Psicologia Sociale e del Comportamento

Corona Virus: come affrontare psicologicamente la quarantena

L’isolamento prolungato è stato studiato molto prima del 2020, in contesti in cui alcune persone vivono confinate per mesi. Ciò che si è imparato lì, e ciò che è emerso dopo, indica cosa aiuta davvero e cosa no. Questa pagina rielabora un testo scritto nel giugno 2020: le indicazioni sono qui riformulate alla luce delle […]

Corona Virus: come affrontare psicologicamente la quarantena
L’isolamento prolungato è stato studiato molto prima del 2020, in contesti in cui alcune persone vivono confinate per mesi. Ciò che si è imparato lì, e ciò che è emerso dopo, indica cosa aiuta davvero e cosa no.
Questa pagina rielabora un testo scritto nel giugno 2020: le indicazioni sono qui riformulate alla luce delle ricerche successive. Se il disagio è persistente il riferimento è il medico di base o uno psicologo; in caso di crisi 112, Telefono Amico 02 2327 2327. In presenza di violenza domestica: 1522.

Cosa sapevamo già

Gli studi su equipaggi in ambienti confinati (basi polari, sottomarini, missioni prolungate) avevano identificato regolarità utili.

Il fattore che pesa di più non è lo spazio ma la prevedibilità: routine stabili, compiti definiti e informazioni chiare riducono il disagio più di condizioni materiali migliori.

È documentato un andamento tipico: una fase iniziale di adattamento, un calo dell’umore nella parte centrale del periodo (quando la novità è finita e la fine è ancora lontana) e un miglioramento nella fase conclusiva. Sapere che il calo è atteso ne riduce l’impatto.

La gestione dei conflitti in spazi ristretti emerge come uno dei problemi principali, più della solitudine in sé.

E l’incertezza sulla durata risulta peggiore della durata stessa: un periodo lungo ma definito è più tollerabile di uno breve ma indeterminato.

Cosa hanno confermato le ricerche successive

Le sintesi condotte a distanza permettono un quadro più preciso di quanto si potesse dire allora.

Nelle prime settimane si osservò un aumento dei sintomi ansiosi e depressivi, seguito da un ritorno verso i livelli precedenti più rapido di quanto le previsioni suggerissero.

L’impatto fu però molto diseguale: più marcato per giovani, donne, persone con condizioni preesistenti, chi viveva solo o in spazi ristretti, chi perse il lavoro e chi aveva responsabilità di cura.

Fra i predittori più consistenti di malessere emergono la solitudine percepita e l’insicurezza economica, più dell’esposizione al rischio sanitario.

Va nominato ciò che l’isolamento produsse nell’ombra: l’aumento delle situazioni di violenza domestica, per la convivenza forzata e la riduzione delle vie di uscita.

Cosa aiuta

  • Ritmi regolari: orari di sonno, pasti e attività costanti. È la misura più efficace contro la deriva delle giornate, e agisce sull’umore attraverso il sonno.
  • Separare spazi e tempi dedicati ad attività diverse, anche in modo simbolico, quando lo spazio fisico non lo consente.
  • Limitare l’informazione a momenti definiti e a fonti affidabili: il monitoraggio continuo è associato a maggiore disagio, con relazione probabilmente reciproca.
  • Mantenere il contatto sociale, anche mediato: la solitudine percepita conta più del numero di persone.
  • Attività fisica, con effetti su umore e sonno indipendenti dallo spazio disponibile.
  • Agire su ciò che è controllabile: è il modo più efficace di ridurre la paura senza doverla negare.

Sull’attenzione selettiva richiamata dal testo originale, vale una precisazione: dirigerla deliberatamente altrove funziona meno di quanto si creda, mentre la rivalutazione (cambiare il significato attribuito alla situazione) ha supporto migliore. E la soppressione delle emozioni è fra le strategie con gli esiti peggiori.

Cosa non aiuta

Va detto perché ricorre in ogni elenco di consigli.

Trasformare il periodo in un’occasione di produttività: la pressione a sfruttare il tempo è associata a maggiore stress, e non tiene conto delle condizioni molto diverse in cui le persone si trovano.

Minimizzare o deridere chi ha paura: non riduce l’ansia e riduce la disponibilità a collaborare.

Confrontarsi con l’esperienza altrui: chi vive solo in un monolocale e chi ha un giardino non stanno attraversando la stessa cosa.

Un’ultima indicazione con supporto specifico: quando il confinamento finisce, il ritorno alla normalità non è immediato. Le difficoltà di riadattamento sono documentate nei contesti confinati e sono un fenomeno atteso, non un segnale di fragilità.

Domande frequenti

Cosa pesa di piu in un isolamento prolungato?

La prevedibilita: routine stabili e informazioni chiare contano piu delle condizioni materiali. E l’incertezza sulla durata pesa piu della durata stessa.

Il calo dell’umore a meta periodo e normale?

E un andamento documentato negli studi sugli ambienti confinati: adattamento iniziale, calo nella fase centrale, miglioramento verso la fine.

Chi ha sofferto di piu durante l’isolamento?

Giovani, donne, persone con condizioni preesistenti, chi viveva solo o in spazi ristretti e chi perse il lavoro. Pesarono soprattutto solitudine e insicurezza economica.

Conviene approfittarne per essere produttivi?

La pressione a sfruttare il tempo e associata a maggiore stress, e ignora quanto diverse siano le condizioni in cui ciascuno si trova.

Negli ambienti confinati il fattore decisivo e la prevedibilita, non lo spazio, e l’incertezza sulla durata pesa piu della durata. Il calo dell’umore a meta periodo e atteso. Le ricerche sull’isolamento del 2020 confermano un aumento iniziale di ansia e depressione seguito da recupero, ma molto diseguale: contarono solitudine e insicurezza economica. Cio che aiuta e concreto (ritmi, contatti, movimento, informazione limitata) e la pressione alla produttivita non aiuta affatto.
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