Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Amartya Sen e la Misurazione della Felicità

Si può misurare il benessere di una società? E se sì, con quale strumento: il reddito, la felicità dichiarata, o qualcosa di diverso da entrambi? È la domanda al centro della lezione con cui Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia, ha aperto la IX edizione del Programma Internazionale di Sviluppo delle Competenze Economiche e Manageriali […]

Psicolab — Amartya Sen e la Misurazione della Felicità
Si può misurare il benessere di una società? E se sì, con quale strumento: il reddito, la felicità dichiarata, o qualcosa di diverso da entrambi? È la domanda al centro della lezione con cui Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia, ha aperto la IX edizione del Programma Internazionale di Sviluppo delle Competenze Economiche e Manageriali del CTC di Bologna.

Chi è Amartya Sen

Insignito del Nobel nel 1998 «per il suo contributo all’economia del welfare», l’economista indiano ha svolto ricerche che hanno inciso ben oltre la teoria economica.

I suoi ambiti di lavoro comprendono:

  • la filosofia politica, morale e legale;
  • lo studio delle cause e delle misure preventive contro le carestie;
  • l’analisi delle disuguaglianze legate a classe e genere;
  • la teoria assiomatica della scelta e la teoria della decisione.

È questa ampiezza a spiegare perché il suo intervento risulti interessante anche a chi si occupa di ambiti apparentemente distanti dall’economia: come le risorse umane, la formazione o la psicologia.

Il limite delle misure standard

Il percorso della lezione è stato costruito come un’analisi progressiva degli approcci finora usati per stimare il benessere.

Primo approccio: il PIL

La misura tradizionale è quella dell’opulenza economica, cioè il prodotto interno lordo.

Le obiezioni sono note ma vale la pena elencarle: è corretto valutare solo il reddito? E come si trattano le transazioni di beni non di mercato, con tutte le variabili che comportano, il lavoro di cura, i beni comuni, ciò che non passa da uno scambio monetario?

Secondo approccio: la felicità

L’alternativa proposta negli ultimi decenni è la misurazione della felicità come riflesso del benessere.

Anche qui Sen solleva obiezioni precise, e sono le più interessanti dal punto di vista psicologico:

  • è legittimo valutare la felicità solo nella sua dimensione di utilità?
  • si possono paragonare le felicità di due individui diversi come se fossero commensurabili?
  • ed è giusto non considerare l’adeguamento ai ruoli, con la conseguente distorsione della scala della felicità?

Perché l’ultima obiezione è decisiva

Il terzo punto merita di essere esplicitato, perché è il più controintuitivo.

Le persone tendono ad adattare le proprie aspettative alle condizioni in cui vivono. Chi ha vissuto a lungo in una situazione di privazione può dichiararsi soddisfatto semplicemente perché ha imparato a non desiderare ciò che non ha mai potuto avere.

Ne consegue un paradosso: una misura basata sulla felicità dichiarata rischia di rendere invisibili proprio le disuguaglianze più profonde e più radicate. È una delle critiche più solide che Sen ha rivolto agli indicatori soggettivi di benessere.

L’alternativa: capacità e libertà

Da questa analisi discende la proposta: considerare come criterio le capacità e le libertà, il tutto nell’ottica della sostenibilità.

Il cambiamento di prospettiva è sostanziale. Non si chiede più quanto una persona possieda, né quanto si dichiari soddisfatta, ma cosa quella persona è effettivamente in grado di fare ed essere: quali possibilità reali ha a disposizione.

È un criterio che resiste al problema dell’adattamento: le opzioni disponibili restano poche anche quando chi le subisce ha smesso di percepirle come insufficienti.

Pazienti o agenti

Il passaggio conclusivo è quello con la portata più ampia.

Secondo Sen è auspicabile andare oltre gli standard attuali di qualità della vita, sviluppando il senso dei valori e della responsabilità (con regolamentazione e sostegno) nei confronti delle capacità e delle libertà del domani.

La ragione è contenuta in una distinzione: non siamo solo “pazienti”, le cui necessità meritano considerazione, ma “agenti”, portatori di potenzialità.

È una formulazione che ha implicazioni dirette per chi si occupa di persone. Trattare qualcuno come paziente significa chiedersi di cosa ha bisogno; trattarlo come agente significa chiedersi cosa è in grado di fare se le condizioni glielo permettono. Le due domande producono interventi molto diversi.

Il richiamo iniziale

L’intervento si era aperto con un riferimento a Dante e all’immagine di creature nate per l’ascesa e dotate di ali, che tuttavia cadono al primo vento debole.

Il senso del richiamo, nella lettura proposta, riguarda l’importanza di riacquistare fiducia come condizione per crescere: un tema che collega direttamente la riflessione economica a quella sullo sviluppo personale.

Domande frequenti

Perché il PIL non basta a misurare il benessere?

Perché valuta solo il reddito e non considera adeguatamente le transazioni di beni non di mercato: il lavoro di cura, i beni comuni, tutto ciò che non passa da uno scambio monetario.

Qual è il problema della misurazione della felicità?

Le persone adattano le aspettative alle condizioni in cui vivono. Chi ha subito a lungo una privazione può dichiararsi soddisfatto, e questo rende invisibili proprio le disuguaglianze più radicate.

Cosa propone Sen al posto di questi indicatori?

Un approccio basato su capacità e libertà: non quanto una persona possiede o quanto si dichiara soddisfatta, ma cosa è effettivamente in grado di fare ed essere, cioè quali possibilità reali ha a disposizione.

Cosa significa la distinzione tra pazienti e agenti?

Che le persone non sono solo portatrici di bisogni da soddisfare, ma soggetti dotati di potenzialità. Chiedersi di cosa qualcuno ha bisogno e chiedersi cosa è in grado di fare porta a interventi molto diversi.

Sen smonta in sequenza le due misure principali del benessere. Il PIL valuta solo il reddito e ignora tutto ciò che non passa dal mercato. La misurazione della felicità ha un difetto più sottile: le persone adattano le aspettative alle condizioni in cui vivono, così chi ha subito privazioni a lungo può dichiararsi soddisfatto, e le disuguaglianze più profonde diventano invisibili. L’alternativa proposta è valutare capacità e libertà, cioè cosa una persona è effettivamente in grado di fare ed essere. Ne discende una distinzione con implicazioni ampie: non siamo solo pazienti con bisogni da considerare, ma agenti con potenzialità da rendere esercitabili.
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