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Le Teorie Sociologiche della Devianza Femminile

Della differenza tra il modo in cui una società contribuisce alla costruzione dell’identità femminile e dell’identità maschile si occupano le teorie sulla socializzazione, teorie che si collocano in una posizione intermedia tra quelle già illustrate e le più moderne interpretazioni della criminalità femminile.
Le teorie sulla socializzazione analizzano e studiano i modelli di educazione maschile e femminile, modelli che definiscono ruoli, identità, aspettative e comportamenti differenziati per i due sessi. E oggetto privilegiato di questi studi è, come è ovvio, la criminalità giovanile.
La criminalità giovanile, quella parte della criminalità che vede coinvolti minorenni, è sempre stata studiata con attenzione perché riflette situazioni familiari e sociali di disagio e pone il problema dell’età legale dell’impunità, dei pericoli di un inizio precoce della delinquenza, dei modi di rieducazione dei minori.
Nel caso dei minorenni, è innegabile l’influenza del tipo di educazione ricevuto, dell’autorità esercitata dai genitori, della oggettiva minore libertà di decisione: tutti elementi che esercitano una tutela sui giovani, e dovrebbero contribuire a tenerli lontano dal mondo del crimine. E allora, si può pensare, e spesso lo si è fatto, che il ragazzo/a che sbanda, che organizza e pratica comportamenti sulle cui conseguenze non sempre ha piena consapevolezza, è un ragazzo/a senza guida, figlio/a di genitori indifferenti o che vivono nella marginalità, nella povertà.
Anche tra i giovani si conferma una sostanziale, robusta e stabile differenza tra i ragazzi e le ragazze.
Scartando quelle tesi che ripercorrono quanto già detto (come ad esempio l’atteggiamento paternalistico delle autorità verso le ragazze) perché per esse valgono le stesse osservazioni critiche già menzionate, rimangono le spiegazioni della criminalità minorile incentrate sui modelli di socializzazione.
L’educazione impartita dalle famiglie ai figli, infatti, almeno fino a metà del XX secolo, con riferimento soprattutto alla preparazione del loro futuro, o meglio del futuro considerato come ‘giusto’ dai genitori e dalla società, seguiva modelli diversi in funzione del sesso.
E proprio a queste peculiarità dei processi di socializzazione viene attribuita la scarsa tendenza delle giovani a commettere reati.
Modelli educativi improntati a una minore libertà e alla trasmissione di valori quali matrimonio e maternità, tengono lontane le ragazze da cattive occasioni, influenzano la scelta dei modelli di vita, e le orientano verso la costituzione di una famiglia, come meta principale da raggiungere. E se la devianza giovanile è di segno quasi esclusivamente maschile, ne è causa principalmente la naturale aggressività dei ragazzi, coniugata con i modelli correnti di ‘virilità’.
Così, l’analisi delle motivazioni che hanno spinto una ragazza a commettere atti devianti è quasi sempre attribuita a problemi familiari, a delusioni amorose, a richiesta di attenzione e di affetto, al desiderio di fare nuove esperienze. Motivazioni che rientrano nella sfera dei sentimenti, e che inducono a comportamenti devianti soprattutto come reazione, come mezzo per ottenere maggiore comprensione. Sono più azioni simboliche che comportamenti con finalità realmente deviante. I valori che vengono trasmessi ai giovani sono quelli appartenenti alla classe media e che si basano sul successo economico e sulla competizione. Anche alle ragazze vengono insegnati i valori della classe media: costituirsi una famiglia, avere figli, e dedicarsi alla casa e al marito, ma è lo status sociale del marito che determina quello della moglie. Quindi: fin dall’infanzia il sesso femminile è più tutelato, prima dalla famiglia, poi dall’apparato preposto al controllo, e il modello di vita che viene trasmesso alle ragazze non richiede né competizione, né scontri dimostrativi per l’affermazione della propria identità femminile.
Queste tesi, che nascono già agli albori dell’emancipazione femminile e che si ripropongono con diversità non sostanziali, sottolineano come nascere ‘femmina’ comporti una differenza fondamentale: la maggiore protezione esercitata prima dalla famiglia di origine, poi dal marito e dai figli.
È questo modello dominante di famiglia che sancisce la passività della donna e ne condiziona di fatto i comportamenti. È questo modello dominante che definisce le caratteristiche della femminilità nel ‘bene’ e nel ‘male’, ma ciò che è bene e ciò che è male è stabilito dagli uomini, sulla base di idee preconcette e del loro immaginario.

Immagine di Sara Squilloni

Sara Squilloni

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