Psicoterapia e Psicoanalisi

Neuropedagogia Implicata

Per secoli abbiamo pensato che si imparasse solo con la ragione, con una “sana capacità mentale”. Ma le neuroscienze hanno cambiato radicalmente questa visione, mostrando che emozioni e affetti sono parte integrante dell’intelligenza e dell’apprendimento. La neuropedagogia nasce proprio da qui: dall’idea che un bambino conosca il mondo prima attraverso le emozioni e le relazioni […]

Psicolab — Neuropedagogia Implicata
Per secoli abbiamo pensato che si imparasse solo con la ragione, con una “sana capacità mentale”. Ma le neuroscienze hanno cambiato radicalmente questa visione, mostrando che emozioni e affetti sono parte integrante dell’intelligenza e dell’apprendimento. La neuropedagogia nasce proprio da qui: dall’idea che un bambino conosca il mondo prima attraverso le emozioni e le relazioni che attraverso i concetti. Scopriamo cosa significa una pedagogia fondata sulla relazione, quali sono le diverse forme di intelligenza e perché “far sentire” conta quanto insegnare.

Oltre il modello razionalistico

A partire dall’Illuminismo, la cultura occidentale ha posto al centro la struttura conoscitiva dell’uomo, con una visione razionalistica che ha portato a credere di poter risolvere ogni problema con l’aiuto della sola ragione. Questo modello, però, non è stato in grado di affrontare le trasformazioni profonde di una società sempre più complessa e competitiva, che ha influenzato negativamente la vita del singolo, della famiglia e del contesto sociale. Non a caso oggi molti giovani vivono momenti di stallo e di frustrazione, la famiglia è in crisi e la scuola ha in parte perso la sua funzione di guida.

Il superamento del modello puramente razionalistico ha aperto la strada a ciò che Daniel Goleman ha chiamato “intelligenza emotiva”. Una concezione più globale e centrata sui valori, che tiene maggiormente conto delle differenze, della disabilità, del disagio e delle reazioni allo stress e al trauma. Su questa scia, gli studi delle neuroscienze, a partire dall’importanza delle strutture cerebrali frontali e prefrontali evidenziata da António Damásio, hanno permesso di ripensare lo sviluppo psichico come intreccio di tre direttrici: emotiva, affettiva e cognitiva.

Le forme dell’intelligenza

Fino a pochi anni fa la parola “intelligenza” indicava solo le qualità razionali dell’essere umano, in linea con il “cogito ergo sum” di Cartesio. Oggi le neuroscienze riconoscono una visione più complessa e globale, che distingue diverse forme di intelligenza, sempre compresenti ma con prevalenze diverse da persona a persona.

  • Intelligenza emotiva. È sostenuta dall’attività del sistema limbico, una struttura arcaica e filogeneticamente primitiva. La sua attività è prevalentemente riflessa, determinata da uno stimolo esterno o interno, con un netto significato adattivo e difensivo. Comprende nuclei come l’ipotalamo, il che spiega la forte partecipazione del corpo nelle risposte emotive.
  • Intelligenza affettiva. Riflette l’attività della corteccia e delle strutture frontali e prefrontali. Ha il compito di modulare le risposte emotive e di organizzare l’attività dei valori. Con essa il soggetto raggiunge un senso valoriale di sé e dell’Altro e costruisce un “senso di verità”.
  • Intelligenza cognitivo-intellettiva. È il frutto di un’integrazione complessa di emozioni, affetti e componenti percettive. Apre all’attività analitico-deduttiva, al problem solving e a tutte le espressioni di tipo simbolico e concettuale.

Questa suddivisione risponde a un’esigenza di ordine, ma le tre funzioni agiscono sempre insieme, con prevalenze che determinano il carattere, il temperamento e la personalità di ciascuno.

L’intelligenza intuitiva

Si parla spesso anche di “intelligenza intuitiva”, un tema a lungo trascurato perché considerato poco affidabile o quasi infantile. Eppure il lavoro con i bambini mostra la sua realtà: pensiamo a quando un bambino, senza saper spiegare il perché, afferma “io so che è così”. È qualcosa a metà strada tra l’affettivo e il cognitivo: è soddisfacente, dà un senso di verità, è libera da dubbi, tiene conto delle impressioni sensoriali e acquista una parvenza di certezza. L’intuizione dona sicurezza e possibilità di crescita, specie nell’infanzia, ma va presa con cautela, perché il margine di errore è grande. Con il tempo tende ad affievolirsi, sostituita da processi mentali più precisi e integrati. Alcuni ipotizzano che nasca da aree e funzioni cerebrali affini a quelle attive nel sogno, ancora poco conosciute.

Il cervello come “morbida creta”

Uno dei principi cardine della neuropedagogia è la plasticità cerebrale. Come afferma lo psicologo Reuven Feuerstein, il cervello non è immodificabile, ma è come una “morbida creta continuamente plasmata”. La ricerca ha mostrato che questa plasticità si mantiene a lungo negli anni, e che cambiamenti possono essere indotti anche in età avanzata. Il soggetto, dunque, è il risultato di molti fattori: le qualità genetiche e strutturali, le influenze percettive e i vissuti, l’organizzazione affettiva che si struttura nel tempo, le dinamiche intrapsichiche inconsce, l’integrazione relazionale e sociale, e l’apprendimento ricevuto in famiglia e a scuola.

Ne deriva una conseguenza importante per l’educazione: di fronte alla “diversità” o alla difficoltà non ci si deve limitare ad “accettarle” come immodificabili, come troppo spesso si è fatto, ma ci si può porre con il proposito di produrre cambiamenti. L’intelligenza è una capacità dinamica, che si sviluppa e cambia con interventi appropriati: crescere non si insegna, ma si può indurre, facendo apprendere nuove abilità e sviluppando l’immaginazione.

Imparare attraverso la relazione

Il cuore della neuropedagogia è l’idea che la relazione sia il fondamento di ogni cambiamento positivo. Ogni insegnante sa, anche per intuito, che i bambini imparano meglio e più in fretta in un’atmosfera di accettazione, accoglienza e affetto. Il bambino, del resto, non conosce il mondo attraverso i concetti come l’adulto, ma attraverso le emozioni: non basta insegnare le cose, bisogna farle “sentire”.

Da qui l’importanza di sostituire il “freddo” insegnamento con un vero meccanismo di apprendimento. Come suggeriscono diversi autori, occorre creare “uno spazio di non sapere” in cui il soggetto possa trovare sé stesso, le proprie potenzialità e i propri schemi mentali. Non servono assillanti interrogazioni, ma supporti che attivino competenze, volontà, desiderio e curiosità. Diventa fondamentale creare il piacere di provare cose nuove, riempirsi di curiosità e di ottimismo.

I principi di una pedagogia relazionale

Dall’esperienza con bambini e ragazzi, anche con disabilità, emergono alcuni principi guida per stimolare lo sviluppo:

  • Contenere ed evitare le crisi emotive (ansie e paure), che inducono blocchi e frustrazione: la noia, in particolare, è micidiale.
  • Portare il bambino a credere in sé stesso e nelle proprie potenzialità, senza paura di prendere iniziative.
  • Non attribuire mai la colpa degli insuccessi al bambino, ma affrontarli insieme: la coppia educativa alunno-insegnante è un tutt’uno in cui il sapere circola in un sistema che cambia continuamente direzione.
  • Stimolare la creatività, la molteplicità espressiva, lo stupore del risultato.
  • Ricordare che gli affetti non sono semplici “carezze”: appartengono al mondo dei valori, e significano riconoscere nell’Altro il suo “senso di importanza”, il valore di essere unico nella sua individualità.

In questo approccio, non è il docente che “insegna” imponendo il sapere, ma il soggetto che si apre all’apprendimento grazie ai legami di fiducia che il maestro sa creare. È la parola che circola, perché tutti hanno qualcosa da dire, da mostrare, da comprendere. L’errore del modello razionalista sta proprio nel credere che l’unico mezzo per far crescere passi attraverso strumenti verbali e concettuali: al bambino, come insegnava Lacan, non manca il simbolico, ma spesso l’immaginario.

La relazione triadica e la neuropedagogia “implicata”

Lo sviluppo psichico maturo si apre alle dinamiche della relazione, degli affetti e dei valori. Il bambino deve superare le relazioni “diadiche”, per lo più adesive e simbiotiche, per entrare in dinamiche “triadiche” in cui circola la parola e nasce il linguaggio. È in questo scambio, all’ombra di una “legge d’amore” che lega tra uguali nel rispetto di regole comuni, che il soggetto trova nell’Altro lo spazio per crescere.

Si parla allora di neuropedagogia “implicata” perché l’educatore non si limita ad applicare le proprie conoscenze, né a trasmetterle o imporle: partecipa attivamente alla relazione, aiutando il soggetto a liberarsi dai propri conflitti, a perdonare i propri errori e a scoprire le proprie potenzialità. Una pedagogia che, da un lato, studia i processi affettivi e cognitivi del soggetto, e dall’altro trasforma il “desiderio” dell’educatore nel desiderio del ragazzo di essere, divenire e crescere. In questo “far circolare la parola” sta la vera forza della comprensione, che è comunicazione, relazione e integrazione.

Domande frequenti

Cos’è la neuropedagogia?

È un approccio educativo che integra le acquisizioni delle neuroscienze con la pedagogia, riconoscendo che emozioni, affetti e relazioni sono parte integrante dell’apprendimento. Mette al centro la persona e valorizza la plasticità cerebrale e la dimensione relazionale.

Quali forme di intelligenza esistono secondo questo modello?

Almeno tre principali: l’intelligenza emotiva (legata al sistema limbico e alle risposte adattive), l’intelligenza affettiva (legata alle strutture frontali e ai valori) e l’intelligenza cognitivo-intellettiva (analitica e simbolica). Si aggiunge una quarta forma, l’intelligenza intuitiva, ancora poco compresa.

Perché la relazione è così importante nell’apprendimento?

Perché il bambino conosce il mondo prima attraverso le emozioni che attraverso i concetti. Un’atmosfera di accettazione, accoglienza e affetto favorisce l’apprendimento, mentre l’ansia e la frustrazione lo bloccano. La relazione è il fondamento di ogni cambiamento positivo.

Cosa significa che il cervello è “plastico”?

Significa che non è immodificabile, ma può cambiare in risposta alle esperienze, come una “morbida creta”. Questa plasticità si mantiene a lungo, anche in età avanzata, e apre alla possibilità di indurre cambiamenti e crescita con interventi educativi appropriati.

La neuropedagogia rovescia l’idea che si impari solo con la ragione: emozioni, affetti e relazioni sono parte integrante dell’intelligenza e dell’apprendimento. Accanto all’intelligenza cognitiva esistono quella emotiva, affettiva e intuitiva, tutte compresenti. Grazie alla plasticità cerebrale, il cambiamento è sempre possibile, anche di fronte alla difficoltà. Ma la chiave è la relazione: il bambino conosce il mondo attraverso le emozioni, e impara davvero solo in un clima di accoglienza e fiducia. Non basta insegnare: bisogna far “sentire”, creando quello spazio in cui ognuno possa scoprire, e riconoscere, le proprie potenzialità.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *