Il collasso della funzione d’onda probabilistica nella fisica quantistica determinata dall’osservazione esterna; la “funzione di traduzione” di Matte Blanco (1975), come atto costantemente “in fieri” di asimmetrizzazione del pensiero simmetrico; la “barriera di contatto” “bioniana” (Bion 1962); sono tutti potenziali modelli esplicativi di un processo di costruzione dell’esperienza e della realtà, che avviene su un piano infinito di scelta ed elaborazione continua di significati da un’universo di potenziali significanti; tale processo sembra sottrarsi nel cyberspazio alla sua automaticità inconsapevole ed essere “svelato” in un riverbero “autoriflessivo” della coscienza sul suo “processo”.
Il “Brainframe” cyberspaziale performa un’intelligenza collettiva-connettiva che, se da un lato tende ad un integrazione cognitiva degli individui, dall’altro sviluppa nuove modalità di significazione e costruzione soggettiva dell’esperienza nella misura in cui i limiti e le limitazioni, che condizionano “il processo conoscitivo” nel reale sono, nel contesto virtuale, meno importanti e ad essi subentrano nuove capacità, nuovi vincoli o “non vincoli” elettronici, indipendenti dal programma della sopravvivenza biologica.
Nel cyberspazio il processo conoscitivo è connesso, caratteristicamente, ad un’atto di scelta “definitoria” [2] reso potenzialmente mai definitivo, sempre modificabile e quindi incerto, dalla vigenza di una condizione che il filosofo Zizek [3] definisce di “sospensione del master simbolico” [4], ne deriva che la “scelta” stessa diventa, in tale contesto, un’atto decisionale arbitrario, soggettivo, meno regolato culturalmente. Per chiarire questo concetto possiamo citare un’osservazione anedottica dello stesso Zizek: “Il problema di scrivere al computer è che ciò potenzialmente sospende la differenza tra i semplici abbozzi e la “versione finale”: non c’è più una versione finale o un testo definitivo , dal momento che ad ogni stadio si può lavorare al testo ad “infinitum”, ogni versione ha lo status di qualcosa di virtuale (condizionato, provvisorio)…Questa incertezza naturalmente da spazio alla richiesta di un nuovo master il cui gesto arbitrario dichiari “finale” una certa versione, causando in tal modo il collasso dell’infinito virtuale entro una realtà definitiva.” (Zizek 2004 pag 215-216)
La responsabilità della scelta (intesa sempre come atto costitutivo del conoscere e dell’esperire) ricade, insomma, tutta sulle nostre spalle per cui, diventando una questione “privata”, rimanendo all’interno di un contesto di definizione personale, essa si pone in un rapporto di determinazione diretta con l’inconscio individuale; in una relazione paragonabile a quella che conduce alla creazione artistica o al sintomo nevrotico-psicotico o, ancora, al simbolismo onirico; d’altronde la presentificazione della “scelta”, la disponibilità contemporanea di tutte le alternative, è resa possibile da un principio di “non contraddizione” logica che sembra essere vigente nell’inconscio così come nel Cyberspazio.
La dimensione“Virtuale”diventa, quindi, una superficie piatta, senza punti ciechi, senza zone d’ombra, omogeneamente illuminata, dove tutto è visibile, ogni scelta mostra le sue conseguenze, ogni simbolo è saturato, ogni “incipit” portato a compimento; una superficie dove il “significante-padrone”, svelato, perde il suo potere e il suo fascino se-duttivo.
La dinamica del desiderio e dell’immaginazione non può nutrirsi in questa condizione che delle distanze, delle differenze, dello “spazio di assenza,” che si genera attraverso l’apertura e il confronto con il “Grande altro” del mondo esterno reale, tale confronto implica avere una consapevolezza di livello superiore che derivi dal permanere nella coscienza di una doppia visione del proprio esistere ed essere virtuale e reale. Il pericolo psicopatologico può concretizzarsi, allora quando questa consapevolezza è carente; quando vi è un’incapacità a “giocare”, a denominare il contesto, a concepire il “come se”, il “virgolettato”, in breve a mentalizzare; all’opposto, se si ha una capacità di attraversamento consapevole dei registri simbolici, l’esperienza delle “realtà virtuali” rappresenta un’opportunità per guardare noi stessi e il mondo in modo relativistico; diventa, in sintesi, una sorta di educazione “Zen” alla conoscenza.
Possiamo notare, inoltre, che questa capacità di considerare livelli multipli di realtà ed “essere”, in interattività semantica e simbolica, è uno degli scopi e delle capacità del lavoro psicoanalitico pertanto, lo studio del Cyberspazio e del “Setting”, ad esempio, appaiono connessi tautologicamente; la “mente” psicoanalitica possiede un’affinità elettiva per lo studio della “mente” nel Cyberspazio, dunque, pensare la complessità del Cyberspazio può aiutare a pensare la psicoanalisi stessa e viceversa.
In termini pratici, va rilevato che lo psicoanalista di oggi e ancora di più quello del futuro, si troverà a dover gestire uno spazio analitico“fantasmaticamente” sovrappopolato dalle nuove entità, “id-entità” e “relazioni” elettroniche che si sostituiscono, aggiungono e interagiscono con quelle tradizionali; senza contare che, contestualmente, deve valutare il cambiamento che i nuovi “ oggetti” impongono allo spazio analitico, oltre che al suo stesso spazio mentale.
Sempre più spesso, infatti, la psicoterapia si confronta, ad esempio, con il trauma di pazienti che subiscono la perdita non di un partner reale, in carne e ossa, ma di un partner di cui non si conosce neanche l’aspetto, l’odore, la gestualità; conosciuto, frequentato e amato-odiato esclusivamente on-line, attraverso una modalità relazionale puramente testuale e astratta.
Sembrerebbe che, in questi casi, l’assenza di un significante stabile dell’identità, costituito dal corpo e dal suo linguaggio non verbale, pur rappresentando, sotto certi aspetti, un limite: in termini di possibilità espressive e ampiezza/varieta dell’informazione comunicabile; funzioni come un potente incentivo per lo sviluppo di tali relazioni, una sorta di afrodisiaco digitale, non solo in quanto l’assenza del corpo coincide con un’anonimato che permette di realizzare il desiderio magico-infantile di essere invisibile e dunque agire in modo onnipotente il desiderio senza essere costretti a rispondere del proprio comportamento, ma soprattutto perché, sospendere il “master simbolico”, (rappresentato da una corporeità data e non negoziabile) rimandare ad “infinitum”, parafrasando Zizek, il collasso dell’infinito virtuale entro la realtà definitiva del corpo e dei suoi codici; consente di tenere aperta l’identità reciproca ad una continua possibilità di ridefinizione e risignificazione proiettiva che realizzi, come e quando si vuole, il desiderio narcisistico di un immagine di sè e dell’”altro” sempre ideale.