Neuroscienze

Biomusicologia – Editoriale

Cosa ci fa una rubrica sulla musica in un portale di neuroscienze? La musica, che nella vita di ogni giorno fa da colonna sonora ai nostri momenti più felici e più tristi, ai nostri momenti importanti, la musica, che riesce a muovere le folle, la musica, che ha accompagnato l’evoluzione dell’uomo attraverso i millenni? La musica è generalmente ritenuta uno “strumento di piacere”, secondario alla vita dell’uomo, un qualcosa di accessorio. Tuttavia, una lettura del problema in chiave evoluzionistica ci può aiutare a comprendere esattamente l’opposto. Il punto focale dell’osservazione che possiamo fare secondo questa lente di lettura risiede nel concetto di “adattività”, secondo il quale tutto ciò che non serve all’uomo per la sopravvivenza, una sopravvivenza che deve durare quantomeno fino all’età della riproduzione, col passare del tempo venga eliminato dal repertorio di comportamenti emissibili. Gli esseri umani sono stati sempre cacciatori e raccoglitori e vivevano in gruppi, ed è proprio questa condizione che ha probabilmente promosso, a livello evolutivo, l’affermarsi della musica. I tentativi di rintracciare il perché del manetenersi della musica nei comportamenti dell’uomo attraverso l’evoluzione hanno portato alla produzione di alcune ipotesi, tra le quali ricordiamo la funzione di coesione sociale (la musica può dare un contributo incrementando la capacità di compiere azioni coordinate collettive finalizzate ad un obiettivo comune), di rafforzamento del gruppo (la musica può facilitare la coordinazione del lavoro del gruppo nello strutturare la difesa dai predatori o nel preparare un attacco), di selezione sessuale naturale (nel mondo animale la capacità di esibire particolari piumaggi o comportamenti atti a dimostrare una buona capacità fisica aumenta le probabilità di accoppiamento, così nell’uomo la capacità di produrre musica), e così via (per approfondire, vedi Moretti e Nistri, “L’Uomo Artista”, Ed. Idest, 2004). Quindi se la musica fosse stato il prodotto di comportamenti non adattivi, nel giro di qualche centinaio di anni sarebbe andata persa. Ma sappiamo bene che non è andata così. Anzi, col trascorrere del tempo assistiamo alla progressiva evoluzione della stessa musica, che manifesta i suoi cambiamenti di pari passo con i cambiamenti della società che la produce.
Ma alle sue molteplici funzioni adattive, che le danno ragione della sua sopravvivenza attraverso il tempo, ne dobbiamo aggiungere almeno un’altra, quella più evidente ed immediata, cui abbiamo già fatto cenno: il piacere. La musica dà piacere, è fonte di gratificazione. Ed il suo ascolto coinvolge molteplici aree cerebrali, sia della corteccia che, e soprattutto, del lobo libico, centro delle emozioni. Ed è proprio in questo centro che la musica trova, per così dire, “terreno fertile”, innescando la produzione di endorfine che contribuiscono a darci il piacere dell’ascolto di un brano musicale a noi gradito. Da qui il concetto di “Comunicazione Emotiva Musicale” (CEM) (www.psicologiaemusica.com) che sottende la possibilità della trasmissione dell’informazione attraverso canali comunicativi non convenzionali come ad esempio il linguaggio parlato o scritto. Ma il principio della CEM trova la sua applicazione anche nel campo della psicoterapia, ed in particolare della musicoterapia, che utilizza questo canale di comunicazione per stabilire la relazione paziente-terapeuta.
In questa rubrica, che abbiamo chiamato Biomusicologia, Alessandro Bertirotti ed i suoi collaboratori approfondiranno questi temi, sottolineando quanto la musica ricopra in realtà un ruolo fondante nella vita dell’uomo, ruolo che si articola sia a livello cognitivo, che emotivo e che comportamentale.

Firenze, 30 Agosto 2004

Immagine di Francesco Albanese

Francesco Albanese