Che cos’è l’autostima
Una definizione operativa utile: l’autostima è il rapporto tra come siamo e come vorremmo essere, soprattutto quando a quel rapporto si aggiunge un giudizio.
È una formulazione preziosa perché indica due leve distinte su cui si può intervenire: modificare ciò che si è, oppure modificare l’immagine di ciò che si dovrebbe essere. E spesso è la seconda a essere più irrealistica della prima.
Vale anche la pena notare che il termine ricorre più spesso riferito all’universo femminile che a quello maschile. Un dato che non ha spiegazioni semplici, ma che segnala l’esistenza di una pressione asimmetrica sull’immagine di sé.
Un gruppo eterogeneo
Il corso ha coinvolto donne di età molto diverse (dai quattordici ai settantaquattro anni) con storie e motivazioni altrettanto varie:
- la giovane madre che riesce a ritagliarsi un po’ di tempo per sé;
- la libera professionista affermata in cerca di nuova ispirazione;
- la studentessa che sta progettando il proprio futuro;
- la partecipante più anziana che ha ancora voglia di scoprirsi.
Questa eterogeneità è di per sé significativa: mostra che il tema non appartiene a una fase della vita, ma attraversa tutte le età.
Perché il contrasto funziona
La scelta del rugby ha innanzitutto un effetto pratico: l’accostamento genera curiosità, tanto da attirare l’attenzione dei media.
Ma il contrasto è voluto sul piano formativo, per una ragione precisa: innescare il cambiamento.
La domanda che orienta il metodo è netta. Si impara meglio passando una giornata seduti ad ascoltare teorie sull’autostima, oppure scontrandosi con un’esperienza che non si immaginava sarebbe andata così: scoprendo che, una volta coinvolti, si è capaci di andare oltre le proprie aspettative, rosee o cupe che fossero?
È il fondamento della formazione esperienziale e di molte metodologie di coaching: non si teorizza cosa fare, si stimola la persona toccando le corde giuste, attraverso domande e strumenti diversi.
Il ruolo dello shock
Perché ci sia possibilità di cambiamento, sostiene l’autrice, serve uno shock: inteso come discontinuità rispetto all’esperienza attesa.
Nel caso descritto, la maggior parte delle partecipanti non si sarebbe mai aspettata di ritrovarsi a placcare giocatori professionisti, rotolarsi nel fango, essere sollevata per prendere una palla, procurarsi qualche graffio e qualche livido, e nonostante tutto rientrare in campo.
È quest’ultimo elemento il più significativo. Non la prestazione, ma la scoperta di essere disposte a riprovarci dopo essersi fatte male. È un’informazione su di sé che nessuna riflessione teorica può fornire.
Perché proprio il rugby
Chi organizza da tempo progetti formativi con questo sport ne conosce la forza come metafora di vita, specialmente per i gruppi: sostegno, fiducia, rispetto, leadership sono principi che il gioco mette in scena in modo concreto.
L’elemento nuovo, in questa esperienza, è stato utilizzarlo per lo sviluppo individuale anziché per il lavoro di squadra. E la capacità di coinvolgimento si è confermata anche in questa applicazione, grazie al contributo dei tecnici e dei giocatori che hanno assistito in campo.
La condizione che rende possibile tutto
C’è un passaggio che merita di essere isolato, perché riguarda ogni processo formativo e non solo questo.
Molto è dipeso dalle partecipanti stesse, che hanno accettato la sfida e si sono messe in gioco fino alla fine. E quando accade che le persone si affidino completamente (donandosi, in un certo senso) si verifica qualcosa di prezioso.
Quell’affidamento è infatti la condizione essenziale perché il processo formativo funzioni. Nessun metodo, per quanto raffinato, produce risultati se chi partecipa resta in posizione difensiva. Ed è una responsabilità che ricade su chi conduce: costruire le condizioni perché quel passaggio sia possibile.
Il salto lo fanno loro
La conclusione è netta ed evita ogni retorica.
Il ragionamento che le partecipanti possono fare è semplice: se in un paio d’ore si è riusciti in qualcosa che sembrava fuori portata, quante altre possibilità restano ancora inesplorate?
Con una precisazione importante, che l’autrice fa esplicitamente: non si tratta di fare “cose da uomini” per aumentare la propria autostima. L’elemento decisivo è essersi misurate su potenzialità prima non considerate, quali che siano.
È questo il primo passo per individuarne altre ancora inespresse e per ridurre progressivamente quella distanza tra come mi vedo e come vorrei essere da cui siamo partiti.
Un’onestà finale
L’articolo si chiude con una nota di realismo che vale più di molte promesse: due ore sul campo e un pomeriggio di lavoro non bastano a ottenere tutto questo.
Ma la miccia è innescata. E in percorsi di questo tipo è precisamente quello il risultato onesto da attendersi: non una trasformazione, ma un’esperienza contraddittoria abbastanza forte da non poter essere archiviata, e da continuare a lavorare nei mesi successivi.
Domande frequenti
Come si definisce l’autostima?
Come il rapporto tra come siamo e come vorremmo essere, soprattutto quando vi si aggiunge un giudizio. La definizione indica due leve: modificare ciò che si è, oppure rendere più realistica l’immagine di ciò che si dovrebbe essere.
Perché serve uno “shock” formativo?
Perché il cambiamento si innesca quando l’esperienza contraddice le aspettative. Scoprire di essere capaci di qualcosa che si riteneva fuori portata è un’informazione su di sé che nessuna spiegazione teorica può fornire.
Bisogna fare “cose da uomini” per aumentare l’autostima?
No, e l’autrice lo precisa esplicitamente. L’elemento decisivo non è il tipo di attività, ma il fatto di essersi misurate su potenzialità prima non considerate: quali che siano.
Qual è la condizione perché un percorso formativo funzioni?
L’affidamento dei partecipanti. Nessun metodo produce risultati se chi partecipa resta in posizione difensiva, ed è responsabilità di chi conduce costruire le condizioni perché quel passaggio sia possibile.