Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Coaching e il Valore di Ciò che è Presente

La maggior parte degli approcci al cambiamento parte da ciò che manca o da ciò che va corretto. Un modello di coaching presentato a Bologna rovescia l’impostazione: parte da ciò che già funziona, e aggiunge invece di eliminare. Precisazione: il modello descritto attinge alla Gestalt e alla programmazione neuro-linguistica, quest’ultima priva di validazione scientifica. Il […]

Psicolab — Il Coaching e il Valore di Ciò che è Presente
La maggior parte degli approcci al cambiamento parte da ciò che manca o da ciò che va corretto. Un modello di coaching presentato a Bologna rovescia l’impostazione: parte da ciò che già funziona, e aggiunge invece di eliminare.
Precisazione: il modello descritto attinge alla Gestalt e alla programmazione neuro-linguistica, quest’ultima priva di validazione scientifica. Il coaching non è psicoterapia e non è indicato in presenza di sofferenza psicologica significativa: in quel caso il riferimento è uno psicologo o psicoterapeuta abilitato. Articolo divulgativo.

Il contesto

Il modello è stato presentato da Jan Ardui (psicoterapeuta della Gestalt, con formazione in scienze sociali e trainer di PNL) nell’ambito di un seminario su executive e life coaching, all’interno di un programma internazionale di sviluppo delle competenze manageriali.

La domanda centrale

Tutto il modello ruota attorno a un interrogativo: qual è la verità e il valore di ciò che è presente?

L’approccio si focalizza sulla consapevolezza profonda, ottenuta rendendo visibile e utilizzabile ciò che già c’è.

Il ruolo di chi accompagna è definito con precisione: partendo da una posizione non giudicante, restituisce alla persona quanto è presente attraverso un feedback riflessivo, rendendolo visibile.

Perché la restituzione conta

Vale la pena esplicitare il meccanismo, perché è l’elemento più solido dell’impianto.

Le strategie che una persona usa quando funziona bene sono spesso invisibili a lei stessa: sono automatiche, e proprio per questo non vengono riconosciute come competenze. Un osservatore esterno può nominarle, e nominarle le rende disponibili, cioè utilizzabili anche in contesti diversi da quelli in cui si sono formate.

È un’operazione diversa dall’incoraggiamento: non si tratta di dire a qualcuno che è capace, ma di mostrargli come lo è stato.

Il principio organizzatore

Il modello cerca di individuare quello che chiama principio organizzatore dell’eccellenza di una persona: il criterio ricorrente che struttura i suoi pensieri e le sue azioni.

Il procedimento parte dalle espressioni concrete (comportamenti e attività osservabili) per risalire alle strutture profonde: strategie, credenze, valori, presupposizioni.

L’obiettivo non è correggere, ma disporre di una base su cui allargare prospettive e possibilità.

I momenti di eccellenza

Il presupposto è che chiunque possa individuare esperienze in cui si è sentito eccellente, e che in quelle occasioni abbia utilizzato una strategia specifica.

I momenti di questo tipo sarebbero caratterizzati dalla combinazione di complementarietà generative: coppie di elementi apparentemente opposti che in realtà cooperano.

L’esempio usato è efficace: la bicicletta, che per stare in equilibrio deve muoversi.

L’immagine coglie qualcosa di reale. Molte competenze richiedono la tenuta simultanea di poli che sembrano escludersi: rigore e flessibilità, autonomia e ascolto, determinazione e capacità di cambiare idea. Chi le padroneggia non ha scelto tra i due: li fa lavorare insieme.

La “coreografia” personale

La parte più estesa del processo è dedicata a ricostruire quella che il modello chiama coreografia di una persona: il tema che tiene insieme elementi diversi:

  • le radici;
  • le azioni, i rituali e i contesti;
  • i punti di forza e di debolezza;
  • le missioni, intese come valori e basi di autorità;
  • le aspirazioni: obiettivi, progetti, sogni.

Conoscere questo principio organizzativo consente, nelle situazioni da risolvere, di utilizzare ciò che esiste aggiungendo qualcosa di nuovo, anziché eliminare.

Aggiungere invece di togliere

È il principio che regge l’intero approccio, e merita di essere valutato per quello che vale.

Il vantaggio è concreto. Un intervento fondato sull’eliminazione di un comportamento incontra due ostacoli: quel comportamento in genere assolve una funzione, e rimuoverlo lascia un vuoto; inoltre chiede alla persona di considerare sbagliato qualcosa che le appartiene, il che genera resistenza.

Ampliare il repertorio disponibile evita entrambi i problemi: non toglie nulla, aggiunge alternative tra cui scegliere.

Con un limite da riconoscere: non tutto è arricchibile. Alcuni comportamenti sono dannosi e vanno interrotti, non integrati. L’approccio additivo funziona bene sullo sviluppo di potenzialità, molto meno dove serve un cambiamento netto.

Domande frequenti

Cosa significa partire da ciò che è presente?

Individuare e valorizzare le strategie che la persona già utilizza quando funziona bene, anziché concentrarsi su ciò che manca o va corretto. Il presupposto è che quelle strategie esistano già ma siano invisibili a chi le usa.

Cos’è il principio organizzatore?

Il criterio ricorrente che struttura pensieri e azioni di una persona. Si ricostruisce partendo da comportamenti osservabili per risalire a strategie, credenze, valori e presupposizioni.

Cosa sono le complementarietà generative?

Coppie di elementi apparentemente opposti che in realtà cooperano: come la bicicletta che per stare in equilibrio deve muoversi. Molte competenze richiedono di tenere insieme poli che sembrano escludersi.

L’approccio additivo funziona sempre?

No. Funziona bene sullo sviluppo di potenzialità, perché evita di lasciare vuoti e di generare resistenza. Ma alcuni comportamenti dannosi vanno interrotti, non integrati con alternative.

Il modello ribalta l’impostazione consueta: anziché individuare ciò che manca, cerca il principio organizzatore che già struttura i momenti in cui una persona funziona bene. Il meccanismo più solido è la restituzione, le strategie efficaci sono spesso invisibili a chi le usa perché automatiche, e nominarle le rende trasferibili ad altri contesti. Non si tratta di dire a qualcuno che è capace, ma di mostrargli come lo è stato. L’idea delle complementarietà generative coglie qualcosa di reale: molte competenze consistono nel tenere insieme poli che sembrano escludersi. Con un limite: aggiungere alternative funziona sulle potenzialità, non dove serve interrompere qualcosa.
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