Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Scoachati? Meglio… Coachati!

Ci sono persone che si lamentano costantemente e sembrano perennemente scocciate da ciò che accade loro. A volte non manca la capacità, ma un metodo per passare dal lamento all’azione. È esattamente lo spazio in cui può intervenire un percorso di coaching. Il coaching si rivolge a persone che desiderano migliorare prestazioni e qualità della […]

Psicolab — Scoachati? Meglio… Coachati!
Ci sono persone che si lamentano costantemente e sembrano perennemente scocciate da ciò che accade loro. A volte non manca la capacità, ma un metodo per passare dal lamento all’azione. È esattamente lo spazio in cui può intervenire un percorso di coaching.
Il coaching si rivolge a persone che desiderano migliorare prestazioni e qualità della vita: non è un intervento clinico e non sostituisce psicoterapia o cure mediche quando queste sono indicate. In presenza di sofferenza psicologica significativa è opportuno rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.

Le lamentele più comuni

Il punto di partenza è un elenco che chiunque riconoscerà. Quante persone conosciamo che:

  • non raggiungono i risultati che vorrebbero, nel lavoro o nella vita personale;
  • si sentono bloccate e non riescono ad agire;
  • ritengono di non essere capaci di fare qualcosa e di non avere risorse;
  • dichiarano di non saper comunicare o entrare in relazione;
  • non riescono a organizzarsi;
  • vedono ostacoli continui sul proprio cammino;
  • non hanno fiducia in sé stesse né negli altri;
  • si dicono stressate o esasperate dagli eventi.

Ciò che accomuna queste posizioni non è la difficoltà in sé, ma la formulazione che le accompagna: descrizioni chiuse, che non lasciano spazio a un’azione possibile.

Il presupposto del coaching

Il primo elemento da chiarire è la premessa: chi fa questo lavoro crede nelle potenzialità delle persone.

L’obiettivo è che ciascuno possa attingere alle risorse che già possiede, prendendo consapevolezza di poter dare il meglio di sé. Non si tratta di aggiungere qualcosa dall’esterno, ma di rendere disponibile ciò che è già presente e inutilizzato.

Un buon coach, per questo, dà l’esempio e continua a lavorare su di sé. Ha attitudini, capacità e strumenti che facilitano i processi di cambiamento: prima nei propri confronti, poi in quelli degli altri. Come sintetizza efficacemente il testo: sa essere prima di saper fare.

Dallo stato attuale a quello desiderato

La funzione centrale è accompagnare le persone dal proprio stato attuale a quello desiderato.

Con una precisazione importante: un coach non insegna a vivere. È uno stimolo che orienta agli obiettivi, apre e allena la mente, spinge a considerare prospettive diverse e ad assumersi la responsabilità dei risultati, raggiunti o mancati.

Quest’ultimo punto merita attenzione perché è il più impegnativo. La responsabilità è precisamente ciò che il lamento tende a evitare: finché il problema è attribuito interamente agli eventi o agli altri, non esiste alcuna leva su cui agire. Riconoscere il proprio margine (anche quando è piccolo) è ciò che riapre lo spazio dell’azione.

Le aree di intervento

I risultati possono riguardare ambiti molto diversi:

  • l’autostima;
  • il cambiamento delle credenze limitanti;
  • la definizione degli obiettivi;
  • il miglioramento delle capacità comunicative e relazionali;
  • la gestione dei conflitti;
  • la gestione del tempo;
  • l’acquisizione della fiducia;
  • la gestione degli stati d’animo.

Sono aree diverse ma con un denominatore comune: sono tutte orientate al miglioramento della qualità della vita, e sono tutte allenabili.

Cosa fare e come farlo

Un elemento distintivo riguarda il tipo di supporto offerto: non solo indicare cosa fare, ma fornire gli strumenti su come farlo.

È la differenza tra un consiglio e una competenza. Un suggerimento risolve una situazione; uno strumento appreso resta disponibile per tutte le situazioni successive.

Questo è anche il criterio migliore per valutare la qualità di un percorso: al termine, la persona dovrebbe essere più autonoma, non più dipendente da chi l’ha accompagnata.

Il primo incontro come filtro

Un aspetto professionale spesso trascurato riguarda la selezione.

Un professionista serio lavora solo con persone motivate al cambiamento, e già nel primo colloquio: quello che in gergo viene chiamato intake: dice con chiarezza se può essere utile, senza far perdere tempo a nessuno.

È un criterio da tenere presente anche dal lato di chi si rivolge a un coach: chi accetta chiunque, senza verificare né la motivazione né la pertinenza della domanda, sta offrendo un servizio, non un percorso.

Cosa se ne ricava

Riassumendo, un percorso di questo tipo offre tre opportunità:

  • creare consapevolezza su ciò che accade e sul proprio ruolo in esso;
  • progettare azioni concrete, anziché fermarsi all’analisi;
  • facilitare l’ottenimento di risultati verificabili.

Con un’avvertenza finale, utile a chi vorrebbe suggerirlo a qualcun altro: il percorso funziona solo se la motivazione è della persona interessata. Consigliarlo può essere un gesto di cura, ma la decisione, per definizione, non può essere presa al posto suo.

Domande frequenti

Cosa fa concretamente un coach?

Accompagna la persona dal proprio stato attuale a quello desiderato, orientando agli obiettivi, aprendo prospettive diverse e stimolando l’assunzione di responsabilità sui risultati. Non insegna a vivere e non fornisce soluzioni preconfezionate.

Su quali aree si può lavorare?

Autostima, credenze limitanti, definizione degli obiettivi, capacità comunicative e relazionali, gestione dei conflitti, del tempo e degli stati d’animo. Tutte aree allenabili e orientate alla qualità della vita.

Come si riconosce un buon percorso?

Dal fatto che fornisce strumenti oltre che indicazioni: al termine la persona dovrebbe risultare più autonoma, non più dipendente. Un professionista serio verifica inoltre già dal primo colloquio se può essere utile.

Il coaching sostituisce la psicoterapia?

No. Si rivolge a persone che vogliono migliorare prestazioni e qualità della vita, non alla cura di disturbi psicologici. In presenza di sofferenza significativa occorre rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.

Molte lamentele ricorrenti (sentirsi bloccati, incapaci, privi di risorse) hanno in comune una formulazione chiusa, che non lascia spazio all’azione. Il coaching parte dal presupposto opposto: che le risorse esistano già e vadano rese disponibili. Accompagna dal proprio stato attuale a quello desiderato orientando agli obiettivi e stimolando l’assunzione di responsabilità, precisamente ciò che il lamento tende a evitare. Le aree sono molte e tutte allenabili: autostima, credenze limitanti, comunicazione, conflitti, tempo, stati d’animo. Il criterio di qualità è che vengano forniti strumenti oltre che indicazioni, così che la persona resti più autonoma. E il percorso funziona solo se la motivazione è sua.
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