Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Senza Lavoro a 40 Anni: come Ripartire alla Grande

Perdere il lavoro a quarant’anni è un evento che destabilizza. Ma una parte di quella destabilizzazione non dipende dalla situazione in sé: dipende dal fatto che non era prevista. È una distinzione che non risolve il problema, ma cambia il modo di affrontarlo. La disoccupazione dipende in larga misura da fattori strutturali (congiuntura economica, settore, […]

Psicolab — Senza Lavoro a 40 Anni: come Ripartire alla Grande
Perdere il lavoro a quarant’anni è un evento che destabilizza. Ma una parte di quella destabilizzazione non dipende dalla situazione in sé: dipende dal fatto che non era prevista. È una distinzione che non risolve il problema, ma cambia il modo di affrontarlo.
La disoccupazione dipende in larga misura da fattori strutturali (congiuntura economica, settore, territorio, età) che non sono sotto il controllo individuale. Nulla di quanto segue va inteso come attribuzione di responsabilità a chi non trova lavoro: le indicazioni riguardano ciò su cui è possibile agire, non le cause del problema. Per il sostegno al reddito e all’inserimento lavorativo esistono i Centri per l’impiego e i servizi territoriali dedicati.

Un fenomeno di dimensioni rilevanti

Già in periodi precedenti alle crisi più recenti, i dati indicavano centinaia di migliaia di persone attorno ai quarant’anni impegnate a ricollocarsi dopo aver perso un impiego.

Sono cifre che l’autore giudica peraltro sottostimate, perché derivano dalle rilevazioni delle agenzie per il lavoro, e non tengono conto di chi si muove attraverso canali informali, contatti diretti e reti personali.

È un’osservazione utile anche in senso opposto a quello previsto: significa che molti percorsi di ricollocazione avvengono fuori dai canali ufficiali, e che sottovalutarli porta a cercare solo dove tutti cercano.

Perché la perdita del lavoro destabilizza

La spiegazione proposta è chiara e utile.

Nel lavoro, come nella vita in generale, si consolidano abitudini, consuetudini e convinzioni: esperienze quotidiane ripetute che alimentano un senso di certezza e sicurezza.

Il cambiamento, in questa prospettiva, non è altro che un’esperienza quotidiana diversa dal solito. E se spaventa, è in larga parte perché non era prevista.

Ne discende che chi considera quell’eventualità come possibile (non probabile, semplicemente possibile) ne percepirà l’impatto in modo meno drastico. Non perché sia più forte, ma perché non deve elaborare contemporaneamente la perdita e la sorpresa.

Il prezzo delle certezze

Il ragionamento si estende al di là della situazione critica.

Mantenere a ogni costo schemi e consuetudini (chiamandole “certezze”) riduce l’ansia. Ma comporta due costi.

Il primo: quante esperienze non si provano, e quante capacità inespresse restano tali, restando sempre nello stesso ambiente e allo stesso livello.

Il secondo, più concreto: in caso di interruzione imprevista, ci si trova impreparati a gestire una situazione che risulta critica soprattutto perché inaspettata.

Vale la pena aggiungere che questo argomento vale su un piano di consapevolezza e preparazione, non di colpa: prepararsi a un’eventualità non la rende meno ingiusta quando accade.

Il metodo proposto

L’approccio suggerito, di matrice coaching, si articola in due passaggi.

Primo: riconoscere i propri valori

Porsi ripetutamente (cinque o sei volte di seguito) la domanda: qual è la cosa più importante per me oggi?

Le risposte (salute, famiglia, lavoro, relazioni, stabilità economica) compongono un elenco ordinato per importanza.

La funzione dell’esercizio è farne emergere l’ordine effettivo, che spesso non coincide con quello dichiarato. Ed è quell’ordine reale a spiegare le decisioni prese finora.

La ripetizione della domanda serve proprio a superare le prime risposte, che tendono a essere quelle socialmente attese.

Secondo: definire obiettivi

Individuare almeno tre risultati concreti da raggiungere nel breve e medio periodo: un impiego che valorizzi le competenze e sia coerente con i propri valori, una situazione economica più stabile, altri ambiti della vita.

La funzione non è motivazionale ma pratica: gli obiettivi forniscono il criterio con cui valutare le opportunità che si presenteranno, evitando di accettare la prima disponibile o di rifiutarle tutte.

Mettere in movimento le risorse

Il passaggio operativo consiste nel censire tutto ciò di cui si dispone: competenze, esperienze professionali, conoscenze, e soprattutto i contatti personali accumulati in aziende e settori diversi.

E poi attivarli: telefonare, scrivere, parlare con quante più persone possibile.

È l’indicazione più solida dell’intero testo, e coincide con quanto la ricerca sulle reti sociali ha ampiamente documentato: una quota rilevante delle opportunità lavorative passa attraverso conoscenze indirette, persone che si frequentano poco e che, proprio per questo, hanno accesso a informazioni diverse dalle nostre.

Il ruolo delle convinzioni: con una precisazione

Il testo attribuisce grande peso alle convinzioni personali, richiamando la nota formula secondo cui chi crede di potercela fare e chi crede di non potercela fare hanno entrambi ragione.

La parte utile di questa affermazione è verificabile: la fiducia influenza il comportamento. Chi si aspetta un rifiuto contatta meno persone, si propone con minore convinzione, interrompe la ricerca prima.

Va però detto con altrettanta chiarezza che la convinzione non determina l’esito. Il mercato del lavoro risponde a condizioni oggettive (settore, territorio, congiuntura, discriminazioni legate all’età) che nessun atteggiamento modifica.

Presentare la ricollocazione come una questione di mentalità significa attribuire a chi non riesce una responsabilità che non ha. La formulazione corretta è più modesta e più onesta: l’atteggiamento incide su quanto e come si cerca, non su quanto il mercato offre.

Con una conseguenza pratica sensata: se ci si accorge di non avere la spinta necessaria, conviene lavorare prima su quello (eventualmente con un supporto) anziché avviare una ricerca che si interromperà al primo ostacolo.

Perché cambiare è normale

Un’ultima osservazione riguarda il rapporto tra aspirazioni e realtà.

Quasi tutti, da ragazzi, immaginavano di fare un lavoro specifico. Pochissimi lo fanno.

Non è necessariamente un fallimento: il mondo del lavoro cambia rapidamente, e cambiamo anche noi. Le priorità di cinque anni fa non sono quelle di oggi, ed è del tutto fisiologico.

Da qui la sequenza proposta come conclusione, che ha il pregio della chiarezza: ri-conoscersi, ri-scoprirsi, ri-valutarsi, ri-convincersi, per poi ri-collocarsi.

Domande frequenti

Perché la perdita del lavoro destabilizza tanto?

Perché le abitudini quotidiane alimentano un senso di sicurezza, e la loro interruzione risulta critica in larga parte perché imprevista. Chi considera quell’eventualità come possibile ne percepisce l’impatto in modo meno drastico.

A cosa serve chiedersi più volte cosa è importante?

A superare le prime risposte, che tendono a essere quelle socialmente attese, e a far emergere l’ordine effettivo dei propri valori: che spiega le decisioni prese finora e orienta quelle future.

Le convinzioni personali determinano il risultato?

No. Influenzano quanto e come si cerca (chi si aspetta un rifiuto contatta meno persone e si ferma prima) ma non modificano le condizioni oggettive del mercato del lavoro, che dipendono da fattori strutturali.

Qual è il canale più efficace per ricollocarsi?

La rete di contatti personali. Una quota rilevante delle opportunità passa attraverso conoscenze indirette, persone frequentate di rado che proprio per questo hanno accesso a informazioni diverse dalle nostre.

Perdere il lavoro a quarant’anni destabilizza anche perché l’evento non era previsto: chi lo considera possibile ne assorbe meglio l’impatto, non essendo costretto a elaborare insieme perdita e sorpresa. Il metodo proposto parte dal riconoscere l’ordine effettivo dei propri valori (chiedendosi più volte cosa conta davvero, per superare le risposte socialmente attese) e dal definire obiettivi concreti che facciano da criterio di valutazione. Il passaggio più efficace resta l’attivazione della rete di contatti, coerente con quanto documentato sulla forza dei legami deboli. Con una precisazione necessaria: la fiducia incide su quanto si cerca, non sulle condizioni oggettive del mercato.
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