Caduta di una Dittatura

La prima azione che fa un popolo il giorno dopo la caduta di una dittatura è scendere nelle piazze e distruggere i monumenti che rappresentano l’ideologia che li ha governati.

La dittatura, attraverso la propaganda, promette salvezza ed emancipazione , fornisce nuove credenze e ritualità fino ad uniformare il popolo racchiudendolo in un sistema totalitario che non permette la libera espressione.

E’ leggendo l’articolo di Edoardo Castagna sul sito www.avvenire.it, commentato nella puntata di “Pagina 3” del 19 giugno ’14 che mi vengono dei pensieri sull’essere umano: prima necessita di forti ideologie a cui aderire, poi avverte l’oppressione e si ribella.

Questa fenomeno è conosciuto e ben fissato attraverso le immagini nella mente di ognuno di noi: tutti ricordiamo la statua di Lenin che viaggia sui cieli di Berlino al momento della sua rimozione veicolata da un elicottero e la foga della gente che con qualsiasi strumento abbatteva pezzi del muro.

In Italia, nel luglio del 1943, i busti e le effigi di Mussolini venivano rimossi, abbattuti e deturpati in un movimento nazionale e corale.

Come psicoterapeuta mi trovo spesso di fronte, metaforicamente, a persone con il martello che scendono nella loro piazza ad abbattere i monumenti che rappresentano le ideologie che le hanno governate fino a poco tempo prima. Sono mosse da una forza che neanche credevano di avere e sentono che se non abbattono subito e con forza i simboli del loro passato rischiano di ritornare ad essere affascinati e ricadere nella stessa riduzione della libertà individuale che li ha attanagliati per anni.

Alcune volte capita che le statue dei dittatori vengano abbattute per essere poco dopo sostituite da una nuova, apparentemente diversa ma sostanzialmente sovrapponibile. Capirlo è solo una questione di tempo.

Altre volte invece la rivoluzione è reale e profonda. Nonostante un primo smarrimento e reale terrore, la persona riesce a ricreare un nuovo sistema di riferimento basato su ciò che ha appreso essere i propri valori e attraverso i quali può esercitare l’espressione della parte migliore, integra e armoniosa di sé.

Sì, perché quando aderiamo a valori e regole che non ci appartengono non abbiamo la possibilità di esprimere le nostre peculiarità e facciamo nostro il valore dell’uniformazione, della mimési e della trasparenza per non contrastare ciò che è universalmente riconosciuto come giusto.

Mi vengono in mente coppie di marito e moglie che stanno insieme perché separarsi non sta bene.

Mi vengono in mente le ragazze e le donne aspiranti alla taglia 38 e a curve seducenti da esibire, che aderiscono inconsapevolmente (o no) al modello della dittatura dell’immagine mediatica che le vuole belle e sessualmente disponibili sempre.

Mi vengono in mente i nuovi uomini che sono più apprezzati se un po’ meno maschi, un po’ più sottili e asciutti possibilmente con gli addominali scolpiti.

Mi vengono in mente i neonati che per essere bravi bambini devono dormire tutta la notte, piangere poco, accettare di buon grado il biberon e stare nella loro culletta.

La dittatura di oggi però non è solo questo, la dittatura è all’interno della maggior parte di noi. Radicata molto in profondità.

In qualche modo ci impedisce di esprimere la nostra “arte creativa”, ovvero diventare l’essere umano che è in noi.

E’ rappresentata da quel dittatore che ci impone di raggiungere determinati risultati e non ci gratifica mai, oppure che ci invita alla pigrizia e al lassismo mettendoci nella condizione di additare gli altri o gli eventi come cause dei propri mali.

E’ lo stesso dittatore che ci fa credere che il mondo sia un brutto posto quindi è meglio chiudersi e pensare solo per sé.

E quindi? Come si abbatte una dittatura?

Banalmente, per abbattere una dittatura, occorre prima riconoscere di esserne immersi.

Riconoscere che stiamo vivendo in base a delle regole che non ci danno reali benefici e che impegniamo la maggior parte delle nostre risorse energetiche per aderirvi.

Una volta fatto questo primo passaggio la frustrazione fisiologicamente aumenta e si diventa ancora più insofferenti.

L’ideale sarebbe riuscire a trasformare l’insofferenza in azione, potere personale.

Ma come?

Se è vero che ogni rivoluzione inizia dal basso, dobbiamo scendere nella nostra piazza e manifestare contro ciò che non ci sta bene. Tirare fuori, essere onesti e spietati con noi stessi, ricordandoci che il tiranno risiede in noi.

Nella pratica potrebbe essere iniziare a portare attenzione ad ogni cosa che non fa più per noi ma che reiteriamo, tante volte senza rendercene conto.

Una volta individuati i punti fermi che giustificano la rivoluzione interna occorre usare saggezza e lucidità , stesse doti di uno stratega di guerra, e distinguere tra ciò che è nelle nostre possibilità modificare e cos’altro invece possiamo solo accettare. Così da non sprecare energie inutili per tentare di abbattere i mulini a vento.

Come in ogni strategia di guerra occorre studiare attentamente il nemico, interpretare le sue mosse e i suoi tentativi di camuffarsi e travestirsi da alleato.

A questo punto che la rivoluzione abbia inizio: piccoli gesti quotidiani che escono dalla consuetudine e ci dirigono verso ciò che è più adatto a noi. Piccoli passi, ogni giorno, con costanza. Ricordiamoci che i tiranni non sono mai contenti quando vengono eliminati.

Ogni tanto riusciremo a vincere le nostre tendenze e ogni tanto no ma di certo i piccoli miglioramenti non tarderanno a manifestarsi e la folla in piazza sarà sempre più numerosa e affiatata.

E poi con costanza, metodo, fatica, sofferenza il colpo di stato potrà essere effettuato ed il monumento, se proprio lo vogliamo fare, sarà dedicato alla nostra forza di volontà.

Condividi questo articolo...Share on Facebook0Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0