Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

L’Importanza della Comunicazione

Insegnare non è solo trasmettere contenuti: è, prima di tutto, costruire relazioni. La qualità della comunicazione tra insegnante, alunni, famiglie e colleghi incide profondamente sul successo educativo. Saper ascoltare, gestire le comunicazioni difficili e valorizzare i punti di vista diversi sono competenze relazionali decisive, tanto quanto la preparazione sui contenuti. Due livelli in ogni relazione […]

Psicolab — L’Importanza della Comunicazione
Insegnare non è solo trasmettere contenuti: è, prima di tutto, costruire relazioni. La qualità della comunicazione tra insegnante, alunni, famiglie e colleghi incide profondamente sul successo educativo. Saper ascoltare, gestire le comunicazioni difficili e valorizzare i punti di vista diversi sono competenze relazionali decisive, tanto quanto la preparazione sui contenuti.

Due livelli in ogni relazione professionale

Tutte le professioni che si svolgono all’interno di rapporti interpersonali operano su due livelli: uno contenutistico, legato al ruolo e alle competenze, e uno relazionale, che riguarda gli aspetti più sottili della comunicazione e della capacità di interagire in modo efficace con l’altro. Il lavoro dell’insegnante rientra pienamente in questa categoria.

Il nodo fondamentale della funzione docente è proprio la relazione. È al suo interno che l’insegnante efficace può creare un contatto emotivamente significativo, capace di motivare l’alunno e di rendere durature le conoscenze e le competenze acquisite. Attraverso una relazione positiva, inoltre, l’insegnante aiuta gli allievi a costruire un’identità consapevole di sé, dei propri limiti e dell’arricchimento che nasce dal confronto con l’altro.

Il circolo vizioso del rifiuto

Quando la relazione tra allievo e insegnante si blocca, spesso si innesca un circolo vizioso che conduce al fallimento didattico. Il rifiuto delle materie di studio da parte dell’allievo è in realtà spesso diretto al docente; a questo può seguire un rifiuto, più o meno consapevole, dell’allievo da parte dell’insegnante, con la compromissione dell’intero percorso educativo.

A complicare le cose, gli alunni proiettano sui docenti modelli relazionali disfunzionali acquisiti al di fuori della scuola. Per questo chi insegna ha bisogno di padroneggiare gli strumenti comunicativi e relazionali, per non diventare vittima inconsapevole di distorsioni prodotte altrove. Il fallimento del lavoro didattico, del resto, ha sempre ripercussioni emotive significative, sia per l’insegnante sia per l’allievo, incidendo sulla motivazione a proseguire il proprio percorso.

Ascoltare senza giudicare

Tra le competenze più preziose per un insegnante c’è la capacità di ascoltare senza emettere giudizi, di non fornire soluzioni affrettate, di non supportare affettivamente più del dovuto, e di capire quanto sia “il dovuto”. Sono compiti difficili e di grande responsabilità, resi ancora più complessi dal fatto che l’insegnante interagisce non solo con gli alunni, ma con colleghi, famiglie e dirigenza.

Con i colleghi, il lavoro in équipe richiede ascolto e capacità di confronto sereno, senza rigidità ma anche senza eccessive sottomissioni. Con le famiglie, molte energie sono dedicate a costruire relazioni collaborative: nei momenti di difficoltà può essere utile sospendere la riflessione sui contenuti per concentrarsi sullo stile comunicativo adottato e sulla relazione che si sta creando. Non sorprende che, per tutte queste ragioni, la professione docente sia particolarmente esposta al rischio di burnout, caratterizzato da impotenza, demotivazione e perdita di interesse.

Quando la comunicazione con i genitori si complica

Una situazione ricorrente è quella in cui il docente deve informare i genitori di difficoltà riscontrate nel comportamento o nell’apprendimento del figlio. Può accadere che il genitore, alle prime parole, risponda con un’interpretazione carica di certezze assolute, magari attribuendo tutto a una causa esterna. In questi casi, contrapporsi o cercare di dimostrare la propria versione con “prove oggettive” è controproducente.

Nelle comunicazioni difficili, l’atteggiamento spontaneo (che in altri momenti è una risorsa) deve lasciare il posto a una comunicazione consapevole. L’obiettivo non è convincere il genitore che ha torto, ma mantenere viva la relazione per costruire un progetto condiviso. Se il genitore descrive il figlio in modo opposto a quello che gli insegnanti osservano, ciò non significa che sia impossibile ottenere la sua collaborazione: il punto è non mettere in discussione le certezze su cui la famiglia fonda il proprio equilibrio.

Alcune strategie utili

Nei rapporti scuola-famiglia può essere utile:

  • riconoscere che, in quel momento, la propria verità di insegnante non è presa in considerazione;
  • lasciare che il genitore disponga gli eventi secondo la propria logica;
  • evitare di contrapporsi, affiancando gradualmente la descrizione del docente;
  • usare domande aperte, che forniscono informazioni a chi chiede ma anche a chi risponde.

Partire dalla descrizione che la famiglia fa del bambino, valorizzare ciò che a casa “funziona” e cercare insieme una strada comune sono spesso strategie più efficaci del contrapporre descrizioni fisse. Nelle relazioni, del resto, occorre diffidare di chi promette regole e rimedi immediati: il cambiamento nasce gradualmente, lavorando sulle differenze.

Il rischio dell'”etichettatura”

Quando ci si occupa di allievi in difficoltà, e in particolare di alunni con disabilità, i sistemi coinvolti sono molti e dalla loro sinergia dipende la riuscita del progetto educativo. Qui emerge un rischio insidioso: l’etichettatura. Spesso, in nome dell’oggettività legata a una diagnosi, si tende a classificare le persone in categorie che ne definiscono il problema.

Ma se questa classificazione non è accompagnata da flessibilità e apertura, rischia di irrigidire la relazione, imponendo a priori un contesto di “non cambiamento”: l’esatto opposto di ciò che dovrebbe caratterizzare ogni processo di apprendimento. Un messaggio efficace, in questo senso, è quello secondo cui un bambino con sindrome di Down, come tutti gli altri, pensa, ama, si impegna e può raggiungere ottimi livelli di autonomia, purché riceva fin dai primi giorni di vita le stesse attenzioni che si devono a ogni bambino. Mettere la persona prima dell’etichetta è il presupposto di ogni educazione autentica.

Uno spazio di ascolto a scuola

Là dove sono stati aperti spazi di ascolto nelle scuole, la richiesta da parte degli studenti si è rivelata considerevole. Gli adolescenti non li vivono come un aiuto diagnostico o terapeutico, ma come una relazione con un adulto competente capace di aiutarli a capire alcune difficoltà, non necessariamente patologiche. Le motivazioni sono varie: dalla semplice curiosità all’ansia, dai problemi con i compagni alle difficoltà di socializzazione, fino a temi più complessi come un lutto o la sessualità.

Uno sportello di ascolto a scuola può favorire due processi fondamentali dell’adolescenza. Il primo è la separazione-individuazione: il confronto con un adulto diverso dai genitori aiuta il ragazzo a costruire un’idea di sé più personale. Il secondo è l’acquisizione di consapevolezza: spesso i ragazzi raccontano i problemi solo attraverso i loro effetti (“non ho voglia di studiare”, “non riesco a stare attento”), e lo spazio di ascolto può aiutarli a coglierne una consapevolezza iniziale. Va ricordato, infine, che ogni scuola è diversa, con una propria cultura e una propria utenza: anche i momenti di ascolto risentiranno di queste specificità. Se la scuola pretende di educare, deve anche saper ascoltare.

Domande frequenti

Perché la relazione è così importante nell’insegnamento?

Perché è all’interno della relazione che l’insegnante crea un contatto emotivamente significativo, capace di motivare l’alunno e di rendere durature le conoscenze. Una relazione bloccata, al contrario, innesca un circolo vizioso che porta al fallimento didattico.

Come gestire una comunicazione difficile con un genitore?

Evitando di contrapporsi e di voler dimostrare la propria versione con prove. Meglio partire dalla descrizione che la famiglia fa del figlio, usare domande aperte e cercare gradualmente una strada comune, senza mettere in discussione le certezze su cui la famiglia fonda il proprio equilibrio.

Cos’è il rischio dell'”etichettatura”?

È la tendenza a classificare le persone in categorie che ne definiscono il problema, soprattutto in presenza di una diagnosi. Senza flessibilità, l’etichetta irrigidisce la relazione e impone un contesto di “non cambiamento”, contrario agli obiettivi dell’educazione.

A cosa serve uno spazio di ascolto a scuola?

A offrire agli adolescenti una relazione con un adulto competente, non necessariamente terapeutica. Favorisce due processi chiave: la separazione-individuazione dai genitori e l’acquisizione di consapevolezza delle proprie difficoltà, riducendo anche l’ansia.

Insegnare significa costruire relazioni, non solo trasmettere contenuti: ogni rapporto professionale opera su un livello contenutistico e uno relazionale, e per l’insegnante quest’ultimo è decisivo. Saper ascoltare senza giudicare, gestire con consapevolezza le comunicazioni difficili con le famiglie e valorizzare i punti di vista diversi sono competenze fondamentali, che aiutano anche a prevenire il burnout. Nei momenti di conflitto, è più efficace usare domande aperte e cercare strade comuni che contrapporre descrizioni fisse. Occorre inoltre evitare l’etichettatura, mettendo sempre la persona prima della diagnosi. Se la scuola vuole educare, deve prima di tutto saper ascoltare.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *