Per comprendere bene il rapporto tra la donna e tutto ciò che le gira attorno non possiamo esimerci dall’approfondire il tema della famiglia e quindi di tutti i sentimenti che vengono fuori dalle relazioni sociali primarie. Questo non solo perché in epoca non troppo lontana la famiglia era il luogo privilegiato di vita delle donne, ma anche perché nella modernità contemporanea la famiglia è ancora vissuta come una costruzione sociale, interessate anche per gli storici che non è sfuggita al loro studio anche per l’importanza dei sentimenti e per capire fenomeni come l’infanticidio.
In riferimento alle detenute il problema non è quello di chiederci se una giovane assassina sia in grado di intendere e di volere, ma di sentire. La follia non è legata alle nostre capacità cognitive, ma a quelle emotive e irrazionali. Ed ecco allora che la prospettiva si allarga e dobbiamo uscire dalle strette maglie dei codici e delle leggi e occuparci finalmente dell’uomo. Se davvero vogliamo capire qualcosa della nostra emotività allora dovremmo occuparci della famiglia.
In passato l’atteggiamento dei genitori nei confronti dei figli era alquanto diverso da quello di oggi. In molte epoche storiche i padri e le madri tenevano a distanza i figli, addestrandoli alla sottomissione. In epoche in cui si moriva molto facilmente, l’infanticidio era praticabile con lieve sforzo e molto di più rispetto a oggi. Vi era una concezione del sentimento materno e paterno profondamente diversa da quella che comincia a manifestarsi quando la famiglia, multipla, estesa e nucleare si organizza sempre di più da patriarcale (in cui vi è una rigida separazione di ruoli e forti relazioni di autorità tra i suoi membri) a coniugale, con un sistema di ruoli più flessibili e relazioni di autorità più simmetriche. Rimane tuttavia da stabilire se questa nuova sensibilità verso i figli corrisponde alla riduzione della mortalità infantile e quindi correlata da nuove emozioni, nuovi legami affettivi ed emotivi stabiliti tra genitori e figli.
Il tema della famiglia è esploso dopo gli anni sessanta in Inghilterra, Francia e Usa, e in seguito anche in Italia, seguendo gli interessi della sociologia, dell’economia e sicuramente anche da gruppi legati almeno inizialmente, a movimenti femministi.
Studiare la famiglia è un compito affascinante e insidioso, i cui contorni sono molto spesso variegati. Questo perché sappiamo che non esiste un unico sistema familiare. L’occidente, ad esempio, è sempre stato caratterizzato da una grande varietà di forme di famiglia, con una variegata gamma di modelli ognuno dei quali richiede studi specifici e suscita ed evoca problematiche diverse a seconda dell’epoca, delle aree geografiche, dei ceti sociali, delle fedi religiose e dei livelli di acculturamento. Così se la foresta è la famiglia, gli alberi rappresentano i nuclei familiari nella loro dinamicità e adattabilità al mondo esterno.
La produttività ha sempre condizionato nel mondo contadino l’ampiezza della famiglia, invece l’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno messo in crisi la famiglia, intesa come unità di produzione. La religione cattolica ha costantemente modellato i comportamenti familiari all’osservanza delle sue regole: procreazione e educazione dei figli.
Studiare la famiglia obbliga lo storico a prendere in considerazione quelle più ampie forze politiche, economiche e sociali, intellettuali, educative e religiose che operano costantemente a modellare la struttura di essa. Non ha molto senso studiare l’infanzia senza metterla in relazione con gli adulti, che controllano e plasmano la vita dei bambini, così come non è possibile scrivere la storia delle donne senza collegarla alla storia degli uomini (intesi come padri, mariti, figli, amanti,ecc…) che alle donne si sono rapportati in termini di sfruttamento, di amore e adorazione. Quindi la storia delle donne e la storia dell’infanzia hanno un senso compiuto solo se inserite all’interno dei cambiamenti familiari. Infatti ci sono sei punti di vista che legano questi rapporti:
Il primo è quello biologico: nascita, matrimonio e morte, fattori che hanno influenzato il contenuto emotivo della vita familiare.
Il secondo è sociologico: il rapporto tra la famiglia e le altra forme di organizzazione sociale, quali la scuola, il lavoro, lo stato, ecc…
Il terzo è politico: la distribuzione del potere all’interno della famiglia, i modelli di autorità tra mariti e mogli, tra figli e genitori e il modo in cui tali modelli si pongono in relazione con gli ordinamenti culturali.
Il quarto è economico: il ruolo del matrimonio come mezzo di trasferimento di beni mobili e immobili; il ruolo della famiglia come unità di produzione economica.
Il quinto è psicologico: il posto affettivo nella vita degli individui che la compongono; i rapporti reciproci che si stabiliscono.
Il sesto è quello sessuale: l’atteggiamento che si adotta verso il vincolo biologico fondamentale della famiglia.
Conclusioni
Le donne sono giudici più severi rispetto agli uomini nei confronti della criminalità femminile e meno disposte ad accettarla: questi dati sono in contrapposizione con la visione freudiana che vedeva la donna avere un’istanza morale più fragile rispetto all’uomo. Il maltrattamento in famiglia è ritenuto e percepito più grave dalle donne perché offende l’istinto materno, ciò che per secoli le donne hanno considerato come proprio destino.
Questo tipo di situazioni sono riconducibili allateoria di Goffman sullo “stigma”secondo la quale:
– il male è visto come una delle possibilità esistenziali dell’uomo capace di impadronirsi di qualsiasi uomo o donna;
– una volta che il male è diventato realtà concreta lascia una traccia indelebile, una specie di stigma che innalza un margine attorno all’autore del male;
– ci sono alcune condizioni sociali che facilitano queste possibilità come: la miseria, il degrado, le situazioni familiari. Quindi la presenza dello stigma è da collegare al fatto che l’uomo compie il male.
E’ dunque auspicabile a conclusione di questo specifico capitolo sulla differenza di genere, ritenere che uomini e donne nell’attuale società, entrati in carcere per espiare una condanna, si trascinano con sé quei tratti della personalità criminale che li accomuna e non li differenzia. La vita in carcere, attualmente in genere lascia intatti quei tratti come l’aggressività, l’indifferenza, l’affettività, l’egocentrismo, ecc…, di cui è più facile immaginare l’esasperazione in seguito al trattamento ricevuto in carcere. Tutto questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Ne consegue il diffondersi di tratti, che nella società tendono ad assumere, attraverso i mass-media, il significato di valori da imitare nella condotta quotidiana.
Ne risulta il rafforzarsi di una società, per uomini e donne, sempre più “criminogena”.
Ecco perché diventa necessario indagare quegli aspetti che ci riportano direttamente alla carriera del deviante che abbiamo ampiamente descritto nel precedente capitolo. Ma non solo, il collegamento appare dirigersi anche verso un’altra dimensione che riguarda tutti quelli che sono i rapporti di funzionamento formale e informale del carcere. Questa tipologia di rapporti viene fuori studiando la teoria dell’etichettamento, mentre nel nostro caso specifico si rifà a quelli che sono i “rapporti interpersonali” tra le detenute e il loro personale di custodia e cura e viceversa.