e, la sua nuova nicchia è diventata ora l’intero universo. L’Io è emerso dall’oceano della mente come un fenomeno ricorsivo di simboli cognitivi slegati dal loro substrato materiale (21). Non è localizzato in una specifica area del cervello, bensì coinvolge l’integrazione tra aree ad attività costante ad aree ad attività rapida e transitoria, funzionalmente distinte e ampiamente distribuite. Collegate dinamicamente e persino passibili di misurazione (22). Il cervello è tuttavia sempre pronto a ritornare al semplice io corporeo, se tutto non è perfetto.
Note
1) Jaynes J. (1976) trad.it. Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi, Milano, 1984
2)Platone (387-367 a.C.) Fedone, Bibl. Universale Laterza, Milano, 1986
3)Cartesio Opere filosofiche, trad. it., 4 voll., Laterza, 1994 Roma-Bari, p. 80
4)Hume Trattato sulla natura umana (1739-40) in Opere, trad. it. Laterza, Roma- Bari, p. 264
5)Ibidem, II, 4, 2, p. 220
6)Kant I., Critica della ragion pura 1787, pp.110-112 trad. it. Laterza, Roma-Bari, 1993
7) Lowe, N.E. Dualismo delle sostanze non Cartesiano, pag. 185, in Lavazza A. (2008) L’uomo a due dimensioni, Bruno Mondadori, Milano
8)Damasio A. (1994) Descartes’ Error.Emotion, Reason, and the Human Brain, New York, NY, trad.it. 1995, L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, p. 329
9)Metzinger, T. (2010) Il tunnel dell’io, trad. it. R.Cortina, Milano, p. 75
10)Merleau-Ponty, M. (1962) Fenomenologia della percezione, trad. it. 1980, Il saggiatore, Milano, p. 156
11)Gallangher, S., Zahavi D. (2009) La mente fenomenologica, R. Cortina, Milano, p. 332
12)Di Francesco, M., Marraffa M. (2009) Il soggetto, Bruno Mondadori, Milano, p. 22
13)Fodor J.A. (2001) La mente non funziona così. La portata e i limiti della psicologia computazionale, Laterza-Roma-Bari, p. 3
14)Putnam H. (1975) Mind, Language and Reality, Cambridge, trad. it. 1987, Adelphi, Milano 1975 p. 18
15)Turing A.M., (1950) Computing Machinery and Intelligence, ora in Boden 1990, pp. 40-66
16)Paternoster A. (2002) Introduzione alla filosofia della mente, Laterza, Roma-Bari, p. 32
17) Ibidem, p. 126
18)Johnson-Laird, P.N. (1983) Mental Models, Cambridge University Press UK , trad. it. 1988, Modelli mentali, Il Mulino, Bologna
19) Metzinger, T. (2010) Il tunnel dell’io, trad. it. R.Cortina, Milano, p. 138
20)Schenk, T., Zihl, J. (1997) Visual motion perception after brain damage: Deficits in global motion peception”. In Neuropsychologia, 35, pp.1286-1927
21) Hofstädter D.R. (2007) I Am a Strange Loop, trad. it (2008) Anelli nell’Io, Mondadori, Milano
22)Thompson, E. (2007) Mind in Life: Biology, Phenomenology, and the Sciences of Mind, Harvard University Press, Cambridge, MA

Luciano Peccarisi

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